Esplora le opere e la vita di Vittorio Messori

Perchè il Papa non ha vinto il Nobel*

di sebamal | Apr 21, 2014 | 2003

11 ottobre 2003 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Fino alle undici del mattino, l’attesa. Poi, le parole del Segretario Generale del Nobel in diretta, in ostico norvegese. Rai News 24 le metteva sullo schermo, nella loro interezza, senza alcun accenno a una traduzione (neanche quando il Segretario è passato all’inglese), senza neppure alcun commento che aiutasse a capire. Intanto, in contemporanea, un’agile edizione straordinaria di Canale 5 traduceva e spiegava. Eppure, da ormai una decina di giorni la Rai, come tutti, conosceva il giorno, l’ora, la lingua dello svelamento della busta con il nome. Un’ennesima conferma, purtroppo, di come non dovrebbe essere un servizio pubblico.

Comunque, capito –malgrado la Rai- su chi si era indirizzata la scelta dei giurati scandinavi, ecco l’inizio del lavoro, nelle redazioni e sul campo, tra Oslo, Roma, Parigi; ecco la laboriosa costruzione delle pagine. Quando tutto, o quasi, sembrava sistemato all’interno delle colonne, un lancio di agenzia (un ricovero ? un malore? una dialisi d’urgenza?) rimetteva tutto in discussione, suggeriva rivoluzioni tipografiche. Da quanto ci risulta mentre scriviamo, l’allarme, se non ingiustificato, è stato ampliato oltre misura: un quadro clinico come quello di Giovani Paolo II può ben prevedere, come periodiche, dialisi che alleggeriscano il lavoro degli organi interni, sottoposti a usura anche a causa dell’assunzione di potenti farmaci. Eppure, quella sorta di scossa elettrica che ha frustato le redazioni non fa che confermare un polarizzarsi dell’attenzione su un Vegliardo infermo che va al di là dei consueti canoni giornalistici. Verso quest’uomo , così debole e al contempo così indomito, vanno sentimenti che sembrano mostrare un’attrazione enigmatica. Quasi che anche il mondo “laico“ avvertisse – magari inconsciamente – lo strazio di una paternità che si spegne, di un tramonto doloroso di una vita che, lo si riconosca o no, in fondo tutti ci riguarda.

Una vita che, anche in questa sua fase finale, mostra la sua eccezionalità con continui paradossi. L’ultimo proprio oggi, davanti alla prospettiva di quel Nobel per il quale già pubblicamente tutti si rallegravano: politici gauchistes, atei conclamati, agnostici rocciosi, ebrei, mussulmani, buddisti. Ebbene, proprio tra cristiani, anzi proprio tra coloro che si considerano “cattolici“ più di ogni altro, c’erano coloro che si auguravano, magari che pregavano perché il prestigioso riconoscimento non andasse a Giovanni Paolo II.

“Ancora una volta Gesù Cristo ha preservato il suo Vicario in terra da una sventura, evitandogli di divenire collega di Dario Fo, di comunisti falliti come Gorbaciov, di agenti del mondialismo come Kissinger, di sionisti come Begin, Peres, Rabin. Il Nobel lo avrebbe equiparato a questi e ad altri signori, con effetti disastrosi per il suo prestigio. Ringraziamo Dio per il pericolo scampato “.

Com’è nel loro stile, i sacerdoti della “ Fraternità san Pio X “ -i Lefevriani, per intenderci– disdegnano i toni diplomatici. Ricordano, stando a quella Tradizione che ostinatamente difendono, sin nelle minuzie, che fino a mezzo secolo fa sarebbe stato inconcepibile che un papa accettasse un premio. Foss’anche il più prestigioso. Il papa, di premi ne dava, e concedeva pure onorificenze e decorazioni, ma non ne riceveva. “Che cosa possono aggiungere gli uomini a chi è rappresentante di Dio stesso tra loro ? E che significano tutte quelle lauree honoris causa a Giovanni Paolo II, come se avesse bisogno di diplomi colui che, assistito dallo Spirito Santo, rappresenta il vertice del Magistero?“, si chiede con aria accorata un autorevole teologo della Fraternità che ha in Econe il maggiore dei suoi seminari, peraltro traboccanti di giovani.

Alberto Melloni ha giustamente ricordato, su queste colonne, che il Nobel per la Pace del 1947 avrebbe dovuto essere assegnato a Pio XII. Va aggiunto, però, che la Commissione di Oslo fece marcia indietro – e ripiegò in tutta fretta sull’organizzazione caritativa protestante The Friends’ s Service – quando la Segreteria di Stato fece discretamente sapere che, pur ringraziando, il Pontefice non poteva accettare. Quanto al Balzan che Giovanni XXIII ritirò di persona, pronunciando un importante discorso: pare certo che Roncalli sia stato persuaso dalla Curia a rompere una tantum la Tradizione accettando quel Premio (allora con una “borsa“ plurimiliardaria, che andò ovviamente in beneficenza) per tentare di creare una sorta di “Nobel cattolico“, un contraltare a quello di Stoccolma e Oslo, assai sospetto a Roma. In effetti, i Lefevriani sospirano di sollievo per la mancata attribuzione a Giovanni Paolo II non solo per ragioni di opportunità (“il papa premia ma non è premiato, se non da Dio“ ) ma anche, forse soprattutto, perché la Commissione espressa dal Parlamento norvegese è la quintessenza di ciò che più esecrano, è l’espressione di quell’umanesimo “politicamente corretto“ che rimanda, assicurano, alla prospettiva massonica. Una prospettiva che, soprattutto in Scandinavia, avrebbe preso il posto di un protestantesimo ufficiale, senza più fede e senza più fedeli.

A di là di ogni polemica, con realismo oggettivo, va riconosciuto che in Norvegia, come in tutta la Scandinavia, coloro che ancora frequentano la Chiesa di Stato – quella che da secoli unisce re e papa nella stessa persona – rappresentano una percentuale da prefisso telefonico, come direbbe qualcuno da noi. I pastori sono funzionari pubblici, pagati dallo Stato, soggetti anche teologicamente al Parlamento, al Governo, al Re e , tranne eccezioni, si limitano a gestire la macchina ecclesiastica con spirito routinier. I sermoni ai loro semideserti servizi domenicali ricalcano spesso il conformismo benpensante della vulgata dominante nei media. La Riforma sembra pagare, qui, e da molto tempo, lo scotto per la sua imposizione, che unì la violenza all’inganno. Come riconoscono gli stessi storici locali, ai tempi di Lutero la Chiesa scandinava, fondata solo attorno al Mille, era ancora giovane ed entusiasta e il popolo si distingueva per fervore di devozioni, affluenza ai santuari, partecipazione ai pellegrinaggi, fiducia nei pastori. Nessuna “riforma”, qui, sembrava necessaria. La decisione di seguire l’esempio dei principi tedeschi che avevano appoggiato Lutero, fu presa in Scandinavia a freddo, per mere ragioni politiche ed economiche : sommare nel re tutti i poteri, anche quello religioso, e impadronirsi dei beni delle diocesi, delle abbazie, degli ordini. Verso la gerarchia, dunque, scattò la violenza che si spinse sino al martirio e all’esilio di vescovi, preti, laici che non volevano rinunciare alla fede dei padri. Verso il popolo, invece, l’inganno: temendo la reazione delle masse, la protestantizzazione avvenne gradualmente, ambiguamente, facendo addirittura credere ai fedeli che si obbediva ad ordini giunti da Roma stessa. Particolarmente difficile da sradicare fu la devozione mariana di norvegesi e svedesi: così, la vita dei santuari fu soffocata a piccoli passi, prima di giungere a misure draconiane. Come il rogo – su cui salirono in effetti alcuni contadini – per chi fosse sorpreso a recitare il rosario. O come la pena di morte per i preti cattolici che avessero messo piede in Scandinavia: legge mitigata solo verso la fine del XIX secolo. Ma le discriminazioni anticattoliche furono abrogate soltanto pochi decenni fa e ancora oggi ne sussistono tracce.

Sta di fatto che il vuoto religioso –che una Chiesa di Stato, imposta per motivi mondani, riuscì sempre meno a colmare- fu riempito o da un ritorno al paganesimo (sant’Olav, padre della patria norvegese, identificato con il dio Tor del Walhalla ), o da pratiche esoteriche come lo spiritismo (la Scandinavia ne è forse la capitale mondiale) o, a livello di élite, dalla fede massonica nell’uomo. Dunque, come accettare un premio, denunciano i Lefevriani, espresso da una simile cultura?

Non così, ovviamente, sembra pensarla Giovanni Paolo II . Nella sua visita in Scandinavia, è vero, fu trattato in modo gelido, talvolta persino maleducato, e la stampa non cessa di deriderlo per la sua difesa della morale tradizionale. Ma tutto fa credere che il premio lo avrebbe accettato, con serena semplicità: e non nello spirito di chi “ porge l’altra guancia“, ma in quello di chi tutto mette a servizio della sua missione di operatore di pace. E’ il “farsi tutto a tutti, purché Cristo sia annunciato “ cui esorta san Paolo e che rappresenta uno dei cardini di questo incredibile pontificato. * il titolo non è originale ma è stato aggiunto dall’autore del sito.

© Corriere della Sera

Written By

Vittorio Messori è uno scrittore rinomato, noto per il suo approccio rigoroso e appassionato alla ricerca della verità attraverso la fede e la ragione. Scopri di più sulla sua vita e il suo lavoro.

Articoli Correlati

Quel beato non piacerà all’Islam

14 gennaio 2003 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori I Patti Lateranensi sono chiari: piazza san Pietro è territorio vaticano, ma la responsabilità di mantenervi l’ordine spetta allo Stato italiano. Per questo le autorità ecclesiastiche stanno spiegando ai...

Leggi Di Più

L’ultimo colloquio che nessuno saprà

27 gennaio 2003 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori Al lungo elenco delle cose, torinesi svanite, prima o poi, se ne aggiungerà un’altra: la perdita del rango di “sede cardinalizia“ per l’arcidiocesi. Le megalopoli sudamericane, africane, asiatiche, con le...

Leggi Di Più

0 Commenti