28 novembre 2003 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori
Un pomeriggio torinese, la sede de La Stampa, sulle sponde del Po. Giovane redattore del neonato Tuttolibri, consegnavo al mio direttore, Arrigo Levi, una copia del primo libro, dove azzardavo certe “ipotesi su Gesù“. Levi scorse l’indice e, sorprendendomi, prescrisse il blocco del telefono per mezz’ora. Furono trenta minuti di colloquio intenso, scopersi che quel “laico“ era non solo curioso, ma assai competente in cose religiose. Alla fine, altra sorpresa: “Su Gesù potremmo fare un dialogo, io ebreo agnostico e tu divenuto cattolico, venendo da un’educazione laica. Credo ne uscirebbe un libro interessante”. Una battuta, forse. O, forse, no. Comunque, divisi presto dal lavoro, il progetto (o battuta che fosse) restò tale.
Ne ho provato rammarico, in questi anni, riflettendo su articoli e libri di Levi che, alla nettezza dell’ “incredulo“, univano la simpatia, in senso etimologico, per il credente. Sono cose che ho ritrovato nell’articolo di martedì, con cui Arrigo ha voluto confrontare la sua prospettiva con la mia. Articolo denso: per una replica rispettosa dei contenuti, occorrerebbe –appunto– la misura di un libro.
Dovendo scegliere, raccolgo nell’articolo la provocazione “personale“. Pur con tutto ciò che devo a Pascal, non mi convince che – almeno in cose religiose- dire “io“ sia sempre “haissable, detestabile“. Reagirò, dunque, al sospetto di Levi, secondo il quale, elencando domande radicali sulla fede, avrei “dato voce anche a dubbi interni, personalmente conosciuti“. Confermo che è così: anzi, da decenni non ho fatto altro, come tutti i miei libri testimoniano. Per quanto importa, non sono nato cattolico: un’educazione nelle scuole di Stato della vecchia Torino, quella sorta di “seminario del laicismo“ che era il liceo D’Azeglio, la tesi in storia con Alessandro Galante Garrone, le due “tesine“ con Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Che cosa di meno clericale? Non cercavo la fede, fui aggredito a sorpresa da un’evidenza che, malgrado cercassi di resistere, capovolse brutalmente le mie prospettive. Da allora, costretto a riconoscere che non il “mio“ Voltaire aveva ragione, bensì proprio Pascal, esploro le ragioni del credere, senza vietarmi alcuna obiezione, per quanto devastante.
Non ho, dunque, alcun merito per una fede che fu puro dono; e ho solo rispetto e “com-passione“ (“soffrire insieme“) per chi è come io fui e quel dono non ha ricevuto. Un dono anche ingombrante: se cercai di sfuggire alla fede è perché –giovane libertin– ne temevo le esigenze etiche. E’ proprio sul confronto tra la morale del credente nel Dio di Cristo e la morale dell’agnostico –od ateo– che vorrei dire qualcosa, poiché costituisce uno dei fuochi dell’intervento di Levi. Discorso infinite volte ripreso, tanto che qualcuno ormai lo evita, come logoro. Eppure, ogni generazione deve riproporselo. Per quanto mi riguarda, sto con uno di quei Grandi Vecchi della mia giovinezza, sto con Norberto Bobbio. Giusto da lui ,maestro ossequiato del pensiero agnostico, sentii a lezione (e risentii, quando lo intervistai per un volume di “ inchiesta sul cristianesimo“) , che “la morale cosiddetta razionale, in realtà, a fil di logica, non è ragionevole“. Ci diceva, Bobbio: “Dobbiamo fare il bene. Questo sia per noi l’imperativo categorico. Consapevoli, peraltro, che non c’è risposta ragionevole alla domanda: ‘Perché scegliere il bene, sempre e comunque, anche quando da esso può derivarmi un danno? e non scegliere, invece, il male, se può venirmene vantaggio e abbia la certezza che non ne seguirà punizione, né in questa vita né in un’ipotetica altra?‘ Un’etica solo umana, dunque, non sempre è razionale. Non a caso è così fragile, sembra incapace di regolare il comportamento delle masse, come dimostra l’esperienza“.
Insomma, il solito, eppur sempre attuale, discorso del quadro: come farlo reggere dalla parete, se in questa non si pianta il chiodo che è la fede in un Dio che ha rivelato la Sua volontà, un Dio che è padre ma anche giudice , che unisce nel Suo giudizio misericordia e giustizia? L’aggancio alla coscienza? Ma chi ne stabilisce i contenuti, tanto mutevoli secondo i tempi ,i paesi, le culture, le mode? chi, in noi, ne garantisce l’osservanza? come potrà reggere, questa così mutevole e fragile “coscienza“, alla spinta delle passioni e degli interessi?
C’è ritegno nel riproporre simili cose. Ritegno, anche perché ne segue la consueta obiezione: l’esperienza comune di increduli, moralmente superiori a credenti in Gesù come Rivelatore della volontà del Padre. Obiezione fondata; e io stesso, ahimè , ho forse la mia parte tra coloro che favoriscono un simile scandalo. Ma, se siamo deludenti, è per la nostra ignavia: non è perchè siamo cristiani, ma perché non lo siamo, se non a parole. Ciò non toglie che ci tormenta l’infedeltà a un ideale di cui riconosciamo la verità e di cui sappiamo la saldezza, al di là del soggettivismo e della fragilità della “coscienza“. E’ la fede che ci dice che cosa fare e, soprattutto, ci dice perché farlo. Certo: ci sono agnostici ed atei ammirevoli, anche nelle circostanze moralmente più ardue. Eppure, quanto più è alta la loro virtù, non rischia di essere maggiore la distanza da quella “ragione“ cui dicono di ispirarsi come unica fonte del loro impegno etico? Incoerenza nobilissima: e Dio, di simili inconseguenti, ce ne doni e conservi. Ma ciò non toglie che l’incoerenza non è compatibile con la pretesa che, per la vita morale, basti la ragione. Anche se, sia chiaro, so bene come la “fede laica“ di Arrigo Levi sia articolata e non coincida con un ingenuo razionalismo puro e duro.
* il titolo non è originale ma è stato aggiunto dall’autore del sito.
© Corriere della Sera
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