Prefazione di Vittorio Messori

a ‘Inchiesta su Fatima’ di Vincenzo Sansonetti (Mondadori 2017)

Tra i privilegi della Provvidenza (e dei quali, lo so bene, dovrò rendere conto «quel giorno») metto l’amicizia e la collaborazione con un religioso francese dall’apparenza fragile e delicata. E invece, mentre scrivo, è festeggiato per i suoi 99 anni (è nato il 19 ottobre 1917 a Tours), che non gli impediscono di continuare con l’impegno di sempre. Parlo di don René Laurentin, ai cui lavori rigorosi e talvolta monumentali – ricerche di anni in archivi e biblioteche – devono riconoscenza tutti gli storici, non solo quelli cattolici. È in ogni bibliografia la sua raccolta, in molti fitti volumi, di tutti i documenti sul prima e il dopo delle apparizioni di Lourdes. Chiunque in futuro vorrà ricostruire quegli eventi, sia per confermarli che per confutarli, non potrà farlo senza tenere quei tomi sul tavolo. Ma in tanti decenni di lavoro il nostro abbé si è fatto apprezzare e stimare come il maggior storico – a livello di docente universitario, com’è stato, sia in Francia che negli Stati Uniti – non solo delle «apparizioni» mariane, ma anche di figure ed eventi cruciali, spesso enigmatici, della bimillenaria storia della Chiesa cattolica.

Ebbene, questo eccellente studioso (da sempre anche cappellano di un monastero di clausura femminile, nella banlieu parigina, dove ha casa e studio), un giorno mi confidò uno dei rifiuti che dovette opporre e che più lo amareggiarono. La Conferenza episcopale portoghese, ammirata per lo straordinario lavoro portato a termine per Lourdes, gli chiese di fare altrettanto per Fátima, raccogliendo e pubblicando, con il suo ben noto rigore, tutta la documentazione reperibile. Mi disse l’Abbé: «Al rettore del santuario di Fátima che mi era stato inviato a nome dei vescovi risposi che l’impegno, purtroppo, non era alla mia portata, visto che non conoscevo il portoghese. Il rettore replicò subito che la difficoltà era stata prevista: sarei stato ospitato, per una full immersion, in un alloggio tutto per me accanto al santuario». Don Laurentin sarebbe stato in compagnia di un ottimo docente bilingue che, in poche settimane, gli avrebbe assicurato il dominio dell’idioma lusitano, peraltro neolatino, dunque della stessa famiglia del francese. «Ma la questione della lingua era in fondo un pretesto» proseguì in quella nostra chiacchierata. «Lo confessai a quel gentilissimo sacerdote dicendogli che, pur molto rammaricandomi, non mi sentivo in grado di fare per Fátima ciò che avevo fatto per Lourdes. Qui tutto è lineare e chiaro, non ci sono segreti (se non quelli personali per Bernadette, solo per lei, tanto che se li è portati nella tomba senza nulla rivelarci). La santa veggente, chiusasi in monastero a Nevers, tacque sempre e nulla mai aggiunse a ciò che aveva riferito dopo ogni apparizione. Le stesse parole dell’Immacolata sono poche e brevi, la gran massa dei documenti è conservata in archivi ordinati e consultabili, come si addice all’organizzata burocrazia francese.» Concluse Laurentin: «Fátima, invece, è così complessa, pone tali e tanti problemi che si allungano nel tempo sino a noi da spaventare anche chi, come me, ha una lunga esperienza di ricerca».

Lourdes, «luminosa evidenza»

In effetti, in quella remota brughiera portoghese c’è un prima, con le apparizioni dell’«Angelo del Portogallo» (così si è presentato); c’è un durante con le apparizioni mariane; e c’è un dopo che giunge fino a oggi, con gli scritti di suor Lucia. Il tutto mescolato con attentati al papa, con rivelazioni di segreti in diretta televisiva mondiale, con un seguito di polemiche accese sulla verità e la completezza di quanto rivelato dalla Chiesa. A Lourdes, Roma non dovette mai intervenire: i fatti apparvero tanto chiari, la sincerità di Bernadette così manifesta, che quel gigantesco pellegrinaggio da cinque milioni di presenze l’anno poggia sulla sola approvazione del vescovo locale, nel 1862, dopo quattro anni di indagini. La Santa Sede non ha mai sentito né avuto il bisogno di confermare la verità di quelle apparizioni, tanto che Pio IX, informato dei fatti, parlò di «luminosa evidenza». Laurentin e io ci precipitammo insieme in Vaticano appena sapemmo dell’apertura agli studiosi dell’Archivio segreto: trovammo solo una cartellina sulla quale stava scritto «Lourdes». All’interno nulla, se non qualche foglio su una rattristante storia di soldi, una questione di diritti d’autore per un libro che descriveva le apparizioni.

Per Fátima, invece, il dossier vaticano è assai gonfio, continua ad aumentare e si è arricchito persino di uno studio teologico dello stesso responsabile, allora, dell’Archivio segreto, il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, quel cardinale Joseph Ratzinger che, con la sua sapienza di studioso, ha dovuto stendere una sorta  di «guida alla lettura» dello sconcertante terzo segreto, del tutto imprevisto rispetto alle infinite ipotesi avanzate. A complicare ulteriormente le cose di Fátima, ecco pure l’intervento massiccio della politica, dovuto a quei riferimenti al comunismo che proprio allora giungeva al potere in Russia: ecco la profezia sulla sua caduta, ecco l’annuncio di altre crisi che avrebbero reso grondante di sangue il XX secolo da poco cominciato. Va detto che, mentre le destre si appropriavano, da politici più che da credenti, delle parole del cielo sugli errori che «la Russia spargerà per il mondo», le sinistre (anche di appartenenza cattolica) replicavano con il silenzio, la diffidenza, spesso l’ostilità nei riguardi di queste apparizioni.

La richiesta, poi, di consacrare pubblicamente e con tutti i vescovi del mondo, all’unisono, la Russia al Cuore Immacolato di Maria, ha creato a Roma problemi sia diplomatici che teologici, anche per papi assai ben disposti. A cominciare da Pio XII consacrato vescovo – ecco una delle tante «coincidenze» enigmatiche di Fátima – il 13 maggio 1917, cioè in perfetta contemporaneità con la prima apparizione. Lo stesso papa Pacelli poi, nel 1950 – lo confermerà un appunto trovato nel suo archivio privato nel 2008 – assisterà più volte, passeggiando nei giardini vaticani, alla medesima «danza del sole» dell’ultima apparizione di Fátima. Pure san Giovanni Paolo II, come tutti sanno, fu coinvolto di persona, e dolorosamente, nel mistero portoghese, quando quei colpi di pistola risuonarono in piazza San Pietro nella data fatidica: ancora una volta un 13 maggio, nel 1981. La convinzione di papa Wojtyła di essere scampato alla morte grazie alla Madonna venerata in Portogallo fu tale da far incastonare nella corona della statua il proiettile che doveva essere mortale e che invece mancò il bersaglio per qualche millimetro: il primo fallimento di un killer professionista come Ali Ağca.

Ebbene, questi due pontefici così coinvolti di persona, Pacelli e Wojtyła, dovettero fare ben sette tentativi per ottenere l’approvazione di suor Lucia. Per la veggente le loro proposte di consacrazione del mondo al Cuore Immacolato della Vergine non erano mai sufficienti perché rifiutavano di rispettare – come, alla fine, farà san Giovanni Paolo II [talvolta compare preceduto da
“san”, altre senza: uniformato con “san”] – sia un riferimento essenziale che una modalità particolare. Introdurre, cioè, l’esplicito riferimento alla Russia comunista, persecutrice dei cristiani, e unire nella solenne liturgia l’intero episcopato mondiale.

Quel nome arabo

Ma «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fátima sia conclusa» ha ammonito Joseph Ratzinger nel suo studio teologico del 2000, dopo la rivelazione del cosiddetto «terzo segreto». Che non ci sia da illudersi (oggi più che mai, nel pieno di un drammatico confronto con il problema islamico) lo conferma anche il nome stesso del luogo: Maria ha voluto apparire nel solo posto in Europa che porti il nome della figlia prediletta di Muhammad, appunto Fátima. Una figlia veneratissima e che gli islamici considerano «regina del paradiso» assieme a Maryam, il nome coranico di Maria. A costei il Libro dei musulmani dedica un intero capitolo, una sura, e citazioni edificanti sparse nell’intero testo. Un privilegio unico, tanto che gli specialisti affermano che la Madre di Gesù è il solo possibile contatto non conflittuale tra cristiani e maomettani.

C’è anche questo nel viluppo di enigmi di Fátima, enigmi che iniziano dal nome stesso della località in cui le apparizioni si sono svolte. Un nome, si badi, non certo casuale, visto che da sempre le tradizioni locali parlavano di una principessa araba che qui avrebbe vissuto una storia di amore puro e virtuoso. Un nome che ha addirittura provocato le proteste di un Paese come l’Iran (sciita e dunque particolarmente devoto alla figlia del Profeta); l’Iran dove, anche in inchieste su giornali ufficiali e alla TV di Stato, si parla di «scippo cattolico» di un luogo islamico.

Maryam, lì, sarebbe davvero venuta, ma per i seguaci di Muhammad, non per quelli di Cristo. Qualche estremista ha addirittura minacciato di far saltare in aria il santuario cattolico, per costruire una grande moschea laddove la venerata Fátima è vissuta.

A Lourdes, negli anni Settanta del secolo scorso, una bomba venne fatta esplodere nella grotta, ma fu opera di un gruppo di anarchici che nella devozione mariana vedevano un aspetto «politico», un inganno borghese per distrarre gli oppressi.

L’avversione «laicista» per Lourdes ha sempre preferito la lotta per via giuridica: o con il sequestro del santuario (come ai tempi dei primi ministri Emile Combes e Georges Clemenceau) o con interrogazioni parlamentari per la chiusura del luogo per «ragioni igieniche», vista la concentrazione di persone con le più diverse patologie. Richieste al limite del folklore da parte di mangiapreti
un po’ anacronistici. Ben più inquietante, naturalmente, la minaccia dell’integralismo musulmano. Ma, è naturale, il credente confida che la Madonna saprà difendere quella casa erettale dai suoi figli e nella quale è sfilato sinora oltre mezzo miliardo di persone.

Insomma, c’è da capire la reticenza di quel pur agguerrito ricercatore che è Laurentin. Dietro il nome «Fátima» c’è un intreccio – denso di enigmi insolubili e di misteri al contempo confortanti e allarmanti – che unisce Cielo e Terra, papi e pastorelli, teologi e propagandisti, devoti e politici, studiosi accademici e visionari deliranti, cristiani e maomettani.

Un segno sconvolgente Frequentando e spulciando la pubblicistica in proposito, non solo italiana, so bene che essa è tanto vasta quanto, troppo spesso, parziale o addirittura inaffidabile, a seconda dell’orientamento religioso o politico dell’autore. Per stare ai cattolici: un credente progressista e uno conservatore (scusandomi di usare, solo per intenderci, queste logore definizioni) anche se si proclameranno oggettivi, daranno in realtà, e hanno dato più volte, narrazioni ben diverse sugli eventi di Fátima. Vi sono poi scaffali interi di libri devozionali, necessari e rispettabili, trattandosi qui di una delle apparizioni mariane più popolari e venerate nel due volte millenario elenco degli incontri tra la Madre del cielo e i figli sulla terra. Nel Calendario romano universale, aggiornato da Paolo VI, sono tre soltanto le mariofanie (così i teologi chiamano le apparizioni di Maria) di cui si celebra ufficialmente la memoria nel mondo intero: Guadalupe (12 dicembre), Lourdes (11 febbraio) e appunto Fátima (13 maggio).

Per tornare alle pubblicazioni divulgative e per devoti: spesso, magari con le intenzioni migliori, tentano di semplificare e normalizzare una storia che è invece articolata e fonte di problemi. Tra questi, sia ben chiaro, non c’è quello della veridicità degli eventi svoltisi qui. Fátima, fra tutte le apparizioni, è quella che ha avuto il più indiscutibile sigillo di autenticità, con quegli sconvolgenti «segni cosmici» constatati il 13 ottobre 1917 da migliaia di testimoni. Dicono gli scettici a oltranza: «Nessun osservatorio astronomico, a cominciare da quello portoghese, ha registrato alcuna anomalia nel sole». Ma per il Creatore dell’universo sarà forse difficile intervenire ad hoc, «montando uno spettacolo» (mi si perdoni l’immagine) visibile solo dal luogo dove voglia confermare la verità di un messaggio?

L’anomalia celeste su Fátima e su essa soltanto, anche se abbiamo alcune testimonianze di avvistamento del fenomeno a qualche chilometro di distanza, ribadisce l’unicità di ciò che è avvenuto in quel luogo.

Sta di fatto che le foto di cui disponiamo, scattate dagli inviati dei giornali con le loro pesanti macchine a treppiede, ci mostrano la grande folla che guarda il cielo terrorizzata, convinta che il sole stia precipitando sulla terra. E sta di fatto che non abbiamo soltanto centinaia di dichiarazioni, anche scritte, di gente presente sul posto e che confermano unanimi lo sconvolgente fenomeno; disponiamo anche della testimonianza più imprevista, perciò insospettabile. È quella dell’inviato del più diffuso quotidiano di Lisbona, portavoce inflessibile delle Logge, fanaticamente anticlericali, allora al potere in Portogallo.

Nell’affannata corrispondenza dettata, a caldo, da un precario telefono di quei tempi installato nell’ufficio postale più vicino, il giornalista riconosce con onestà che il suo articolo è l’esatto contrario di quello che prevedeva di scrivere. Infatti era stato inviato per burlarsi della credulità dei cattolici che, ne era certo, sarebbero stati delusi nella loro attesa. Ed eccolo invece a
raccontare un imprevisto clamoroso.

Sempre a proposito di credibilità di quanto successo tra maggio e ottobre 1917: lasciando da parte il capitolo controverso delle profezie (non dimenticando, infatti, che se alcune si sono realizzate, altre potrebbero esserlo nel futuro), c’è un motivo «cristiano» decisivo per credere nella verità di Fátima. Un motivo che ha tre volti: quelli dei piccoli veggenti, incapaci di mentire ma anche, pur nella loro totale ignoranza della dottrina, immersi in una sorta di consapevolezza istintiva di che significhi vivere morire da veri cristiani. Così, giustamente, ha attestato la Chiesa, elevando agli altari i due presto deceduti – Giacinta e Francesco – e circondando di rispetto la lunga vita claustrale di Lucia, l’unica superstite, secondo quanto la Vergine stessa aveva annunciato.

Come sospettare di simili testimoni che paiono davvero scelti dal cielo come i più attendibili nella paradossale prospettiva evangelica? I più poveri, i più ignoranti, i più anonimi, i più deboli? Anche a Fátima si rinnova il criterio evangelico rivelato da Cristo stesso e messo in atto pure a La Salette, a Lourdes, a Pontmain, a Banneux e quasi ovunque si parli di apparizioni: «Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli».

Madre di tutta l’umanità

Arriviamo, ora, alle pagine che il lettore ha tra le mani. Quelle finora elencate, e molte altre, sono le cose che qui ci racconta, ci chiarisce, ci spiega, con mano di esperto, Vincenzo Sansonetti, giornalista e scrittore che ha lavorato a lungo in testate sia cattoliche sia laiche. Un cristiano fedele al Magistero ma – sia per studi universitari che per esperienza professionale – lontano da ogni sospetto di clericalismo e aperto a ogni cultura.

Al giornalismo ha sempre affiancato la stesura di libri: almeno una dozzina, spesso su temi «caldi» del mondo religioso e che gli hanno dato un’eccellente conoscenza non solo di questioni storiche ma anche teologiche.

Una guida affidabile, dunque, per affrontare tutto quel mondo che indichiamo con «Fátima» e che ha la complessità di cui dicevamo. Ci sono, in Sansonetti, l’equilibrio e la pacatezza del credente che è il solo, in simili temi, a essere un «libero pensatore». Coloro che si proclamano tali, in effetti, non possono affrontare con tranquilla apertura di spirito analoghi eventi: che avverrebbe, infatti, delle loro prospettive agnostiche o atee se la ricerca dovesse portare la ragione ad aprirsi al mistero?

Dopo la descrizione accurata dei fatti, in un capitolo conclusivo Sansonetti ci spiega con larghezza, e anche con la precisione di chi conosce le leggi canoniche e i documenti ecclesiali, che cosa sia e che significato abbia, in una prospettiva di fede, un’apparizione mariana. Chiarisce bene, tra l’altro, ciò che è ignorato da molti credenti, attratti dalle pseudorivelazioni di visionari che nulla hanno a che fare con i veggenti veri.

Questi sono da ascoltare (pur con prudenza doverosa, sino al riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa), ma sono autentici e credibili solo se non ci annunciano cose «nuove», se nulla pretendono di aggiungere alla Scrittura e alla Tradizione della fede. Maria, infatti, è eternamente la donna del «Fate tutto quello che mio Figlio vi dirà» pronunciato a Cana, quando il Messia si
rivelò al mondo con il primo prodigio, mutando l’acqua in eccellente vino. Sarebbe certamente falsa un’apparizione in cui la Vergine facesse aggiunte al Credo o ne proponesse nuove interpretazioni. Se appare – e molte più volte di quanto attesti ufficialmente la Chiesa, talvolta sin troppo fedele al dovere, peraltro prezioso, di vagliare con scrupolo tali eventi – se Maria appare, dunque, è per fedeltà al suo ruolo di madre dell’umanità intera, come l’ha voluta Gesù sul Calvario, dove Giovanni che le fu affidato rappresentava simbolicamente ogni uomo e ogni donna. Una madre, dunque, che se scende dal cielo e parla non è per annunciarci un «suo» Vangelo, ma perché vuole riportarci a quello di sempre, vuole rianimarci ricordandoci che non siamo soli, vuole ricordarci aspetti del Credo che noi, suoi figli, rischiamo di dimenticare o di non praticare a sufficienza.

Ogni apparizione sembra assomigliare a ogni altra, avendo sempre al centro un appello alla preghiera e alla penitenza e, al contempo, è diversa da ogni altra per l’accentuazione di un aspetto particolare della fede. L’aura che circonda Lourdes è pacata, tanto che è stato notato che in nessun’altra occasione Maria ha tanto sorriso, giungendo sino al punto di avere addirittura riso per tre volte. Disse Bernadette: «Rideva come una bambina». E non sapeva, quella piccola oscura santa, che proprio questo avrebbe indotto gli austeri inquisitori della commissione che ne giudicava l’attendibilità a diventare ancora più sospettosi.

«Nostra Signora che ride! Suvvia, un po’ di rispetto per la Regina del cielo!» Alla fine dovettero farsene una ragione: era proprio così. Certo, non si dimentichi che Colei che nella grotta dirà di essere l’Immacolata Concezione assumerà anche un aspetto assai serio, ripetendo gli appelli alla penitenza e alla preghiera per sé stessi e per i peccatori. Ma c’è un’aria di serenità, la mancanza di
minacce di un castigo, che è forse uno tra gli aspetti che più attirano nei Pirenei le folle che sappiamo.

Misericordia e giustizia

L’atmosfera di Fátima, invece, appare soprattutto escatologica, apocalittica. Anche se, lo vedremo, con un finale che conforta e rasserena. Pare apocalittica quanto e forse più che a La Salette, nel 1846, dove ciò che caratterizza l’apparizione è il pianto della Madonna. Celle qui pleure (Colei che piange) è il titolo dato dal convertito Léon Bloy a quell’evento misterioso di un solo giorno, sulle Alpi della diocesi di Grenoble. È evidente che la ragione principale dell’apparizione portoghese è richiamare gli uomini alla tremenda serietà di una vita terrena che altro non è che una breve preparazione alla vita vera, a un’eternità che può essere di gioia ma anche di tragedia. È un richiamo alla misericordia e, al contempo, alla giustizia di Dio.

L’insistenza unilaterale di oggi sulla sola misericordia dimentica l’et-et che presiede al cattolicesimo e che, qui, scorge in Dio il Padre amoroso che ci attende a braccia spalancate e, al contempo, il giudice che peserà sulla sua infallibile bilancia il bene e il male. Ci attende sì un paradiso, ma che occorre guadagnarsi, spendendo al meglio i talenti piccoli o grandi che ci sono stati affidati. Il Dio cattolico non è di certo quello sadico del calvinismo che, a suo insondabile piacimento, divide in due l’umanità: coloro che nascono predestinati al paradiso e coloro che ab aeterno sono attesi dall’inferno. Un destino insondabile e irremovibile, al quale non si può sfuggire, checché si faccia, anche accumulando meriti: per «quel» Dio non hanno alcun valore. È così, afferma Calvino, che «Egli» manifesta la gloria della sua potenza. No, il Dio cattolico non ha nulla a che fare con simili deformazioni. Ma non è neppure il bonario permissivista, lo zio tollerante che tutto accetta e tutti egualmente accoglie, il Dio di cui parla soprattutto il lassismo dei teologi gesuiti (che furono condannati dalla Chiesa) e contro i quali Blaise Pascal lanciò le sue indignate Lettres provinciales.

Anche se suona sgradevole alle orecchie di un certo «buonismo» attuale, così insidioso per la vita spirituale, Cristo propone alla nostra libertà una scelta definitiva per l’eternità intera: o la salvezza o la dannazione. Quindi potrebbe attenderci anche quell’inferno che abbiamo rimosso, però al prezzo di rimuovere anche i chiari, ripetuti avvertimenti del Vangelo. In esso c’è sì il commovente invito di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete travagliati e oppressi e io vi darà ristoro». E tante altre sono le parole e i gesti della sua tenerezza. Eppure, piaccia o no, nei Vangeli vi è anche ben altro. Vi è un Dio che è infinitamente buono e anche infinitamente giusto e ai cui occhi, dunque, un mascalzone impenitente non equivale a un credente in Lui che si è sforzato, pur con i limiti e le cadute di ogni essere umano, di  prendere sul serio il Vangelo. E non solo nelle parole ma anche negli atti.

È una situazione di libertà lasciata alle creature che non ha trascurato (né poteva farlo) il Catechismo della Chiesa cattolica, quello interamente rinnovato, redatto per volontà di san Giovanni Paolo II e sotto la direzione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger. Un testo che ha fatto del tutto suo lo spirito del Vaticano II. È da quel testo fondante per la fede e di certo non sospetto di anacronismi, che ricordo solo alcuni paragrafi: «Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio che viene designato con la parola “inferno”». In effetti, ricorda il Catechismo, «Gesù parla ripetutamente della Geenna e del “fuoco inestinguibile” che è riservato alla fine della vita a chi rifiuta di credere e di convertirsi e dove periscono sia l’anima che il corpo». Egli stesso annuncia, con parole esplicite e dure, che «manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente». Ed è lo stesso che pronuncerà la terribile e irrevocabile condanna: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!».

L’inferno non è un’invenzione

Quel testo fondamentale dell’insegnamento della Chiesa – il Catechismo – aggiunge altre citazioni evangeliche scelte tra le molte possibili e altrettanto inquietanti. Per questo gli autori ammoniscono: «Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria liberà in vista del destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione». Sono proprio questi appelli (alla responsabilità e alla conversione) che sono al centro del messaggio di Fátima e che lo rendono più che mai urgente e attuale: certamente ancor più di quando Maria apparve alla Cova da Iria.

Da decenni, ormai, dalla predicazione cattolica sono scomparsi i Novissimi, come li chiama la teologia: morte, giudizio, inferno, paradiso. Una reticenza clericale che ha rimosso, anzi, in fondo rinnegato, il vecchio, salutare adagio che ha salvato tante generazioni di credenti: l’inizio della sapienza è il timor di Dio. Nella storia dei santi, questa consapevolezza di un possibile fallimento eterno ha costituito un pungolo costante per la pratica sino in fondo delle virtù. Sapevano che l’esistenza dell’inferno non è un segno di crudeltà divina bensì di rispetto radicale: il rispetto del Creatore per la libertà concessa alla sue creature, fino al punto di permettere loro di scegliere la separazione definitiva.

Sia nella teologia che nella pastorale oggi il doveroso annuncio della misericordia non è unito all’annuncio altrettanto doveroso della giustizia. Ma se in Dio convivono in dimensione infinita tutte le virtù, può mancare in Lui quella virtù della giustizia che la Chiesa – ispirata dallo Spirito Santo, ma seguendo anche il senso comune – ha messo tra quelle cardinali?

Non mancano teologi, anche rispettati e noti, che vorrebbero amputare una parte essenziale della Scrittura, rimuovendo ciò che infastidisce coloro che si credono più generosi e buoni di Dio.

Dicono, dunque: «L’inferno non esiste. Ma, se esiste, è vuoto».

Peccato che la Vergine Maria non sia di questo parere… È vero che la Chiesa ha sempre affermato la salvezza certa di alcuni suoi figli, proclamandoli beati e santi. Ma la stessa Chiesa non ha mai voluto proclamare la dannazione di alcuno, lasciando giustamente a Dio l’ultimo giudizio. Ma chi dicesse tuttavia che un inferno potrebbe anche esistere ma che sarebbe vuoto, meriterebbe la replica: «Vuoto? Ma ciò non esclude la terribile possibilità che siamo tu e io a inaugurarlo». Qualcun altro ha ipotizzato che la dannazione sia solo temporanea, non eterna: ma pure questo si scontra con le nette parole del Cristo, che parla più volte di pena senza fine. Dunque, a vari concili non è stato difficile respingere una simile possibilità, senza alcun appoggio nella Scrittura.

«Pregate, pregate molto»

Torniamo ancora una volta a Fátima. Come si sa (o come si dovrebbe sapere, vista la reticenza che dicevamo e che spesso dedica solo un cenno a ciò che potrebbe inquietare la sensibilità dell’uomo sedicente «adulto», in realtà così immaturo da non sopportare realtà sgradevoli), come si sa, dunque, nell’apparizione più importante, quella del 13 luglio 1917, avvenne ciò che suor Lucia narrerà così, nel 1941, nella famosa lettera al suo vescovo: Il segreto affidatoci dalla Vergine consta di tre parti distinte, due delle quali sto per rivelare. La prima, dunque, fu la visione dell’inferno. La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra.

Immersi in quel fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana fluttuavano nell’incendio, portate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti simili al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione, che mettevano orrore e facevano tremare dalla paura…

Continua Lucia, dopo altri particolari terribili: «Questa visione durò un momento. E grazie alla nostra buona Madre del cielo, che prima ci aveva prevenuti con la promessa di portarci in cielo, nella prima apparizione, altrimenti credo che saremmo morti di spavento e di terrore». Giacinta, spirando tre anni dopo, ancora bambina di 10 anni e ancora sconvolta per quello che aveva visto in quei pochi istanti, dirà sul letto di morte: «Se solo potessi mostrare l’inferno ai peccatori, farebbero di tutto per evitarlo cambiando vita».

A coloro, magari anche credenti, che cercassero di rassicurarsi alzando con sufficienza le spalle e parlando di fantasie esaltate di fanciulli ignoranti e denutriti, va precisato che simili visioni dell’inferno non sono affatto isolate nella storia della Chiesa. Scorgere questa terribile realtà è un’esperienza che hanno vissuto molti santi e sante. E la loro credibilità anche psicologica e mentale è stata vagliata con rigore nei processi canonici. Per limitarci alle più note e venerate delle sante ecco, tra le altre, santa Teresa d’Avila, santa Veronica Giuliani, santa Faustina Kowalska. E, tra gli uomini, poteva forse mancare quel san Pio da Pietrelcina, lo stigmatizzato che visse nel soprannaturale come fosse la condizione più naturale, al punto di stupirsi che gli altri non vedessero quel che lui vedeva?

A Fátima, a conferma della centralità nel messaggio del pericolo di perdersi, sta anche il fatto che l’Apparsa insegna ai veggenti una preghiera da ripetere nel rosario dopo ogni decina di Ave Maria. Preghiera che ha avuto una straordinaria accoglienza nel mondo cattolico, tanto che è recitata ovunque si preghi con la corona mariana e che dice: «Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente quelle più bisognose della tua misericordia».

Parole, come si vede, tutte centrate sui Novissimi e dettate ai bambini dalla Vergine stessa. Ciò che soprattutto il cristiano deve implorare è la salvezza dal «fuoco dell’inferno», oltre a chiedere alla misericordia divina una sorta di… sconto di pena per chi soffre in purgatorio. Dirà la Madonna, «con aria assai addolorata», come annota suor Lucia: «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori. Molte anime vanno infatti all’inferno perché non c’è nessuno che preghi e si sacrifichi per loro».

Sotto il suo mantello

Ma torniamo alle ultime righe del resoconto della testimone Lucia, dopo la visione della sorte terribile dei peccatori impenitenti: «Alzammo gli occhi alla Madonna, che ci disse con bontà e tristezza: “Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarli, Dio vuole istituire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno”». Ecco, dunque, il consolante tocco tutto cristiano, anzi cattolico: per certo cristianesimo (ne abbiamo accennato) che predica una versione estrema e crudele della predestinazione, non c’è nulla da fare per coloro che ab aeterno sono destinati alla perdizione, senz’altra ragione che una presunta «gloria di Dio». Non possono aiutare se stessi neppure con una
vita la più devota, né possono essere aiutati dalle preghiere di chiunque altro. Disperante situazione, che spinge a cercare in ogni modo il successo umano, come «segno» della benedizione di Dio e dunque dell’esclusione dalla «lista» dei predestinati alla dannazione.

Non così per quella Madre di Dio cui va la speranza fiduciosa del cattolico. Al quale è detto dalla Signora stessa che la verità impone di ricordare che corrono un grave rischio gli uomini immemori della serietà del Vangelo. Ma la misericordia del cielo è subito pronta a proporre un rimedio: rifugiarsi sotto il mantello di lei, Maria, confidare nel suo Cuore Immacolato, aperto a chiunque chieda la sua materna intercessione. Ai tre bambini scelti come portavoce (risibili, per il mondo, ma non per Dio) è mostrato sì l’inferno, parole gravi sono sì pronunciate, ma sono anche indicati i rimedi per la salvezza. Se accompagnati dalla recitazione del rosario e da penitenze anche piccole, simboliche, per i peccatori, basterà accostarsi per cinque sabati di seguito ai sacramenti della confessione e, soprattutto, dell’Eucaristia per ottenere dalla misericordia divina l’aiuto inestimabile per una buona morte. L’inferno c’è, ma c’è anche un Dio che vuole che tutti si salvino e giunge a indicare addirittura dei «modi» per scampare al pericolo. Ingenuità? Bambinate?

Sciocchezze di cui sorridere? Certo, per lo spirito del mondo, non per il paradosso evangelico: «Se non vi farete come bambini non entrerete nel regno dei cieli».

Il peso crescente del peccato è grave, ma sono indicati i rimedi e, soprattutto, l’Apparsa ha in serbo un happy end, con le parole giustamente famose e giustamente fonte di speranza per i credenti. Infatti, dopo avere profetizzato le molte tribolazioni del futuro, Maria annuncia, a nome del Figlio: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà». Perciò la salvezza personale è possibile – ed è sorretta dal cielo stesso – pur nel dilagare dell’iniquità. Ma possiamo anche sperare nella conversione del mondo, in un futuro imprecisato e che Dio solo conosce, confidando nel cuore della Madre di Cristo, potente avvocata della causa dell’umanità.

A che «servono» le apparizioni? ci chiedevamo all’inizio. Fátima è tra le risposte maggiori, per un mondo che sempre più dimenticava, e oggi ancor più dimentica, il significato vero della vita sulla terra e la sua continuazione nell’eternità. Fátima è un messaggio «duro» che, nel linguaggio odierno, diremmo «politicamente scorretto»: proprio per questo è evangelico, nella sua rivelazione della verità e nel suo rifiuto di ipocrisie, eufemismi, rimozioni. Ma, come sempre in ciò che è davvero cattolico, dove tutti gli opposti convivono in una sintesi vitale, la «durezza» convive con la tenerezza, la giustizia con la misericordia, la minaccia con la speranza. Così, l’avviso che ci è giunto dal Portogallo è, al contempo, inquietante e consolante.

Questo ci confermano, con chiarezza e con ottima preparazione storica e teologica, le pagine di questo libro.