11 luglio 1998 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori
C’è già chi scuote il capo: non ci voleva anche questa, per la reputazione, già compromessa, del «laico monastero di via Biancamano»; di quelle storiche stanze della Giulio Einaudi Editore, dove officiarono per decenni i sacerdoti della «Cultura laica, democratica, antifascista». Dopo la bancarotta economica, con i libri contabili portati in tribunale, quella ideologica? Qualche anno fa, lo si ricorda, nella sezione «lettere al Duce» dell’Archivio Centrale dello Stato, un ricercatore rinvenne certe missive anni Trenta di Norberto Bobbio. L’allora giovane studioso -divenuto poi genius loci delle mitiche «riunioni del mercoledì», dove si stabiliva la strategia dell’Einaudi- faceva appello alla magnanimità di Mussolini, ricordando le benemerenze fasciste sue e della sua famiglia, per certi personali problemi di carriera universitaria. Amareggiato dalla imprevista trouvaille, il senatore a vita dichiarò che quelle lettere (il cui ricordo aveva rimosso, e delle quali in effetti mai aveva parlato) erano la controprova di quanto una dittatura potesse corrompere anche gli animi più nobili. Nel frattempo, altri studiosi scoprivano il carattere «politicamente scorrettissimo» del periodo in cui Cesare Pavese, il più illustre dei redattori einaudiani, se ne stava appartato in collina mentre attorno a lui, nelle Langhe, operava la Resistenza: frequentazioni di preti e di sacramenti e, soprattutto, espressioni inaspettate di comprensione verso la Repubblica Sociale. Adesso, sorprese sconcertanti riguardano il celebre editore stesso, già bersagliato dai tribunali per i conti dell’azienda. La Giulio Einaudi ha pubblicato tre cataloghi storici, tutti presentati come completi, esaustivi della sua vicenda editoriale: dalla fondazione, nel 1933, sino al 1956, al 1983 e al 1993. Nonostante quelle dichiarazioni di completezza (si trattava, si disse, di fornire documenti per la storia) i tre cataloghi rivelarono presto dei «buchi». A cominciare dal 1944: in quell’anno tragico l’editore, pur commissariato, aveva pubblicato almeno tre titoli. E su tematiche direttamente religiose. Volumi «rimossi»: ai bibliofili che se ne lagnarono, fu agevole rispondere che quelle singolari scelte confessionali erano state dettate dalla necessità di star lontani, in tempi di ferro, da pericolosi problemi politici. Poco dopo, però, una nuova scoperta; e un disagio crescente anche per i più benevoli. Era il dicembre del 1996 quando venne alla luce un altro titolo la cui memoria era censurata. Questa volta non si trattava di pur anomale ricerche cristiane, ma di quasi 400 pagine, con decine di carte e di tavole a colori: La guerra di Spagna sino alla liberazione di Gijón, 1937, Anno XV E.F. Autori, il generale Ambrogio Bollati e lo storico Giulio Del Bono. Sotto le insegne editoriali della Giulio Einaudi, Franco era descritto come «patriota ardentissimo» che, coraggiosamente, si era levato contro «la barbarie asiatica agli ordini moscoviti». Per quei due autori einaudiani, i «rossi» che si erano opposti all’alzamiento franchista volevano «bolscevizzare la Spagna, trascinando le plebi alle violenze delittuose». Ma, per fortuna, era entrata in campo «l’Italia di Mussolini, che diede generosamente il sangue di molti suoi figli ». Anche questa volta, però, una certa intellighenzia reagì con fastidio al ritrovamento editoriale: nessuno scandalo, solo il normale tributo di un editore a un regime tirannico per permettersi, in cambio, la continuazione di un’attività sgradita al la dittatura. Un pedaggio da pagare, obtorto collo: nient’altro. Ma, proprio in questi giorni, ecco riemergere un altro reperto: qui, è la stessa introduzione dell’autore che sembra smentire la tesi indulgente dell’atto dovuto, dell’omaggio obbligato al regime. Una vicenda curiosa, che nasce dal Catalogo di libri rari e di pregio di una giovane studiosa e antiquaria torinese, Simonetta Gribaudi, figlia di Piero, il noto editore cattolico. Al numero 110 di quel suo ultimo catalogo, la Gribaudi offriva (a 440 mila lire) quella che titolava come Un’edizione Einaudi inesistente. Ci troviamo di fronte, spiegava, a un libro stampato, sicuramente messo in commercio (sul frontespizio sta il timbro: Omaggio per recensione), ma anch’esso completamente rimosso da tutti e tre i cataloghi storici, pur dati per completi, della Giulio Einaudi. Ma c’è di più: l’autore è ancora il generale di Corpo d’armata Ambrogio Bollati e la data è il 1936 (Anno XIV). Ebbene, nella introduzione, il militare -scrittore ringrazia Einaudi con queste parole: «Il lavoro ha avuto origine da una proposta di un editore di buona volontà, che si è reso conto della novella importanza assunta dalle Colonie nel momento attuale». Titolo, infatti, della ponderosa pubblicazione (rilegatura in tela, 150 foto di Mussolini, Graziani, triumviri, governatori; un centinaio di carte) così suona: Enciclopedia dei nostri combattimenti coloniali. Essendo la conquista dell’Etiopia appena iniziata, il generale Bollati avverte il lettore: «Come da accordi con l’editore, il presente lavoro verrà tenuto a giorno mediante appendici». Non sappiamo se quelle appendici ci siano state. Ciò che risulta chiaro è che fu «l’editore di buona volontà» (come lo chiama l’alto ufficiale littorio) ad avere avuto l’idea, ad averla proposta, ad averla voluta realizzare a servizio della causa «imperiale». Né sembra trattarsi di un tributo una tantum: come risulta dall’accordo per una sorta di enciclopedia in progress, da aggiornare di continuo con i nuovi fasti imperiali. Del resto, l’imponente pubblicazione porta «l’alto elogio» di Alessandro Lessona, ministro delle Colonie, con lettera autografa riprodotta a mo’ di prefazione. Forse segnata ancora dalla giovinezza, Simonetta Gribaudi termina la scheda del suo catalogo chiedendosi, stupita, come tutto questo possa conciliarsi «con l’alta stima di cui l’editore torinese ha sempre goduto quanto ad antifascismo, anticolonialismo e spirito democratico». Comunque sia, «il libro inesistente» (almeno per i cataloghi ufficiali) è stato subito accaparrato da un collezionista, mentre almeno una dozzina di aspiranti acquirenti sono rimasti delusi. Nel giro antiquario però, c’è chi li consola: altre edizioni einaudiane «in nero» starebbero per venire disseppellite. Sussurrano, addirittura, di un «catalogo parallelo», tanto rimosso quanto imbarazzante. Esagerazioni, naturalmente, leggende metropolitane. I fatti accertati, peraltro, autorizzano una domanda: quella cultura italiana, se non europea, cui l’Einaudi molto ha dato (solo sciocchi o faziosi potrebbero dubitarne), non avrebbe diritto a un catalogo storico finalmente completo, senza censure, silenzi, rimozioni, pudori, buchi imbarazzati? È solo «la verità che fa liberi»: spiace scomodarlo, ma anche questo è vangelo.
© Corriere della Sera
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