22 dicembre 1998 :: Corriere della Sera, di Stefano Montefiori
«L’iter giuridico per la beatificazione di Padre Pio è quello consueto. In questo, niente di strano. Ma la singolarità sta nel fatto che la Congregazione per le cause dei Santi ha avuto il problema di scegliere tra una grande abbondanza di miracoli “constatabili”. Di solito accade il contrario». Lo scrittore cattolico Vittorio Messori, fresco autore del saggio Il Miracolo (Rizzoli), sottolinea la normalità della procedura ecclesiastica. E la straordinarietà del personaggio di Padre Pio. In cosa consiste l’«anomalia» di Padre Pio? «Di solito, in vita e in morte, i santi sono parchi di miracoli; lui invece ne ha combinate, e ne combina, di tutti i colori. Ha compiuto una tale abbondanza di prodigi, che per la Congregazione (il ministero della Chiesa che controlla la legittimità di una candidatura alla santità) la difficoltà è stata quale miracolo scegliere». Come si spiega questa differenza? «Dipende dal tipo di miracolo. In una prospettiva cristiana, il vero prodigio è quello spirituale, il cambiamento interiore, la conversione di un non credente. Ma come verificare un fatto di questo tipo? Ai fini del riconoscimento di un miracolo, prima ancora del giudizio dei teologi è necessario il responso di una commissione medica, composta da credenti e non credenti: il presunto prodigio può essere riconosciuto tale dalla Chiesa solo se i medici lo dichiarano “inspiegabile” scientificamente. Ma la commissione medica non può certo pronunciarsi su un fatto interiore, come una conversione. Ecco perché in altri casi, per esempio quello di Francesco Faà di Bruno, la proclamazione a beato è avvenuta solo 100 anni dopo la sua morte (nel 1988). Padre Pio invece abbonda in miracoli di guarigione, “constatabili” dalla commissione medica. Anche per questo, dopo soli trent’anni (e malgrado la complessità della causa), è già prossimo alla beatificazione. Padre Pio è un pezzo di Medio Evo nel Ventesimo secolo: nel senso buono, nel senso della grande capacità carismatica». Qual è il significato attribuito dalla Chiesa al miracolo? «Il prodigio è una sorta di imprimatur divino, un beneplacito del Padreterno di cui la Chiesa ha bisogno prima di concludere le pratiche di beatificazione e, in seguito, di canonizzazione. La guarigione miracolosa riconosciuta ufficialmente dal Pontefice domenica è da considerarsi come una sorta di timbro della divinità. Il via libera del Padreterno al fatto che il frate venga legittimamente proposto ai fedeli come esempio, e come intercessore presso il divino». Quale differenza tra «beato» e «santo»? «Il processo di canonizzazione, cioè di iscrizione nell’elenco dei santi, è articolato in quattro gradi: “servo di Dio”, “venerabile” (lo stato attuale di Padre Pio), “beato” (Padre Pio lo sarà a maggio) e infine “santo”. È necessario il riconoscimento ufficiale di un miracolo per passare al grado di beato, e di un altro miracolo ancora per diventare santi. Procedure scrupolose, nel corso delle quali la Chiesa istruisce un vero e proprio processo sulla base del diritto canonico. Con tanto di avvocato della difesa e “pubblico ministero”, quello che nella tradizione popolare viene chiamato “l’avvocato del diavolo”. Che ha il compito di rovistare nella vita del candidato e verificare se non vi siano delle “macchie” nascoste che lo rendano indegno dei compiti, appunto, di esempio e di intercessione». È cambiato il ruolo dei santi nella vita religiosa dei credenti? «In alcuni casi certamente sì. Dalle preghiere rivolte ai santi possiamo individuare alcuni tratti della società in cui viviamo. Un esempio su tutti: Sant’Andrea Avellino, stroncato da un infarto mentre stava celebrando la Messa, per secoli è stato invocato dai fedeli affinché li proteggesse dalla morte improvvisa. La morte fulminea, per un cristiano, dovrebbe essere una sciagura; non consente i sacramenti della confessione, della comunione, dell’unzione degli infermi: si rischia di affrontare l’aldilà in peccato mortale. Ma oggi si è perso il senso della sofferenza, del valore dei sacramenti. Oggi tutti si augurano di morire senza accorgersene, improvvisamente, senza dolore. E Andrea Avellino, un tempo tra i più venerati, è diventato un santo disoccupato».
© Corriere della Sera
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