Il confronto con ciò che Dio dice di sé, cioè con la sua Rivelazione, dalla prima parola della Genesi all’ultima dell’Apocalisse é sempre stato a sua volta rivelatore del grado di fede, o di mancanza di fede, delle generazioni cristiane succedutesi nel tempo. Tra mille intuizioni, ipotesi e discussioni, ogni epoca cristiana ha cercato di capire e di credere, secondo i modi della propria storia, cultura, sensibilità .
La nostra epoca non sfugge alla regola, ma con caratteristiche molto peculiari: ha straordinariamente approfondito e affinato gli strumenti e i metodi di lettura della Bibbia, e d’altra parte ha sviluppato, sia in ambito cristiano che non cristiano, logiche e metodiche di interpretazione corrosive e sottilmente dissolutrici della verità scritturale, seminando dubbi e ipotesi riduttive, cautele spinte fino alla negazione e concessioni tanto esitanti da rivelare incredulità e rifiuti, soprattutto riguardo a Gesù di Nazareth alla sua vita, alle sue parole e alle sue opere. respinte da molti – e non solo non cristiani o non cattolici – nel racconto inverificabile o nella testimonianza inattendibile.
A leggere certi esegeti e certi teologi, viene da pensare che sappiano benissimo ciò che Dio non può dire e non può fare.
Il pericolo per la fede è reale, e mentre non tocca, ovviamente, il diritto di ricercare liberamente le ferità scientificamente accertabili, dovrebbe ricordare a chi ha la responsabilità dello studio di qualcosa che tanto lo sovrasta e lo supera, che non c’è verità umana, per quanto “scientifica”, che possa Competere con Colui che è l’autore e il garante delle verità umane.
Vittorio Messori, cristiano che ha riconquistato la sua fede con «le unghie e i denti» della personale, faticosa, seria ricerca (di cui sono frutto tanti libri importanti, tra cui quello di diffusione e fama mondiale Ipotesi su Gesù), ha fortunatamente deciso di rivolgere la sua indagine di vero giornalista-scrittore (cioè di “cronista”, come lui dice; e magari quasi tutti i suoi colleghi ricordassero che la vera nobiltà della loro professione sarebbe questa, se la praticassero) alla passione stessa di Cristo; ne è nato un bellissimo “viaggio” a tappe, prima sulla rivista
palina Jesus, poi in volume: Patì sotto Ponzio Pilato? , che è inchiesta e indagine, riflessione critica e analisi storica, antiquaria, religiosa, rigorosamente concreta e minuziosamente indiziaria, un pedinamento serrato delle piccole verità prima quasi trascurate o sommariamente scaricate secondo i gusti ideologici, affinché, rispolverate e ricollocate esattamente nei loro contesti, vadano a confermare, con sorprendente esattezza, le grandi verità , quelle che tanti si sforzano di affossare “dimostrandole” false e inattendibili. Il cronista, che Messori vuole essere, è proprio, invece, lo storico che Messori riesce a diventare; già , perché in molti l’avevano dimenticato, che si fa storia non pregiudicando le analisi, ma anzitutto t analizzando i pregiudizi e i così sgombrando il campo per la futura, non già posseduta, verità .
Messori coglie doppiamente nel segno, quando sottolinea che la passione-morte-risurrezione di Cristo è intanto il nucleo fortissimo della fede quanto il centro narrativo e prospettico dei Vangeli (da cui ogni altra narrazione prende significato); e quando si propone di combattere i dissolutori della verità evangelica non opponendo ipotesi a ipotesi, o tesi a tesi, ma, da buon detective mettendoli in contraddizione con sé stessi e con i Vangeli medesimi (cosa che, in un buon giallo, si chiamerebbe “scoprire l’assassino”).
E lo fa rigorosamente: seguendo tracce, ricostruendo scenari storici, ambientali, geografici, culturali: ma soprattutto facendo parlare uomini e cose, documenti che, lasciati a sé stessi o esaminati sommariamente, resterebbero muti o ambigui e chiama a sostegno studiosi non “di parte”, o costringe chi minimizza o nega a mostrare la sua fretta ideologica, o la sua superficialità professionale.
E procede con grande amore, con l’autore di chi non può vedere insultati sito padre e stia madre (non è la Parola di Dio che genera il cristiano?), eppure reagisce non scompostamente, ma pazientemente smonta una ad una le inverosimili e grottesche costruzioni di castelli ipercritici. E in tal modo ricostruisce, con la pazienza millimetrica di chi sa di lavorare sulla misura dell’infinito (ma non dell’indefinito!), con approssimazioni di impressionante credibilità , l’intera logica del racconto evangelico, facendo meglio rilevare, illuminati internamente dalla sua istruttoria, che vi si immerge, quei dettagli che, come l’ultima goccia, fanno la pienezza, e completano l’edificio, permettendo di leggere il disegno complessivo.
C’è una vera e propria ispirazione, a me sembra, accanto all’abilità professionale di Messori, e dentro di essa; che sospinge continuamente il “fiuto” e il desiderio del ricercatore a non abbandonare in balìa della mediocre intelligenza incredula i piccoli frammenti, le “inezie”, che malamente o tendenziosamente trattati, diventano granelli capaci di bloccare interi ingranaggi, e studiati invece con inesauribile rispetto e gratitudine di credente – ecco dove la fede non pregiudica, ma anzi esalta le capacità della ragione – si dimostrano non solo tutt’altro che secondari, ma danno prosa di essere, essi stessi. rivelazione di Dio. Molti studiosi, tra cui anche certi esegeti e teologi, non hanno (orse dimenticato proprio questo?
Messori ci ricorda, ad essi, a noi, a se stesso, non con una predica ma, strumenti alla mano, conducendo dal principio alla fine, irremovibile, la sua istruttoria illuminata da “intelletto d’amore”. Siamogliene grati.
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