Trent’anni fa moriva il sacerdote spagnolo che creò l’Opus Dei

di Vittorio Messori - 26 giugno 2005 - Corriere della SeraĀ 

Ho un ricordo, a suo modo significativo, del 26 giugno del 1975. Trent’anni fa, giusto oggi. Arrigo Levi, allora direttore de La Stampa, mi aveva spostato nella piccola Ć©quipe che diede vita al supplemento culturale,Tuttolibri. Continuavo però ad occuparmi anche di informazione religiosa e i fattorini mi deponevano sulla scrivania le notizie di agenzia che potessero interessarmi. QuelĀ giorno, tornando in redazione dopo la sostaĀ alla mensa del giornale, trovai la striscia dell’Ansa: i flash, allora, arrivavano per telescrivente, su rulli di carta. L’agenzia comunicava che, aĀ mezzogiorno, un infarto aveva stroncato monsignor JosemarƬa EscrivĆ  de Balaguer, 75 anni, fondatore dell’Opus Dei. La notizia –posso confessarlo?– non mi colpƬ più di tanto. NĆØ mi venne alcuna sollecitazione della direzione ad occuparmene. Per il quotidiano del giorno dopo se la sbrigò, credo, il collega vaticanista a Roma .

Ho riflettuto, in questi giorni del trentennale della scomparsa, alla quasi indifferenza di allora. Innanzitutto, Nuestro Padre –come lo chiamavano e lo chiamano gli associati all’Opus Dei– aveva spesso ripetuto, sorridendo, di adeguarsi al consiglio che gli diedero appena giunto in Italia: <<A Roma bisogna fare il morto per non essere ammazzato>>. Per questo, oltre che per obbedienza alla discrezione che doveva contrassegnare la sua Opera, era attivissimo tra i suoi, per curarne la formazione ed era ben conosciuto all’interno della Curia, dove conduceva la battaglia per giungere allo status canonico che desiderava e che, alla fine, prese la forma della prima ā€œprelatura personaleā€œ della Chiesa. Quanto all’esterno, poche apparizioni in pubblico,Ā nessun comunicato per la stampa, praticamente niente interviste: il poco che appariva di lui erano risposte scritte a domande scritte, pubblicate solo dopo previo esame. Rare, e ā€œautorizzateā€œ anche le foto.

Inoltre, in quei suoi ultimi anni, la contestazione ecclesiale era al vertice, i preti, i frati, le suore, eccitatissimi, scoprivano gli ā€œismiā€œ della modernitĆ  e spesso – almeno uno o una su quattro- convolavano a polemiche nozze. Per questa folla clericale in rivolta, che aveva scoperto il ā€œmondoā€œ e le sue ideologie ottocentesche,Ā scambiandole per il futuro, l’Opus Dei era una sorta di oggetto oscuro eĀ misterioso che, comunque, non valeva la pena di conoscere ma che, anzi, occorreva combattere. C’’erano complicitĆ , si diceva, con l’agonizzante franchismo (il CaudilloĀ morƬ proprio in quel 1975); i preti, lƬ , non si sposavano nĆ© sfilavano in corteo ma portavano ancora, addirittura, la tonaca da cui uscivano eleganti gemelli per i polsini; non affollavano gli studi degli psicoanalisti; per la formazione si usava il vecchio catechismo di San Pio X, a domande e risposte. Soprattutto, scandalo supremo per quei tempi, i capitalisti non erano maledetti, non si inveiva contro di loro esortandoli a spogliarsi dei beni, chiedendo perdono. Si diceva, fremendo di indignazione, che quello spagnolo mezzo falangista, quel don EscrivĆ , avevaĀ osato affermare che a lui e ai suoi interessavano i contadini delle Ande ma anche i banchieri di Wall Street e di Zurigo, i nomadi africani ma pure gli industriali dell’Occidente. E nessuno, per far parte dell’Opera, doveva pentirsi di nulla o nulla abbandonare, bensƬ proseguire serenamente il suo lavoro,Ā dandogli un contenuto spirituale nuovoĀ e considerando l’eventuale ricchezza non come un peccato da confessare ma come un dono da condividere, secondo i precetti dellaĀ irrisa ā€œcaritĆ  cristianaā€œ, quella contro la quale Marx e discepoli inveivanoĀ e maledivano.

Insomma, tutto congiurava perchĆ© la morte di quel don JosemarƬa fosse valutata nei giornali come notizia da taglio basso a due, massimo tre colonne, nelle pagine interne delle cronache italiane. Quanto a me non feci mai parte delle turbe di contestatori, attendevo impaziente la fine, che sapevo inevitabile, di quel carnevale pretesco, lavoravo per ritrovareĀ il buon senso nella Chiesa, stavoĀ addirittura scrivendo un libro di ā€œapologeticaā€œ (sconcia parola, allora),Ā convinto che il Vaticano II non fosse una rottura ma un approfondimento della Tradizione di sempre. Eppure, da quel poco che sapevo di unā€˜Opera che sembrava interessata soprattutto a non far notizia, sospettavo che fosse una sorta di congregazione come tante, una cosa nata nella Spagna prima ancora della Guerra Civile e dunque poco adatta a cogliere e a vivere tempi nuovi, che non enfatizzavo affatto ma che certamente costituivano una sfida con cui misurarsi, pur senza entusiasmi e rese .

Le cose sono andate, invece, come sappiamo. E mi resi conto del perchĆØ andarono cosƬ quando, per soddisfare la mia curiositĆ , scrissi un libro inchiesta sullā€˜Opus Dei che costituƬ una sorpresa per molti lettori, ma innanzitutto per me.Ā La pattuglia dei superstiti ā€œcontestatoriā€œ ĆØĀ oggi sulla settantina e persino quegli anziani reduci sembrano rassegnati, continuano a detestare l’Opus DeiĀ che accoglie sotto lo stesso tetto ā€œproletariā€œ e ā€œcapitalistiā€œ, ma la loro protesta ĆØ sempre più marginale. Il prete aragonese che, ben più che i palchi e gli schermi, amava la penombra delle tertulias, le conversazioni familiari dopo il pranzo, ĆØ stato prima beatificato e poi santificato. E ogni volta piazza san Pietro e via della Conciliazione non sono bastate a contenere le folle cosmopolite, pur inquadrate quasi militarmente.

Non ĆØ finita qui: un’indiscrezione, finora inedita, mi dice che in Viale Parioli, sede mondiale dell’organizzazione, si sta valutando la possibilitĆ  di farlo proclamare ā€œdottore della Chiesaā€œ, titolo rarissimo e di massima gloria, per la sua dottrina di santificazione nel lavoro, quale che sia, di ogni cristiano. Gli uomini e le donne che hanno firmato un contratto con l’Opus Dei (ĆØ l’impegno ufficiale e reciproco di formazione spirituale) hanno superato gli ottantacinquemila e sono onnipresenti nella vita sociale e in quella ecclesiale, sempre più vescovi vengono dalle sue fila, le sue universitĆ  consolidano anno dopo anno il loro prestigio. Segno paradossale di questa avanzata, discreta ma costante, ĆØ anche il fatto che, come Dan Brown insegna, un’Opus Dei, seppure travestita con panni grotteschi, ĆØ un buon ingrediente per costruire un best seller mondiale.

Nessuno, all’interno della Obra, parla di ā€œsant’EscrivĆ ā€œĀ o di ā€œmonsignor Josemariaā€œ ma, tutti, sempre e solo, dicono ā€œNostro Padreā€œ. Un termine che può infastidire, quasi fosse il segno di un culto della personalitĆ Ā (il ā€œMiglioreā€œ per Togliatti, il ā€œCaro Leaderā€œ della Corea del Nord), ma soloĀ chi non sappia come stiano davvero le cose. A differenza degli altri beati e santi che stanno all’origine di Ordini e Congregazioni, quest’uomo non fu un ā€œfondatoreā€œ. Lo ripetĆ© sempre, nel suo spagnolo: <<Yo soy un fundadòr sin fundamento>>, sono un fondatore senza fondamento. Continuò ad assicurare che non voleva fondare proprio niente, che voleva essere unĀ buon sacerdoteĀ e niente più, che ciò che nacque non venne da un suo piano, un progetto, un’analisi. L’Opus Dei risale, assicurava, a un misterioso progetto divino, era da sempre nella mente del Creatore che abbisognava solo di uno strumento umano per farlo entrare nella storia . Quello strumento fu un pretino di 26 anni, senza soldi nĆ© prestigio che, il 2 ottobre del 1928, era nella stanza di una casa religiosa di Madrid per seguire degli esercizi spirituali. Non sospettava di certo che, mentre al vicino campanile suonava il mezzogiorno, un’esperienza mistica, breve ed improvvisa (ed insolita in lui, uomo pragmatico, diffidente verso i visionari, scettico con i milagreros) lo avrebbe travolto: <<Vidi l’Opus Dei e vidi che toccava a me realizzarla. Mi ritrassi angosciato, cercai di sottrarmi a un compito che mi sopravanzava di molto, pregai Dio perchĆ© scegliesse un altro più adatto, ma non ci fu nulla da fare. Dovetti obbedire a una volontĆ  che non era mia>>. Uno strumento, dunque, non un fondatore. Da qui il ā€œNostro Padreā€œ degli associati, consapevoli che senza di lui –scelto da Dio stesso– non sarebbe stata edificata l’organizzazione che assicura la loro vita spirituale e dĆ  un senso soprannaturaleĀ a quella professionale. Non a caso, questa ā€œcosaā€œ si chiamaĀ Opera di Dio:: il titolare del copyright non ĆØ in Terra, ĆØ nell’ Alto dei Cieli.

Ma sƬ, sant’ EscrivĆ  de Balaguer ĆØ un Enigma per i laici. Ma, per i credenti, ĆØ un Mistero cui la Chiesa stessa ha dato convalida ufficiale, con la solenne canonizzazione celebrata da Giovanni Paolo II, grande devoto dell’uomo e grande ammiratore di ciò che fu ā€œforzatoā€œ a realizzare, perchĆØ la volontĆ  di Dio fosse fatta. Il titolo di ā€œDottore della Chiesaā€œ, se arriverĆ , non farĆ  che ribadire quel Mistero.

Ā© Corriere della Sera