27 dicembre 1999 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori
Se fossimo agnostici o non cristiani, il politically correct ci imporrebbe di precisare subito che -trattandosi di papa e di Chiesa- avanziamo sì riserve ma, naturalmente, “con rispetto”… Poichè, invece, senza alcun nostro merito o colpa, ci confessiamo credenti; e poiché nella Chiesa – e proprio in quella cattolica – ci ostiniamo a riconoscere una Madre e una Patria, parleremo di “disagio”. O addirittura, pur lontani da ogni retorica, di “sofferenza”. In effetti, non è gradevole il ruolo del guastafeste; e proprio all’inizio di quella che, per la Chiesa stessa, è la maggiore delle Feste: il duemillesimo “compleanno” del suo Fondatore. Eppure, qualcuno dovrà pur dire come il sensus fidei del cattolico, quell’enigmatico istinto che gli fa sentire ciò che è omogeneo e ciò che è estraneo alla fede, lo abbia avvertito di rischi gravi dietro la coloratissima, spettacolare overdose “religiosa”, iniettata con siringa televisiva in questi tre primi giorni giubilari. Innanzitutto, come è ovvio, il rischio di ogni eccesso, con la sazietà e il rifiuto che ne consegue: neppure un papa (e quale papa!) può infrangere la legge bronzea che spinge ad afferrare il telecomando per cercare altro, quando la sovraesposizione da schermo valica il punto critico. Aperture molteplici di porte, messe solenni, messaggi, benedizioni, angelus, liturgie e paraliturgie, processioni, concerti, cori, auguri, auspici, esortazioni, ammonimenti, miele buonista di speaker e monsignori, interviste edificanti, appelli colpevolizzanti a “non dimenticare i meno fortunati”, elogio degli “ultimi”, inni a solidarieta’ , pace, tolleranza, apertura, rispetto… Col passare delle ore, anche il più tetragono cattolico può aver sentito, magari con spavento, la tentazione inconfessabile di parafrasare il sulfureo Andrè Gide: con l’eccesso di buoni sentimenti, con lo scialo di “spiritualita”, non si fa buona letteratura, ma neppure televisione a prova di zapping. L’allarme del credente cresceva, se pensava che questi tre giorni non sono che l’inizio e che altri 365 incombono, con dirette e speciali quasi quotidiani. Quel cattolico, davanti allo schermo per tre giorni, si poneva quesiti inquietanti. Come questo, ad esempio: gioverà un simile, smodato palinsesto a quella causa della fede, a quell’ansia di apostolato – la “passione di convincere che una Verità esiste e che si chiama Gesù Cristo”, per dirla con Pascal -che è la vita stessa della Chiesa? O non scatterà qui pure la tagliola della “eterogenesi dei fini”, per la quale chi esagera nel perseguire un obiettivo ottiene infallibilmente l’effetto opposto? L’ansia ecclesiale di mostrarsi, di “esserci”, di esorcizzare la crisi (e chi è “dentro” sa quanto sia, purtroppo, perdurante e profonda) moltiplicando parole di documenti e immagini televisive, non aggraverà proprio quella crisi, e nel modo più drammatico? Qui, in effetti, il problema dell’overdose è, a ben pensarci, secondario. Più ancora della quantità , grava il rischio della qualità . Da decenni, ormai, dall’inizio dell’evo televisivo, pontefici, Chiesa, diretta dalla basilica e dalla piazza San Pietro, auguri dalla finestra in cento lingue fanno parte fissa del menu natalizio. Un intingolo tra i tanti del piatto servito al popolo catodico, anche in nome di una par condicio: accanto ai laici babbinatale ed abeti (sormontati da una stella a cinque punte, che più che a Betlemme rimanda, con discrezione, al Grande Oriente delle Logge), ecco i cattolici presepi e papi. Un pedaggio, questo, che, a Natale e anche a Pasqua, il credente poteva rassegnarsi a pagare. Ma è meno tollerabile, va pur detto, che ora qualcuno, approfittando forse della diminuita capacità di opporsi dell’ottantenne Giovanni Paolo II, si sia accordato con il pool dei gestori dei piccoli (ma così ingombranti…) schermi, per ridurre a set di esplicita produzione televisiva i luoghi più sacri della Chiesa, facendo muovere in essi questo vecchio, santo Polacco donatoci dalla Provvidenza vestito con veri e propri abiti di scena. Tali erano, in effetti, quella mitria e quel piviale studiati apposta -parola del compiaciuto produttore- per la migliore resa televisiva, sia per brillantezza e fosforescenza dei tessuti che per accostamento clamoroso dei colori. Colori che, tra l’altro, nulla avevano a che fare con una tradizione liturgica considerata sino a qui intoccabile, anche perché radicata in una simbologia ormai sconosciuta a tanti, immemori preti di oggi. Sappiamo bene come molti di quei preti siano mossi da buona volontà, e come soltanto l’ ingenuità li conduca a credere lusinghiero per la Chiesa che tanti dirigenti televisivi si affollino alla porta dei loro uffici, sollecitando lo show con il Grande Protagonista, restando intesi che lo spettacolo è spettacolo, con leggi sue da rispettare. Ma sì, sappiamo come vanno le cose: e, dunque, parliamo con solidale, anche se rattristata, fraternità. Ciò che sta dietro il Giubileo-Spettacolo non è affatto inconfessabile od oscuro: a spiegarlo, basta e avanza la naivetè di certo ambiente ecclesiale, convinto che anche lo show abbia a che fare con l’annuncio del Regno di Dio. Non furono altri ecclesiastici, più entusiasti che avveduti, che coinvolsero ancora una volta il papa in un imbarazzante concerto di paleo-rock su una piazza riempita di giovani precettati e condotti lì con i pullman? Certo: anche allora gli organizzatori ebbero la diretta televisiva. Ma è davvero un guastafeste intollerabile chi sospetta che, come si è visto in questi primi giorni di Anno Santo, il prezzo da pagare non sia il rilancio del Sacro ma la sua liquidazione? Era cattolico e praticante convinto Marshall Mc Luhan, il grande guru della societa’ massmediatica: fu lui ad avvertire che, dietro a ogni camera televisiva , c’è la più devastante macchina per la totale secolarizzazione. Quante altre telecamere sono in attesa per desacralizzare, col Grande Giubileo, quanto resta proprio di ciò che il mondo più attende: penombra, mistero, confidenza, umana intimità, attesa e speranza del Divino?
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