«I fedeli sono allarmati. E anche Bergoglio ormai teme lo scisma»

La Verità :: 28 ottobre 2019 :: di Stefano Filippi

Quarantatré anni dopo la prima edizione, torna in libreria Ipotesi su Gesù, il libro che rivelò il talento di Vittorio Messori, studioso e giornalista che pochi anni prima si era convertito al cattolicesimo abbandonando l’agnosticismo nel quale era cresciuto a Torino. Messori è una delle voci più autorevoli e ascoltate del mondo cattolico: ha redatto oltre una ventina di volumi, è stato il primo laico a realizzare un libro intervista con un Papa (Giovanni Paolo II) e un prefetto dell’ex Sant’Uffizio poi diventato Papa (Joseph Ratzinger), ha scritto a lungo per il Corriere della Sera, La Stampa, Avvenire, Jesus. Negli ultimi anni ha preferito ritirarsi a studiare.

Un silenzio ora rotto con l’uscita di una nuova edizione del suo «best seller» presso le Edizioni Ares, molto vicine all’Opus Dei.

Perché ripubblicare Ipotesi su Gesù dopo 43 anni?

«Il libro continuava a vendere nonostante la sua “anzianità”, che poi credo non esista perché in fondo è un volume che si interroga sulla verità del Vangelo. Ê un tentativo di rispondere a questa domanda: quella narrazione è vera o no? I Vangeli raccontano una storia autentica o sono semplicemente una raccolta di miti orientali?».

Un interrogativo sempre attuale, dice lei.

«Gli uomini continueranno a porselo fino a quando il cristianesimo esisterà, e io credo per sempre. Da tempo ricevevo mail, lettere, telefonate da persone che non riuscivano più a trovare Ipotesi su Gesù. L’avevano letto magari da giovani e volevano regalarlo ai figli e agli amici. Qualcuno addirittura è venuto a bussare alla porta della mia casa».

Come mai non si trovava più?

«L’avevo pubblicato con la Sei, Società editrice internazionale, diretta discendente della tipografia di don Bosco. Per ragioni economiche, la Sei ha deciso di fondersi con un’altra editrice cattolica, La Scuola di Brescia, e di pubblicare soltanto libri di testo scolastici abbandonando la varia».

E nel catalogo abbandonato c’erano anche le sue opere.

«I diritti sono ritornati a me. Numerosi editori mi hanno fatto sapere che erano disponibili ad acquisirli per la ripubblicazione, ma ho preferito cederli a un’altra editrice cattolica, la Ares, visto che ho molti amici e mi potevo fidare».

A cominciare da Cesare Cavalieri, che ne è il fondatore e l’anima.

«Appunto. In verità, in questi 40 anni non avevo mai avuto il coraggio di riprendere in mano questo libro e se necessario di rinfrescarlo. Invece stavolta vi sono stato in qualche modo costretto. E ho avuto conferma che l’interesse c’è ancora: la prima edizione è già esaurita e si parla di una ristampa».

Quante copie ha venduto in questi 43 anni?

«É un calcolo difficile. Certamente solo in Italia ben oltre i milione di copie, senza contare le edizioni economiche. All’estero il libro è stato pubblicato in 24 lingue, mal’esperienza mi dice che sono di più. Mi è capitato di incontrare missionari che venivano da Paesi lontani e mi dicevano di averlo trovato tradotto nella lingua del posto dove si trovavano. Sono le edizioni pirata, per non pagare i diritti d’autore all’editore italiano e all’autore».

Uno dei maggiori successi letterari degli ultimi decenni.

«Ogni volta che vedevo Umberto Eco ci prendevamo un po’ in giro conteggiando le traduzioni nel mondo. Lui con Il nome della rosa, io con le Ipotesi. Lo misi ko la volta in cui gli dissi che lui non aveva, come me, l’edizione in braille, la lingua dei non vedenti. E allora Eco si arrese».

Eravate amici?

«Nonostante la diversità di prospettiva religiosa e di età, gli sono stato molto amico. Ne apprezzavo l’intelligenza, la cultura, il savoirfaire. Eco mi faceva un po’ di rabbia. Mi chiedevo perché non fosse rimasto cattolico; in quel caso, la Chiesa avrebbe avuto in lui uno dei maggiori autori. Il suo fu un abbandono esplicito. Un giorno mi disse: “Sono un apostata”. Era entrato all’università di Torino da dirigente dell’Azione cattolica, e ne era uscito ateo, o quantomeno agnostico. Una dozzina d’anni dopo, io entravo nello stesso ateneo da agnostico e ne uscivo cattolico».

Un bel paradosso.

«Abbiamo avuto vite parallele ma rovesciate. Io non pensavo di diventare cattolico. Anzi, avrei pensato che fosse di malaugurio se qualcuno l’avesse previsto. Mi sono laureato con Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, i santoni del laicismo italiano. Ero una loro speranza, il posto di assistente per me era pronto. Si scandalizzarono molto quando dissi loro che pur non cercandolo ero diventato cattolico. Essi in qualche modo mi rinnegarono. Il bello è che io non ho rinnegato loro e il loro insegnamento di essere rigoroso nella ricerca. Non ho mai trascurato il proposito di studiare come un buon professore e di scrivere come un buon giornalista».

Anche per questo Ipotesi su Gesù è diventato un «long seller»?

«Nessuno mi ha mai potuto contestare sul piano storico. Le contestazioni che ho avuto sono state sul piano ideologico da chi la pensava diversamente da me. I miei maestri di Torino, e lo capii soltanto quando scopersi il Vangelo, erano prigionieri di un razionalismo che non faceva posto a nient’altro. Io invece capii, con Pascal, che. l’ultimo passo della ragione è riconoscere che al di là delle sue possibilità c’è il mistero. Questo loro non potevano accettarlo».

Non riconoscevano che nella vita esiste un mistero?

«La ragione va usata fino in fondo. E arrivati in fondo ci si accorge che si apre un mondo misterioso oltre i confini razionalisti. Quando scoprii Pascal non sapevo nulla della religione e del catechismo. La mia era una famiglia di mangiapreti di origine emiliana, a scuola mai nessuno ci parlò di Gesù Cristo o altro. Quando cascai nella trappola che mi fece intravedere l’Atlantide cristiana, ho dovuto ricominciare da capo. Tra la scoperta della religione e l’uscita di Ipotesi su Gesù passarono io anni, che trascorsi a studiare».

Che cosa la convinse del cattolicesimo?

«Mi sono reso conto che la sua chiave è l'”et et”, ovvero che è inclusivo, mentre non lo è il protestantesimo, il cui motto è “aut aut”. Un giorno chiesi a uno dei miei maestri, Jean Guitton, accademico di Francia, di dire in una sola riga perché fosse cattolico. Mi rispose: “Perché voglio tutto e non voglio rinunciare a nulla”».

Il libro uscì nel 1976, nel pieno degli annidi piombo.

«Era l’anno in cui per la prima voltai voti al Pci superarono quelli della Dc. Il clima non era certo favorevole a un testo sulla storicità dei Vangeli. Ma il mondo cattolico era ancora numeroso. Ora i cattolici sono più che dimezzati. Direi però che i superstiti sono più motivati e più informati di un tempo, quando essere cattolico era qualcosa di ereditario. Adesso il cattolicesimo sta diventando una scelta e questo non è un male, perché la fede non è un’imposizione ma una proposta. Oggi i cattolici credono perché ne sono convinti, non perché ne sia impregnato l’ambiente».

Non crede che la popolarità di Ipotesi su Gesù contenga anche una ricerca di punti fermi, di quel rigore che lei ha posto nella ricerca storica?

«Oggi con Bergoglio si ha l’impressione che si voglia in qualche modo mettere le mani sulla dottrina. Il Papa è il custode del depositum fidei. Dopo il Concilio, i tre grandi papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno molto modernizzato lo spirito con cui leggere e vivere il Vangelo, ma non si sono mai permessi di toccare la dottrina».

E papa Francesco?

«L’impressione è che Bergoglio metta le mani su quello che un Papa invece dovrebbe difendere. La dottrina così come è stata elaborata in 2.000 anni di ricerca viene consegnata al pontefice perché la difenda e non la cambi. Ora l’impressione è che stia avvenendo proprio questo, e ciò allarma soprattutto i credenti. Lo stesso Bergoglio di recente ha riconosciuto
che qualcuno sta meditando uno scisma. Cosa che egli comunque dice di non temere».

Lei che sensazione ha?

«Certamente lo scisma non avverrà, ma c’è forte inquietudine perché siamo di fronte al primo Papa il quale molte volte sembra dare del Vangelo una lettura che non segue la tradizione».

La nuova edizione di Ipotesi su Gesù può rispondere a queste inquietudini?

«Questo è un libro di storia, secondo i miei studi e gli approfondimenti culturali posteriori. Un volume che affronta la verità del Vangelo, che vuole scavare attorno alle radici dell’albero cristiano, verificare se tali radici ci sono e se sono abbastanza solide. Non mi occupo di questioni teologiche, così come non mi sono quasi mai occupato di morale».

La morale è meno importante?

«Tutt’altro, ma è da seguire se si è convinti che il Vangelo da cui viene ricavata non sia una leggenda. E io ho inteso rispondere alla domanda cruciale di Gesù: voi chi dite che io sia? È un interrogativo esplicito. Ho cercato di raccogliere la sfida e di verificare se egli fosse semplicemente un carismatico ebreo di Galilea oppure se sotto questa apparenza umana ci fosse in realtà un Dio incarnato, il Dio fatto uomo».

Anche gli apostoli si chiedevano «Chi è costui?». E la domanda è aperta anche dopo 2.000 anni.

«È una questione che Gesù pone a tutti gli uomini. Per questo non mi stupisce che il mio libro continui a diffondersi. È un testo che non ha tempo perché risponde a una domanda che non può invecchiare».