E don Calabria mandò un segno a Messori

L’Arena di Verona, 26 agosto 2018, di Stefano Lorenzetto

Vittorio Messori è un uomo molto attento ai simbolismi. Appassionato mariologo (studioso della Madonna, e non è una battuta), spesso trascorre le vacanze estive a Lourdes. Un giorno arrivò a propormi di scambiarci le rispettive abitazioni.

Da Desenzano sul Garda, dove vive, avrebbe voluto trasferirsi a Santa Maria in Stelle solo per potersi fregiare di questo toponimo mariano sulla carta da lettere.

Non mi stupisce dunque che il 4 settembre ritorni in libreria con un saggio intitolato Quando il cielo ci fa segno (Mondadori). La «c» minuscola del soggetto non solo contraddice la maiuscola prescritta dallo Zingarelli quando l’alto spazio convesso sulla Terra assume il significato di dimora ultraterrena, ma è una distinzione ortografica che attesta come il massimo autore cattolico sia molto religioso e poco clericale, benché risulti l’unico italiano vivente citato da Benedetto XVI nel Gesù di Nazaret e il solo giornalista al mondo ad aver intervistato due pontefici, Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger.

Il sottotitolo del saggio che sta per uscire è intrigante: Piccoli misteri quotidiani. Messori mostra una predilezione per il significato dei segni. Fra questi, non mi sentirei di escludere quelli zodiacali. Una volta mi bacchettò bonariamente in privato perché avevo scritto qualcosa contro gli strologhi alla Branko. Mi fece notare che tutta la filosofia e la teologia medievali, compreso San Tommasod’Aquino, credono nella verità dell’astrologia, certo non quella degli oroscopi sui giornali.

Un mistero ti accoglie subito sulla porta del suo appartamento desenzanese, dove vive con la moglie Rosanna Brichetti, donna di una spiritualità pari alla sua (anzi superiore, secondo lui). È una formella del Quadrato magico di Pompei, salvatosi dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo, formato da cinque parole palindrome di cinque lettere scolpite una sotto l’altra – sator, arepo, tenet, opera, rotas, cioè «il seminatore Arepo tiene con cura le ruote» – che si possono leggere da sinistra verso destra e da destra verso sinistra. Disposte però a forma di croce, le lettere formano due «Paternoster» arricchiti da due «a» e da due «o», l’Alfa e l’Omega di cui parla il libro conclusivo del Nuovo Testamento e della Bibbia, cioè Cristo: «Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine». (Apocalisse 22, 13). A 4 chilometri da Desenzano, Messori ha una seconda abitazione, dove passa più tempo che a casa. È l’abbazia benedettina di Maguzzano, fondata nel IX secolo e divenuta sede del suo pensatoio. Ci visse Merlinus Cocaius, soprannome di Teofilo Folengo,nato a Mantova nel 1491, il quale, accolto sui 16 anni al Polirone, il millenario monastero di San Benedetto Po caro a Matilde di Canossa, che volle esservi sepolta, ben presto ne uscì, renitente com’era alle regole monastiche, e prese a vagabondare per l’Italia. Per un certo periodo, visse con una fanciulla e campò di versi, scritti per i matrimoni e i funerali dei ricchi.

Dopo varie peripezie, Merlin Cocai fu riammesso in monastero. Ma la fregola non gli era del tutto passata, ragion per cui si narra che i superiori lo avessero confinato a Maguzzano per un lungo periodo d’isolamento. Il Polirone aveva acquistato e ricostruito l’abbazia benacense allo scopo di farne un’infermeria per imalati, un’oasi di ristoro per i monaci di San Benedetto Po prostrati dal clima in clemente della Bassa mantovana e un luogo di confino per i religiosi indisciplinati. Messori mi ha spiegato d’aver scovato indizi importanti circa il fatto che «la bell’arte macaronica» del poema Baldus, progenitrice della lingua italiana, sia nata proprio a Maguzzano.

Qui vi era da tempo immemorabile una cascina detta «della Macarona», dove Folengo passava le giornate bevendo il rosso locale e pizzicando le natiche delle contadinotte per saggiarne la consistenza. Ancor oggi esistono la via e la corte Maccarona, dalle quali il Baldo appare incombente. Il massiccio montuoso che separa il Garda dalla Valdadige riempie il paesaggio al di là dell’azzurro delle acque: è di questa visione che si saziarono gli occhi di Merlin Cocai, sino a fargli decidere di dare il nome del monte all’eroe popolare Baldo, discendente del paladino Rinaldo. Ed ecco spiegata l’etimologia di maccheronico, o maccaronico, il latino grossolano parlato dai cuochi dei monasteri.

Nel 1796, dopo aver cacciato i monaci, bruciato archivi e biblioteca, rubato i quadri, Napoleone Bonaparte soppresse l’abbazia e la vendette come cascina.

A riportarla a nuova vita provvide, nel 1904, una comunità di trappisti espulsi dall’Algeria. Quando se ne andarono, nel 1938, il complesso monastico fu acquistato da don Giovanni Calabria, il futuro santo, fondatore dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, che lo frequentava con assiduità.

Credo – meglio, sono certo – che Messori abbia impiegato a Maguzzano larga parte dei diritti d’autore percepiti per i suoi best seller, a cominciare da Ipotesi su Gesù, la prima opera uscita nel 1976, un successo da oltre 1,5 milioni di copie, tradotto persino in cinese, coreano e arabo, che viene tuttora richiesto ogni anno da 20.000 lettori.

Su un poggio che domina il Garda, immerso nel verde, ha fatto erigere una chiesa all’aperto, con altare e panche, una sorta di copia della casa di Maria a Efeso.Nell’impresa s’è fatto assistere da Emilio Cupolo, un architetto che confida solo nell’angelo custode (grazie al quale, in maniera rocambolesca, a Cuba divenne amico di Fidel Castro) e che di solito costruisce ville per Vip (vendette la sua, la più bella di Desenzano, a Enrico Preziosi, presidente del Genoa).

Nell’oasi spirituale ogni alberorecauna targhettaconintenzioni di preghiera che hanno già propiziato miracoli. Per esempio quello di Caterina, la figlia di Antonio Socci, un collega con cui Messori non sempre ha intrattenuto rapporti idilliaci, la quale è tornata a chiamare per nome i genitori dopo essere stata in arresto cardiaco per un’ora e mezza, un evento incompatibile con la prosecuzione della vita: se il cuore si ferma, dopo un tempo che varia dagli 8 ai 15 minuti il cervello muore per anossia. Lo scrittore ha anche trasformato il cortile d’ingresso dell’abbazia in una specie di succursale del Museo lapidario maffeiano di Verona. Non ho mai contato le iscrizioni che vi ha fatto sistemare a sue spese, a cominciare da quella dedicata al cardinale Reginald Pole, che qui soggiornò nel 1553, svolgendo una febbrile attività diplomatica affinché la Chiesa d’Inghilterra tornasse sotto il papato.

So solo che una decina di anni fa Messori si mise in testa di collocare in quel luogo un Leone di San Marco, a riparazione dell’insulto arrecato all’abbazia dalla soldataglia napoleonica.
Si rivolse a me per trovare un mecenate, che individuai in Sandro Boscaini, detto mister Amarone, il quale con molta pazienza scovò in Valpolicella uno scultore capace di realizzare il simbolo della Serenissima. Successive elargizioni della Fondazione Masi, quella che ogni anno assegna il premio Civiltà veneta, hanno permesso di abbellire l’antico monastero anche con uno stemma benedettino e con un tondo in terracotta che raffigura San Benedetto nell’atto di mostrare la Regola, entrambi voluti dallo scrittore. Mi sono sempre domandato quale fosse il motivo per cui Messori dispiega da così lungo tempo a Maguzzano questo ardore mistico. L’ho capito leggendo le bozze di Quando ilcielo ci fa segno, che l’ufficio stampa della Mondadori ha voluto inviarmi in anteprima. Lì ho scoperto che uno dei «piccoli misteri quotidiani» riguarda proprio l’abbazia cara a don Giovanni Calabria, che vi era tanto legato al punto da seppellire nel chiostro una medaglietta di San Benedetto affinché i trappisti, ritornandosene in Francia, la vendessero a lui e non a chi avrebbe voluto trasformarlain albergo. E così avvenne, grazie a due anziane sorelle che si presentarono al futuro santo con una valigia zeppa di banconote da 1.000 lire.

Appena trasferitosi da Milano a Desenzano, Messori propose ai Poveri Servi della Divina Provvidenza di concedergli in quei vasti spazi un angolino in comodato, da restaurare di tasca propria per trasformarlo in studio,dove scrivere,leggere e trasferire la sua biblioteca. «Non consideravo irrilevante lavorare ai miei temi prediletti di apologetica in un luogo da oltre mille anni dedicato alla Madonna Assunta», spiega nel libro. «A Maguzzano ho il cuore». Ma il superiore dell’epoca fu irremovibile: «Vieni qui quando e quanto vuoi, per passeggiare nell’uliveto, per pregare nella nostra cappella, per partecipare alle iniziative che organizziamo. Sarai sempre gradito. Ma, una volta per tutte, lévatelo dalla testa: non è, e non sarà possibile in futuro, che tu abbia lo studio in quelle due stanze che guardano il lago e su cui hai messo gli occhi». Allora Messori si rivolse direttamente al vero «padrone di casa», il defunto don Calabria, futuro santo, con queste parole: «Caro e venerato don Giovanni, tu sai bene qual è lo spirito della mia richiesta:non è un capriccio, mi pare un modo per rendere, forse, più fruttuosa la mia riflessione sulla verità del Vangelo, facendola tra le mura di questo antico luogo. Se il mio desiderio non ti è sgradito, se non è un intralcio all’impegno dei tuoi figli che qui vivono secondo la tua Regola, non ti sarà difficile intercedere. Se sarò nella tua Maguzzano, qui scriverò un libro che racconti ai lettori le virtù cristiane che hai sempre predicato e che, tu per primo, hai praticato».

Poco dopo, il telefono di Messori squillò. All’altro capo del filo, uno dei responsabili dell’amministrazione generale dell’Opera Don Calabria: «Caro dottore, so che lei ha chiesto di poter avere il suo studio nella nostra abbazia. Ho compreso le ragioni non solo pratiche maanche spirituali della sua richiesta e sono lieto che lei possa venire a lavorare tra noi. Telefono a Maguzzano per comunicare al superiore del luogo di mettere a sua disposizione gli spazi del monastero che, insieme, sceglierete».
Messori nella prefazione scrive di riconoscersi in un’esortazione del compianto cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna: «È d’urgenza drammatica che la Chiesa ponga fine al suo silenzio circa il Soprannaturale».

Da attento osservatore dei segni, il bestsellerista rileva come di recente la Croce rossa internazionale abbia tolto il simbolo cristiano dal proprio logo, trasformandolo in un rombo in cui i singoli Paesi possano iscrivere la croce, la mezzaluna islamica, la stella di David o chissà che altro. Se la Chiesa dev’essere un «ospedale da campo», per usare un’immagine di papa Francesco, Messori vorrebbe che lo fosse nel rispetto del codice di diritto canonico, per il quale «la salus animarum è la suprema lex», perché essa «non è una multinazionale o una Ong fondata e gestita da filantropi generosi, da sindacalisti che rivendicano eguaglianza sociale, da politici di buoni sentimenti, magari da fervorosi ecologisti», rammenta l’autore. «Non occorre la fede per aiutare a fronteggiare i mali materiali del mondo: agnostici e atei ci hanno dato e ci danno, in questo, opere e impegno esemplari». Piuttosto, si chiede Messori, «in quanti seminari e noviziati si mettono al centro i “novissimi”: morte, giudizio, paradiso, purgatorio, inferno?». È un concetto che mi ha ripetuto spesso. Secondo lui, non capiamo nulla della storia se non consideriamo questa differenza radicale: noi guardiamo alla Terra, i nostri antenati guardavano al Cielo; noi ci aggrappiamo alla vita, loro meditavano sulla morte; noi ci preoccupiamo di far carriera, loro di salvarsi l’anima; noi ci confrontiamo coni padroni, loro con il Padre.

Messori, modenese di Sassuolo, figlio di anticlericali, allievo di Alessandro Galante Garrone, Norberto Bobbio e Luigi Firpo, la trimurti del laicismo duro e puro, laureato con una tesi sulla storia del Risorgimento, convertitosi a 24 anni per quella che definisce «un’evidenza del cuore» seguita alla lettura dei Vangeli (sua madre Emma voleva portarlo da uno psichiatra perché pensava che fosse in preda a un esaurimento nervoso), ripete spesso alla moglie Rosanna: «Sta’ tranquilla, quel Gesù Cristo in cui crediamo noi lo incontreremo». E dell’abbazia di Maguzzano non ha mai sottovalutato «il benefico influsso spirituale delle tante croci nere sulle tombe – disadorne, secondo la Regola – del cimitero monastico in fondo all’uliveto».

Sono sicuro che ha chiesto a don Calabria di prenotargli un posto anche lì.