UNA PREFAZIONE DI MARCO TOSATTI

Deve essere veramente grande – e giustificata – l’ammirazione che Aurelio Porfiri ha per Vittorio Messori, per scrivere un libro su di lui; per ringraziarlo di essere stato lo strumento geniale di un percorso spirituale che non si è più fermato. Aurelio Porfiri è un uomo pieno e poliedrico, sempre spumeggiante di iniziative di ogni genere; per cui scrivere un libro per dimostrare gratitudine e ammirazione va da sé. Tutto questo per dire che ci sono sicuramente molte, ma davvero molte altre persone che libri non ne scrivono, però nutrono gli stessi sentimenti nei confronti di Vittorio Messori. E a ragione. Perché siamo di fronte a uno degli apologeti – e uso questa parola nel senso più nobile del termine, per fargli un complimento – più importanti dei nostri tempi. Non pensiate che esageri se mi vengono in mente nomi come quello di Chesterton, Clive Staple Lewis, Charles Peguy, per non citarne che alcuni. Tutti protagonisti della grande sfida che da oltre due secoli impegna il mondo, anzi il Mondo e la Chiesa; e che in ultima analisi consiste nella domanda di sempre: si può ancora credere, e perché, e a che cosa? La risposta di Messori è in positivo: sì, si può credere. Non solo: credere è la cosa più razionale che l’uomo di oggi possa fare, e credere a questa storia incredibile che ha origine nella Palestina romana di duemila anni fa.

Leggere il bel libro di Aurelio Porfiri non è solo gradevole ma utile e necessario. Perché ricorda tutte le razionali, fondate storicamente, puntigliosamente controllate battaglie per ricostituire la verità storica contro un paio di secoli – e un pezzetto di quello che stiamo vivendo almeno – di diffamazione, denigrazione e pura e semplice menzogna nei confronti dei cattolici, e della Chiesa cattolica. Perché gli attacchi sono sempre gli stessi, ripetuti in base alla propaganda, a cui quello che dice la Chiesa dà fastidio anche e ancora oggi, come accadeva nel ‘700, nell’800 e nel ‘900.

Vittorio Messori ovviamente lo conosco da molti anni. È di qualche anno più anziano di me (sono nato nel 1947) e le nostre strade si sono incrociate più volte. La prima fu nel 1981, e allora per me era solo un nome. Il vaticanista della Stampa, Lamberto Furno, decise di lasciare, e andare a lavorare con Antonio Ghirelli in un giornale che non ebbe lunga vita. Si pose il problema della successione. Il vicedirettore della Stampa, Giovanni Trovati, con il suo fiuto usuale, voleva Vittorio Messori, autore di Ipotesi su Gesù, in quel posto. Il direttore, Giorgio Fattori, per motivi che non ho mai saputo, optò per il sottoscritto. E possiamo dire che questa scelta non so se sia stata fortunata per Vittorio, ma per i suoi lettori sì; perché gli ha consentito di dedicarsi quasi
totalmente alla produzione editoriale, senza restare invischiato nella quotidianità dell’informazione, eccitante ed affascinante, ma sicuramente dispersiva.

Da allora ci siamo trovati – non fisicamente, ma spiritualmente sì – molte volte. In storie che hanno alcune caratteristiche comuni: entrambi ci siamo ritrovati cristiani da radici e vite certo ben lontane da madre Chiesa.

Il lavoro che Vittorio ha compiuto da allora – siamo negli anni ’70 – lo colloca egli stesso nel libro in una prospettiva storica: “È una storia che comincia da lontano. A partire dal Settecento, l’Illuminismo si propose soprattutto un obiettivo: sostituire la religione con la politica e la cultura. Intesa, quest’ultima, nel senso restrittivo, accademico. Non a caso, quella culturale divenne una vera e propria religione, con i professori (e, in genere, gli intellettuali) come nuovi sacerdoti che sostituissero i preti. Significativo l’uso del termine cattedra (il docente come cattedratico), soprattutto universitaria: non dimentichiamo che «cattedra» – da cui «cattedrale» – era il luogo dal quale il vescovo insegnava. Ora, il magistero passava ai professori. Alla devozione si sostituiva l’erudizione; al seminario il collegio universitario; al breviario il manuale; alla summa teologica quella enciclopedia delle scienze e delle tecniche che non a caso fu lo strumento cui subito gli illuministi misero mano”.

Da allora l’agenda non è cambiata: e Vittorio si è messo all’opera, e ancora lavora, per dimostrare che è un’agenda fasulla, e che credere, razionalmente, laicamente, senza rinunciare al proprio cervello è molto meno bigotto dell’alternativa. E dal momento che come scrittore è brillante, e la sua logica è stringente, ci riesce anche, e bene.

Siamo nel centenario delle apparizioni di Fatima, e non si può non citare quello che Vittorio dice di questo fenomeno straordinario, ponendolo a fianco di un’altra mariofania, quella di Lourdes. “Ma l’atmosfera di Lourdes è pacata, serena.

L’atmosfera di Fatima è invece drammatica, è gravida di segreti, gravida anche di eventi spettacolari, come il sole che si mette a roteare. È anche una apparizione inquietante: addirittura Maria spaventa i bambini, facendo vedere loro l’inferno. E quindi l’atmosfera a Fatima è diversa, è un’atmosfera apocalittica, escatologica, mentre quella di Lourdes è un’atmosfera serena… A Fatima invece Maria conforta nel disastro già in corso, perché le ideologie del mondo si stavano davvero scatenando, appare in piena prima guerra mondiale. Perché durante la prima guerra mondiale? Perché questa guerra è stata quella dell’ideologia nazionalista dopo la quale arriverà, l’ideologia marxista. Il ventesimo secolo è stato chiamato il secolo delle idee omicide”.

A Vittorio sono grato, oltre che per la sua amicizia, per avermi insegnato tanto tempo fa come la Chiesa Cattolica Romana debba essere quella dell’et-et, e non quella dell’aut-aut.

In essa sono convissute sempre anime differenti, e la saggezza dei Pontefici passati è stata quella di capirlo, riconoscerlo e accettarlo. Anche nella scelta degli uomini. Una prassi che
nell’attualità che viviamo ci sembra trascurata; e infatti mai come in questo momento storico si percepiscono divisioni e fratture nella Chiesa.

Il libro di Porfiri termina con un’intervista molto familiare, cuore a cuore. E su un punto dobbiamo eccepire. Eccolo: “Lascio ad altri il giocare a fare i giovanilisti, sforzandosi di rimuovere
quell’anagrafe che in realtà è implacabile. In fondo, l’11 febbraio 2013– non a caso, credo, nella ricorrenza di Nostra Signora di Lourdes – in quel giorno in cui Joseph Ratzinger ha rinunciato al suo mandato di Pontefice, ho sentito che il mio tempo era finito. E’ finito soprattutto perché i miei Papi sono stati Giovanni Paolo II e, poi, Benedetto XVI.

Adesso tocca ad altri misurarsi con altri pontificati”. Eh no, Vittorio. Questa non te la facciamo passare. Un po’ di civetteria va bene, rientra nel personaggio che sei, ma è troppo presto per dire: “Oggi si fanno grandi preparativi per un qualunque viaggio turistico e ci si dimentica di prepararsi per il Viaggio per eccellenza, quello che ha per meta nientemeno che l’eternità”.

Preparati come vuoi, ma non in silenzio; e per favore, non tirare i remi in barca. In una Chiesa in cui ci si tirano in testa gli aut-aut ogni cinque minuti c’è proprio bisogno che la tua
penna ci ricordi ancora, e di frequente, la ricchezza dell’et-et, lo splendore e la grandezza che ciò ha significato per Roma. C’è più che mai bisogno di te, e della tua razionalità, quella che ha convinto così tante persone che credere è la cosa più logica, nel momento in cui il Preposito Generale della Compagnia di Gesù afferma che non sappiamo bene che cosa Gesù ha detto perché non c’erano registratori…(Parentesi: ma voi impegnereste la vostra vita sotto il Nome di Qualcuno che non si sa che cosa abbia detto realmente?). E tu vorresti calare le vele proprio ora? Ma ti pare?

Marco Tosatti