Rosanna cara,

ti ho spesso detto che tra le virtù che in te apprezzo, ammiro (e amo) c’è anche la capacità di perdonare. Sono certo che anche stavolta saprai essere generosa e perdonarmi. Forse ti aspettavi che scrivessi un lungo commento del tuo testo e sono costretto a confessarti che mi presento da te quasi a mani nude
L’idea delle pagine di questo libro e stata tutta tua e, per qualche tempo, l’hai tenuta unicamente per te. Temevi forse un mio parere dissuasivo, visto che io sono con te il protagonista? O temevi qualcuna di quelle mie battute ironiche che avrebbero potuto demoralizzarti e indurti a lasciar perdere? Avrebbero potuto, dico. Il condizionale e d’obbligo. In effetti, come poi mi dicesti, scrivere queste pagine rispondeva non a un tuo progetto meditato ma a un bisogno che da molto tempo ti era cresciuto dentro, facendosi pian piano chiaro ed esplicito. La tua salute (e ne parli a lungo in queste pagine) è sempre stata delicata e non ti avevo mai vista lavorare sino a tardi la sera, quando le tue forze limitate hanno bisogno del riposo e non della tastiera del portatile. Passando davanti al tuo studio, anche a ora avanzata, sbirciavo -curioso, lo confesso- la visione insolita di una schiena curva intenta a picchiettare sul computer.
Dopo non molti giorni di scrittura a testa bassa, ecco che hai inoltrato al mio desktop il risultato di tanto impegno. Leggendo, mi sono reso conto (con emozione e commozione: lasciamelo dire, lontano, come sai, da ogni retorica) che ciò che ti aveva spinto era davvero un bisogno divenuto pressante, dopo anni di incubazione. Come mi spiegasti poi: “Siamo entrati ormai nell’ultima fase del soggiorno in questa “valle di lacrime”, per dirla come la Salve Regina, le statistiche ci danno pochi anni come ”attesa di vita”. Guardando indietro, ho visto con chiarezza che le nostre esistenze sono state interamente intrecciate dalla Provvidenza: niente è casuale in nessuna vita di figlio di Dio, ma ho avuto la certezza che, nel nostro caso, questa presenza è stata tanto tanto evidente da poterla individuare con chiarezza”. Hai aggiunto: “Siamo coetanei (solo poco più di un anno tra noi), siamo entrambi convertiti, seppure in modi diversi: tu, giungendo dal laicismo agnostico torinese, io da un cattolicesimo sociologico lombardo, accettato per tradizione, in modo spesso acritico. Tutto ciò che è seguito nelle nostre esistenze sembra segnato apposta per farci attraversare esperienze simili, come per unire sempre più le nostre vite”. Mi sono detto, ovviamente, d’accordo con te ma questo nostro incontro meritava davvero un libro?
“Ne ho sentito il bisogno”, mi hai risposto; “il pezzo di storia della Chiesa che ho attraversato – dal Concilio sino alla rinuncia al papato di Benedetto XVI – l’ho vissuto accanto a un uomo che in quegli anni ha avuto un ruolo importante. La folla di persone di tanti Paesi che ti hanno scritto (io ti ho aiutato a non lasciare alcuno senza risposta) desiderava sapere qualcosa della persona i cui libri li avevano coinvolti, desiderava oltrepassare la cortina di riservatezza dietro la quale sembravi celarti. Ho scritto per questo e anche per molto altro”.
Un “molto altro”, Rosanna, che qui non voglio ripetere, avendolo tu spiegato con chiarezza e larghezza nelle tue pagine. Pagine alle quali avresti desiderato che aggiungessi, abbondanti, le mie. Ho accettato volentieri, mi sono messo al lavoro, ho cambiato più volte l’impostazione del testo ma sempre lo trovavo insufficiente o inadatto. Cancellavo e ricominciavo da capo.
Alla fine, mi sono arreso.
Ed eccomi qui, ora, a chiedermi: cos’è successo, come mai questa sorta di blocco nell’esprimersi in uno il cui mestiere è scrivere, fin da quando fondò, diresse, redasse (a otto anni) il giornalino della classe B della sua scuola elementare a Torino? Forse è un’impotenza di scrittura che nasce dal fatto che, dopo una lettura attenta del tuo testo, mi sono accorto che nulla c’era da aggiungere, nulla da togliere, nulla da correggere? Si, certo, c’è anche questo. Nulla c’è da ritoccare o da contestare: per questo tuo scritto, in quanto mi riguarda, c’è solo da ringraziare. Ricordi di certo una battuta che ho fatto più volte agli amici, stupiti della comprensione tra noi: “Conoscete il mantra dell’adultero, la frase sempre usata dal capufficio (e non solo da lui, ovviamente) che va a letto con la segretaria: “Sai, sto bene con te perché mia moglie non mi capisce. Tu, invece.. ”.
Se fosse toccato a me giustificarmi (uso, vista l’eta, il passato) avrei dovuto dire alla provvisoria compagna: “Sai, sto bene con te perché mia moglie mi capisce troppo…”
C’é davvero tutto, e in modo tanto impeccabile quanto sincero, in quanto hai scritto. Ma temo di deluderti -e me ne rammarico- perché, forse, da me ti attendevi la versione al maschile delle vicende che qui hai delineate. Volevi, forse, la conferma esplicita che il mio affetto è al livello, commovente, del tuo.
Ma, Brikky (lascia che ti chiami, come faccio spesso, con il diminutivo pseudo-inglesizzante del tuo cognome) ma, Brikky, permettimi di dirti che non ho nulla da confermare a parole. Parlano per me la pazienza, la costanza, l’ostinazione annosa can la quale ti ho inseguita, mai arrendendomi, sino a portarti finalmente davanti a un prete quando avevo 54 anni e tu più poco di più. E parlano, lo sai, i vent’anni di matrimonio felice che sono trascorsi da quel mattino nella chiesetta delle suore Orsoline a Desenzano, dove tra l’altro, quelle religiose sono nate.
Di solito, lo sai, non ho molta memoria per gli episodi personali, per i momenti privati. Più che la mia storia personale ricordo meglio la storia universale. E, innanzi tutto, mi muovo senza amnesie né esitazioni tra i duemila anni di storia della Chiesa, dalla stanza di Nazareth dove Maria fu sorpresa dall’Arcangelo sino a oggi. Dunque, vorrà ben dire qualcosa -e qualcosa di importante- che in questa mia mente distratta sia scolpito da sempre, e per sempre, l’immagine di un tardo pomeriggio ad Assisi, poco prima cena. Correva il novembre dell’anno 1965. Laureatomi da un mese, avevo subito lasciato Torino per la Pro Civitate Christiana, consigliatami dal francescano che mi aveva assistito spiritualmente dopo la recente conversione. Uscivo dalla cappella della comunità, dopo la recita del vespro, e i ‘miei occhi incrociarono quelli di un verde chiaro di una ragazza, certamente una mia coetanea, di cui mi colpirono subito il corpo alto e snello, i capelli biondi, il portamento elegante. Soprattutto, mi colpì il sorriso con cui mi guardava, un sorriso luminoso, pulito, accogliente: era il tuo saluto, Rosanna, al collega, al confratello appena arrivato e che vedevi per la prima volta, pronta ad accoglierlo con quell’apertura sincera e limpida che (lo avrei costatato nei decenni a venire) regalavi e regali a chiunque ti avvicini. Però, quella volta, c’era qualcosa in più. C’era una scintilla che doveva diventare fuoco, come mi hai poi confidato più volte. In effetti, tu pure, come me, non restasti indifferente. Così il tuo primo pensiero, stando al tuo racconto stesso: “è questo il nuovo aspirante? Carino. Sembra un tipo ordinato, una persona educata, gli donano i capelli corti con la riga da un lato… e sta bene con quella giacca spigata e quei pantaloni grigi…”. Da parte mia, in quegli attimi in cui ci incrociammo (ci presentarono dopo, la sera stessa, in modo ufficiale) non feci pensieri articolati come i tuoi: semplicemente avvertii, con dolcezza e senza esitazione, che mi piacevi nel viso, nel sorriso, nel carattere forte e insieme tenero che immaginai ci fosse (e non sbagliavo) dietro quel corpo attraente ma, come dire, castamente estraneo a ogni trivialità…
Mentre scrivo sono passati 52 anni da quel primo incrociarsi, più che incontrarci. È capitato di tutto, in questi anni, ma io sto scrivendo nella mia, nella nostra biblioteca e tu, per distrarti, guardi un po’ di televisione nel soggiorno di questa nostra casa. La scintilla che è scoccata quando ci intravedemmo per la prima volta sui gradini della cappella della Pro Civitate Christiana? Quella scintilla non si è mai più spenta: ha dato vita a un fuoco che ci ha illuminati e guidati sin qui. Di quella tenacia non mi sono mai pentito, ho sempre pensato che il nostro incontro fosse un dono fattomi dalla Divina Provvidenza. Mai ho pensato, anche nei momenti più difficili, che un’altra donna potesse sostituirti. E tu, dal tuo canto, dici le stesse cose con un ben maggior numero di parole rispetto alle mie. Ma, te lo dico: per me, parlano le cose, parlano 20 anni di rincorsa sulle tue orme e altrettanti di matrimonio.
Tu osservi che non può essere un caso che il tuo arrivo a Torino, per cominciare insieme una nuova vita, abbia coinciso con la pubblicazione del mio primo libro.
Più di altri venti volumi seguiranno quell’esordio. Credo (e tu con me) che il nostro incontro sia stato voluto proprio per permettere a entrambi di trafficare il talento che ci è stato donato perché desse frutto. Il talento, per noi, dell’annuncio e della difesa della fede.
Se penso, Rosanna, a ciò che hai rappresentato per questo mio lavoro e per la mia vita nel suo complesso, mi viene in mente la Parola del Creatore nelle prime pagine della Scrittura: “Non è bene che l’uomo sia solo, voglio dargli un aiuto che sia simile a lui”. Certo: sei stata ogni giorno l’aiuto indispensabile per ciò che -dal cibo alla pulizia della casa- rende possibile la vita.
Pure gli studiosi e gli scrittori hanno bisogno di chi protegga, provvedendo alla quotidianità, la loro libertà di riflettere e di scrivere. Un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, un decennio dopo l’altro tu -anche in questo moglie esemplare, lasciamelo riconoscere – tu hai fatto sì che all’ora di ogni pranzo e di ogni cena trovassi la tavola pronta con cibi sani e al contempo a me graditi, che ogni mattino trovassi biancheria e abiti lavati e stirati, che ogni sera mi accogliesse un letto pulito e ordinato. Sapendomi poco disponibile se non allergico all’andar per negozi -quello che chiamano shopping non è tra le cose che mi attirino- è grazie a te e alle tue scelte se nel guardaroba ho sufficienti cose per vestirmi secondo le stagioni. Curandoti della mia salute con lo stesso zelo (e competenza) con cui curi la tua, sei tu che – alle ore stabilite – mi ricordi i farmaci da assumere. Certo, sei stata questo -anche questo- ma non solo questo. Nell’eccesso di discrezione per il tuo impegno, accenni poco e solo se da me sollecitata, ai libri ricchi di saggezza e di fede che anche tu hai scritto e che hai pubblicato con successo.
Ma, poi, vi è anche altro di prezioso per me: escludendo Ipotesi su Gesù, cui non hai potuto collaborare, essendo stato scritto quando ancora tu eri a Roma e io a Torino, non vi è cosa che abbia pubblicato che non sia passata attraverso quel tuo vaglio che stimo molto e che dunque attendo. Sono io che desidero che il manoscritto di ogni mio libro sia letto da te prima di consegnarlo all’editore, ascoltando con attenzione (e spesso prendendone spunto) le tue osservazioni e i tuoi consigli. Questo scambio tra noi mi è particolarmente prezioso, perché giungi alle mie stesse conclusioni sulla verità della fede attraverso strade diverse da quelle percorse da me. Al mio metodo principalmente razionale, sai aggiungere prospettive dove c’è posto pure per intuizioni, emozioni, sentimenti e, magari, sapienze esotiche, pur sempre rilette in una prospettiva cattolica. Ogni volta, con questo “esame” previo, mi hai confermato che meritavi in pieno la mia fiducia: da collega, direi, visti i tuoi libri, i tuoi articoli, la tua informazione e anche il tuo fiuto editoriale, messo spesso con successo alla prova. Leggendomi, dici, “dimentico ogni conoscenza erudita e mi sforzo di pormi al posto del lettore “comune”, spesso ignaro, o quasi, di cose religiose”.
Comunque, vale la pena di ricordarlo ancora una volta: nulla abbiamo fatto e nulla faremo nel tempo che ci sarà dato, se non nella consapevolezza che Qualcuno – nel Quale misericordia e giustizia convivono- ci chiederà conto di come abbiamo impiegato una vita che in fondo è stata privilegiata. In entrambi è stata sempre presente la consapevolezza della morte e la certezza che quella non sarà la fine ma l’inizio. Per questo ci siamo sempre detti che il primo cui toccherà varcare la porta che si apre su una dimensione ‘altra’, dirà all’altro un convinto (e, se ci sarà concesso, sorridente) “arrivederci a presto”. Il vangelo di Matteo fa dire a Gesù che nell’Aldilà “non c’è né moglie né marito”? Ma la parola evangelica va completata, seguita com’è da una precisazione: “Nel Cielo i coniugi saranno come gli Angeli”. Dunque, non vi sarà sessualità, questa essendo necessaria solo su questa terra per la sopravvivenza dell’umanità. Ma, elevato in pura spiritualità, il vincolo matrimoniale sopravviverà in eterno, protetto dal sacramento che il Cristo ha affidato a quella sua Chiesa che abbiamo amato e alla cui parola ci siamo sempre affidati con fiducia.
Molta altro potrei dire ma, già lo dicevo, non farei che confermare ciò che con passione e verità tu hai già scritto. Una cosa, però, mi preme sottolineare: tu non hai inteso descrivere (e io di certo non ho voluto confermare) l’avventura di una coppia esemplare, da proporre magari a modello. Ci mancherebbe! Peccati, errori, limiti hanno contrassegnato, e contrassegnano anche la nostra vita, sia prima che dopo l’unione matrimoniale. La fede è un dono: ebbene, questo privilegio ci è stato dato, pur senza alcun nostro merito. So, Rosanna, che questo a te premeva mostrare con le tue pagine: malgrado tutto, malgrado la nostra pochezza, il credere in Cristo, affidarsi alla sua Provvidenza e alla sua misericordia dà un senso a ogni vita. Anche nei momenti (noi stessi ne abbiamo conosciuti) in cui l’istinto solo umano ci tenta, per farci credere che l’esistenza altro non sia, per dirla con l’ateo Sartre, che “una passione inutile”. Giunti, poi, alla nostra età, quando -a viste umane- il futuro sta per cozzare contro il muro della morte, è solo il Vangelo che ci rende capaci di scorgere la Vita, quella vera, che ci attende al di là di quel muro. Non andiamo verso la fine ma verso il principio: è questa speranza che ci ha accompagnati e ci accompagna, ora più che mai. E per questa, soprattutto, che entrambi, tenendoci per mano, vogliamo rendere grazie. Guardando al futuro – corto o breve o magari brevissimo che sia – con la doverosa e grande serietà ma anche con la serenità regalataci da Giovanni Apostolo: “E se in qualcosa il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore”.

Vittorio