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Ma la fede non si regge su una gamba

di sebamal | Apr 29, 2014 | Il miracolo

22 ottobre 1998 :: La Stampa, di Enzo Bianchi

Che significato può avere il proporre, alle soglie del 2000, un’accurata «indagine sul più sconvolgente prodigio mariano» avvenuto nel lontano 1640 in uno sperduto villaggio della diocesi di Saragozza? Cosa può aggiungere all’odierna ricerca di senso che accomuna credenti e non credenti il sapere che un apposito diocesano ha sentenziato oltre 350 anni or sono «che a Miguel Juan Pellicer, contadino di Calanda, fu restituita la gamba che gli era stata tagliata due anni e cinque mesi prima; e che non fu un fatto di natura, ma opera mirabile e miracolosa, ottenuta per intercessione della Virgen del Pilar»? A Vittorio Messori il fatto e la sua rievocazione – anzi, la sua riscoperta, dato che l’evento miracoloso aveva ben presto conosciuto l’oblio anche presso la più accesa apologetica miracolistica – pare di importanza decisiva per raccogliere e affrontare vittoriosamente quella che egli stesso definisce «la sfida» posta da quanti negano qualsiasi evento soprannaturale. Non a caso, come motto che apre il volume, viene riportata una frase di «un noto razionalista incredulo, Félix Michaud: Nessun credente avrebbe l’ingenuità di sollecitare l’intervento divino perché rispunti una gamba tagliata. Un miracolo del genere, che pur sarebbe decisivo, non è mai stato constatato. E, possiamo tranquillamente prevederlo, non lo sarà mai». Invece, ecco serviti, assieme a Michaud, anche «Zola, Renan e compagni»! Il miracolo decisivo, «il miracolo dei miracoli» è già avvenuto, confermato da numerosi testimoni, certificato da atti notarili, autenticato da bolle episcopali, venerato da stuoli di fedeli e rievocato da Messori con sagacia di storico e abilità di narratore. Ecco la vittoria dell’autentico «libero pensatore» che è il credente su ogni «incredulo, sempre prigioniero delle sue gabbie ideologiche». Eppure qualcosa non convince. Pazienza se un inguaribile razionalista come Beniamino Placido si permette di ironizzare su questa indagine, paragonandola a uno spassoso racconto di Gogol e dicendo di attendere sull’argomento «un prossimo, ulteriore libro (di Messori) che non vedo l’ora di non leggere»: un simile atteggiamento non fa che dimostrare come non ci sia peggior sordo di chi non voglia sentire. Ma come la mettiamo con il fatto che il volume compare contemporaneamente all’ultima enciclica di Giovanni Paolo II in cui il papa afferma che «è illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggiore incisività: essa al contrario cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione»? E Messoti stesso non aveva voluto fornire in un appassionato saggio «Qualche ragione per credere», dimostrando, a suo giudizio inconfutabilmente, la «razionalità» della fede in Dio? Allora ritorna il quesito iniziale. Perché? Perché «il più noto e seguito degli scrittori cattolici» affronta un faticoso viaggio nello spazio e nel tempo per risuscitare un evento miracoloso che non aggiunge nulla alla fede di chi già crede e che suscita sarcasmo più che conversione nel non credente? Un libro simile non rischia forse di soddisfare quella «voracità del sacro», quella «bulimia del religioso» che paiono oggi compensare l’inappetenza verso il cibo solido della fede e l’anoressia verso la radicalità del messaggio evangelico? Ci si è chiesti perché la chiesa non abbia mai fatto leva sui miracoli nella sua bimillenaria missione di annuncio dell’evangelo? Gesù stesso non si è forse sottratto a quanti volevano farlo re solo perché aveva moltiplicato i pani? E l’evangelo secondo Marco non constata forse che a Nazareth Gesù «non poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì; e si meravigliava della loro mancanza di fede»?. Sì, penso che oggi non sia opportuno per le chiese cristiane gareggiare sul piano miracolistico con quanti non solo saziano a buon mercato la fame di religioso, ma la alimentano artificiosamente, favorendo un’assuefazione che richiede dosi sempre più massicce di prodigi. Se, come ricorda Messori stesso, «proprio per non coinvolgere la Chiesa universale in fatti pur preziosi (…) ma non essenziali per la fede (…) le indagini, i processi, le decisioni sono affidate non alla Santa Sede, ma al vescovo della diocesi cui appartiene il battezzato protagonista dell’evento in esame», allora perché voler dilatare a dimostrazione universale e incontrovertibile un singolo evento pur assolutamente straordinario? Abbiamo l’impressione che un libro come questo pretenda di mettere con le spalle al muro qualsiasi interlocutore con il suo scetticismo, ma in realtà finisca per sollevare più domande di quante non ne risolva, e soprattutto ignori l’anelito profondo che oggi abita molti cuori. Sì, per chi non si accontenta di divorare sacralità, ma ricerca «il senso del senso» nella propria e nell’altrui vita, anche una gamba che si riattacca dopo due anni e cinque mesi ben poca cosa.

© La Stampa

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Vittorio Messori è uno scrittore rinomato, noto per il suo approccio rigoroso e appassionato alla ricerca della verità attraverso la fede e la ragione. Scopri di più sulla sua vita e il suo lavoro.

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