vittorio messori

Il cantiere dei cuori

di sebamal | Apr 24, 2014 | 1999

23 dicembre 1999 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Con franchezza doverosa tra credenti, mi e’ capitato di recente di ricordarlo ad un esponente tra i più influenti della Nomenklatura vaticana: purtroppo maldestra com’e’, oggi, nel gestire l’informazione che la riguarda, la Chiesa sembra avere trasformato in un boomerang l’evento giubilare. Così, si ha l’impressione che i romani attendano il Duemila con timore appena temperato dalla rassegnazione; mentre gli altri sembrano infastiditi dall’enfasi, dallo sgradevole sospetto di contaminazioni tra religione e affari. Vorrei, dunque, sgombrare il campo da ogni sospetto: si può dirsi cattolici lontani da tentazioni da “contestatore” retro e, al contempo, non farsi apologeti acritici della presentazione di questo Anno Santo. Questa avvertenza potrà forse consentirmi di sottoporre un piccolo promemoria a chi è perplesso prima ancora che l’Evento cominci. Innanzitutto: c’è stato probabilmente un eccesso di moralismo laico e di “spiritualismo” cattolico nelle tante tirate contro il “giubileo del cemento”. In sintesi brutale: dopo avere invano cercato di suscitare tafferugli tra i sudditi di Pio IX per avere il pretesto di occupare Roma, gli “italiani” dovettero rassegnarsi ad entrarvi a cannonate. La retorica ufficiale ci ha sempre nascosto ciò che raccontano i testimoni: quel mattino del 20 settembre del 1870, i bersaglieri furono accolti da una città deserta, con le imposte sbarrate, chiusa in un silenzio ostile. Tanto che -per fingere un po’ di festa- si dovettero travestire da romani gruppi di garibaldini portati dal Nord per l’occasione. La gente dell’Urbe fu così grata ai “liberatori” da chiamarli subito con un appellativo sprezzante e offensivo: buzzurri. Non solo Roma non sapeva che farsene di passare da centro della Chiesa universale a capitale di uno Stato improvvisato e di second’ordine, ma si rese conto subito che quei “piemontesi” facevano le nozze con i fichi secchi: caricavano sulle spalle della città gli oneri di una capitale che scimmiottasse Parigi o Berlino, senza però darle i mezzi e le strutture per sopportare quei pesi. Se la vita quotidiana a Roma spesso è stata, ed è oggi più che mai, disumana, lo si deve a quel peccato di origine. Così, il poco che è stato fatto per permettere ai romani di sopravvivere alla meglio, con servizi inadeguati per una metropoli moderna, lo si deve non alla gestione ordinaria, ma ad eventi straordinari. Nel dopoguerra, le Olimpiadi del ’60 e il Mondiale di calcio del ’90. Ma, soprattutto, l’Anno Santo del ’50 (tra molto altro, anche la stazione Termini, via della Conciliazione, il primo pezzo di metropolitana, iniziati da Mussolini, furono terminati per quella occasione). E ora il Giubileo del Terzo Millennio. Ai “laici”, agli eredi di Porta Pia, lascio volentieri -pur con ogni simpatia- la loro indignazione per i settecento cantieri romani che la prospettiva dell’Anno Santo ha permesso di aprire. Da cattolico -consapevole che l’uomo non è puro spirito e che muoversi, curarsi, istruirsi, lavorare in modo accettabile non è irrilevante neppure per la vita eterna…- da cattolico, dunque, mi rammarico che molti altri cantieri programmati non siano stati aperti e che ancora una volta l’ignavia della Roma “italiana” non abbia permesso di sfruttare al meglio l’ occasione. Comunque sia, quanto è stato fatto è una “ricaduta” benefica di un appuntamento che, naturalmente, è innanzitutto religioso: ma di quella religione che ha al suo centro il Dio incarnato, il Dio fattosi uomo. Dunque, anche con un corpo, che ha esigenze che vanno rispettate, a partire dai luoghi della vita quotidiana, concreta. Se, finita la kermesse, qualche “sottopassino”, qualche parcheggio, qualche ospedale ammodernato, renderanno più sopportabile la giornata dei quattro milioni di prigionieri della città, giustizia esigerà di ricordare che ciò è avvenuto sotto il colpo di sferza di un Giubileo troppo facilmente demonizzato. I miliardi gettati, bene o male, su Roma sono per i romani, non per la gloria dei “preti” e della loro “festa”, come vuole una polemica un po’ demagogica. Ma per venire proprio a questa “festa”: si e’ davvero così sicuri che i suoi contenuti autentici, nella loro semplicità profonda, abbiano qualcosa da dire soltanto a qualche cattolico superstite, che ancora prenda sul serio anacronismi patetici come indulgenze, suffragi, pellegrinaggi? In realtà, ogni anno giubilare è tale perché è anno di Perdono. Perdono generale, per tutti: indulgenza per i vivi, suffragio per i morti. A chi ancora cammina sulle strade del mondo, la Chiesa assicura che -purché lo voglia- ogni sua colpa, per grande che sia, è cancellata, dimenticata da un Padre che altro non aspetta che riabbracciare il figliol prodigo. La via della salvezza, con la vita eterna di gioia che vi è connessa, è di nuovo spalancata. Perdono, tenerezza, amore, speranza, promessa di felicità senza fine: davvero tutto ciò non è che cosa “da prete” o da attardato bigotto? Non vi è forse da desiderare che possa riguardare ciascuno di noi? Eppure, è proprio questo che sta dietro il concetto giubilare di assoluzione, di indulgenza, accolto spesso -da chi non riflette- da un misto di ironia e di rifiuto. Ma il perdono è anche per coloro che sono andati avanti, che ci hanno preceduti nella morte e ai quali possiamo “applicare suffragi”. Espressione divenuta anch’essa ostica e spesso esecrata, tanto da essere stata il detonatore di un protestantesimo che prese nome proprio dalla protesta contro questa credenza. Eppure, c’è qui una delle certezza più consolanti della fede: vivi e morti non hanno cessato di far parte della stessa comunità, della medesima Chiesa. Continuano ad amarsi e, dunque, ad aiutarsi, più e meglio di prima: i defunti intercedendo per i vivi, questi offrendo suffragi per quelli. E’ la realtà della “comunione dei Santi”: tutti coloro che, nel battesimo, sono stati incorporati a Cristo (i “Santi”) comunicano tra di loro, in un legame di affetti che la barriera della morte non ha interrotto. Proprio quel tempo di misericordia che è l’Anno Santo offre, a chiunque lo voglia, di predicare la sua fattiva tenerezza per i propri morti, applicando ad essi quei suffragi di cui la Chiesa non è che amministratrice, attingendo al tesoro inesauribile dei meriti di Cristo e dei giusti che in lui hanno vissuto. Forse anche questi pochissimi, schematici cenni potranno almeno instillare un sospetto: dietro quello che qualcuno, visto il pletorico programma, ha chiamato impietosamente il Barnum giubilare vi sono realtà consolanti; vi sono speranze tali da scaldare anche il cuore dell’uomo postmoderno. Dietro gli incongrui concerti rock, dietro i raduni di massa, dietro le troppe parole ecclesiali, per chi sappia ancora vedere, l’anno che ci attende potrebbe davvero apparire “santo”, come istintivamente sempre lo ha chiamato il popolo cristiano.

© Corriere della Sera

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Vittorio Messori è uno scrittore rinomato, noto per il suo approccio rigoroso e appassionato alla ricerca della verità attraverso la fede e la ragione. Scopri di più sulla sua vita e il suo lavoro.

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