Tornano le Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori

di Giovanni Panettiere . Novembre 2019 :: Quotidiano Nazionale

«Voi, chi dite che io sia?». Ruota attorno a questo interrogativo, posto da Gesù agli apostoli, l’intero Vangelo di Marco, non solo il più antico dei quattro canonici (70 d.C.), ma anche quello che meglio sviscera la natura di Cristo. Una persona straordinaria, una leggenda tramandata nei secoli oppure il vero Dio e vero uomo della dottrina cristiana? Nel 1976, facendo tesoro della lezione del filosofo francese Jean Guitton, lo scrittore Vittorio Messori affacciò queste tre risposte alla domanda chiave del Nazareno. Ne nacque un best seller, ‘Ipotesi su Gesù’, che oggi, dopo aver venduto oltre un milione di copie ed essere stato tradotto in ventidue lingue, viene riedito in una nuova veste grafica. Il libro ha rilanciato, in Italia e non solo, l’apologetica, un genere letterario che nella difesa pugnace dei dogmi di fede trova la propria essenza. Messori come Tertulliano. Se quest’ultimo nel II secolo fustigava Marcione, che rinnegava l’Antico Testamento, il primo duella con quelli che chiama «gli apostoli del dialogo, in primo piano oggi nella Chiesa», rei, è l’affondo dell’autore 78enne di «aver annacquato la figura di Cristo fino a favorirne l’indifferenza della nostra società».

Quarantatré anni fa, lei scrisse ‘Ipotesi su Gesù per dimostrare ai non credenti come ragione e storia confermino la verità del Vangelo. Erano i suoi destinatari, eppure?

«Conservo ancora trenta faldoni di lettere di preti, religiosi, persino vescovi che mi ringraziavano per la mia opera grazie alla quale  avevano scoperto la figura di Gesù nella sua integralità. Questo, da una parte, mi ha fatto piacere, dall’altra, mi ha molto rattristato. Era la prova provata di una certa ignoranza della Chiesa su Cristo».

Quando uscì il libro, era alta l’attenzione su Gesù, almeno per la sua straordinaria umanità, Fabrizio De André la celebrò nel disco ’La Buona novella’’. Oggi prevale l’ipotesi mitica-leggendaria?

«Temo piuttosto che ci sia una crescente indifferenza verso il Nazareno di cui l’istituzione ecclesiale, almeno in parte, deve sentirsi responsabile. È la conseguenza dell’appiattimento del messaggio cristiano su tematiche sociali e politiche, la povertà materiale, la questione migratoria».

Non era forse lo stesso Gesù a prendersi cura dei malati, a parlare con gli emarginati, come la Samaritana?

«Nessuno dice che non ci debba essere un’attenzione verso gli ultimi, ma la croce, simbolo della fede, non ha solo una barra orizzontale. Oggi la Chiesa predilige la prossimità e dimentica la dimensione verticale».

Non sa più innalzare l’uomo al cospetto di Dio, al mysterium tremendum et fascinans, per citare il teologo Rudolf Otto?

«D’altronde l’ha detto papa Francesco che la priorità non è parlare degli angeli, ma degli immigrati. Io, invece, resto convinto che andrebbe recuperato il senso del sacro, la verità della fede. Migliaia di missionari sono morti o hanno rischiato la vita per convertire l’uomo al Vangelo. Eppure adesso la Chiesa sembra fare marcia indietro, preoccupata del fatto che l’evangelizzazione non turbi la cultura di popoli indigeni»

Allude alla relazione finale del Sinodo sull’Amazzonia che riconosce le nefaste complicità ecclesiali con il colonialismo?

«In quel documento, come in tanti altri del magistero recente, si fa fatica a trovare qualche riferimento a Gesù, alla sua morte e resurrezione. Prevalgono il dato sociologico e politico, ma la comunità cristiana non è una ong».

Una società distratta, una Chiesa politica: che senso ha allora, in un contesto simile, rilanciare il suo bestseller su Gesù?

«Non sarei troppo pessimista, mi hanno chiesto di ristampare il libro a furor di popolo. Quando uscì, ottenne successo attraverso il passa parola, sarà uguale anche adesso. Atei e gli agnostici in fondo sono sempre attratti da Dio: la paura della morte porta con sé inevitabilmente domande sull’Altissimo e l’Aldilà».

Vede quindi uno spazio di manovra per l’apologetica oggi?

«Sì, c’è sempre bisogno di agganciare la fede a un chiodo sicuro. Il dialogo con tutti rischia di scivolare nel sincretismo, se non si fonda sulla dottrina».

Lei è un convertito, la fede è tutto?

«Sono nato a Sassuolo da una famiglia anticlericale. Mi sono laureato a Torino in Scienze politiche con due giganti del razionalismo, Galante Garrone e Norberto Bobbio. Sono caduto nel buco bianco della fede non per scelta, ma per caso dopo la lettura del Vangelo. Io non ho mai rinnegato i miei maestri, loro sì. Parafrasando Blaise Pascal, nella fede le ragioni del cuore vanno coniugate con quelle della ragione».