Finalmente qualcuno fa un’ipotesi su Messori

La Croce, 13 settembre 2017, di Emiliano Fumaneri

Vittorio Messori non è nome che abbisogna di particolari presentazioni. In tanti – incluso chi scrive – gli debbono gratitudine per via di quel memorabile “Ipotesi su Gesù” del 1976, una indagine sulla ragionevolezza della fede in Cristo Gesù documentata come un saggio ma intrigante come un giallo. Tra questi c’è anche Aurelio Porfiri, musicista, scrittore e anche editore che ha da poco pubblicato un libro dal titolo squisitamente messoriano: “Et-et. Ipotesi su Vittorio Messori” (Chorabooks, 2017, pp. 92, € 15).

“Et-et”, come spiega Porfiri nell’introduzione, non è «un libro biografico in senso stretto» bensì un libro in cui, attraverso il lavoro di Messori, si cerca di «di fare luce sul mestiere dell’apologeta, del giornalista, sull’essere cattolico a cavallo di due secoli ».

Non solo una biografia intellettuale, dunque, quanto piuttosto un dialogo ininterrotto tra le intuizioni di Messori e le riflessioni di Porfiri su chiesa e mondo. Ne è venuto fuori un libro, come scrive il suo autore, «pensato concettualmente nell’arco di una intera vita, la mia, vita in cui i libri di Messori hanno avuto una grande importanza».

Alla fine del libro, l’intervista inedita con lo scrittore torinese (di adozione) non solo impreziosisce l’opera ma rappresenta l’ideale coronamento di un confronto più che decennale.

Forte di questa approfondita frequentazione intellettuale, Porfiri riesce a individuare, con sensibilità da musicista quale egli è, le note caratteristiche della sinfonia messoriana. Su tutte l’esigenza apologetica per eccellenza: saggiare alla luce della ragione la solidità delle fondamenta del messaggio cristiano, facendo uso di quel logos che è dono fatto all’uomo dal Dio creatore. La trilogia rappresentata da “Ipotesi su Gesù”, “Patì sotto Ponzio Pilato?” e “Dicono che è risorto” esprime alla perfezione la missione di Messori («non quella di dire cose nuove ed originali, ma quella di mostrare che le cose “nuove ed originali” sono state già dette e nostro compito è riscoprirle riandando alle fonti»). In questa radicalità, unita a un innegabile talento letterario, sta la chiave del fascino di Messori: non accontentarsi del «si dice» e andare alla radice delle cose per «tastare con mano», sull’esempio dell’apostolo Tommaso, la verità delle cose.

Di questa volontà di indagare a fondo la pretesa cristiana è testimone “Scommessa sulla morte”, il libro scritto dopo “Ipotesi su Gesù”. Dopo il successo travolgente del primo libro Messori era stato sollecitato da diversi editori, sia religiosi che laici, con profferte economiche importanti, affinché tornasse di nuovo in libreria.

Ci si aspettava da lui un nuovo besteller. Ma Messori stupì tutti affrontando di petto un tema tabù della società contemporanea: a morte, un soggetto alquanto sconveniente nel nostro tempo.

Come dimenticare poi la trilogia antologica ricavata dalle centinaia di puntate di “Vivaio”, la rubrica di commenti e riflessioni apparsa sul quotidiano Avvenire dal 1987 al 1992? Ne uscirono fuori altri tre volumi indimenticabili (“Pensare la storia” , “La sfida della fede”, “Le cose della vita”) in cui Messori cercava – spesso con successo – di leggere la storia con gli occhi del credente, sfatando molte delle innumerevoli leggende nere circolanti sugli episodi controversi del turbolento passato ecclesiale.

Importantissimo è stato poi “Rapporto sulla fede (1985), il colloquio con l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il Cardinale Joseph Ratzinger. Per non parlare di “Varcare la soglia della speranza” (1994) con Giovanni Paolo II. C’è anche tutto il filone mariano con “Ipotesi su Maria” (2005), “Il miracolo” (1998; sul prodigio mariano avvenuto nella località aragonese di Calanda nel XVI secolo), “Gli occhi di Maria” (2001), “Bernadette non ci ha ingannati” (2012; sulle apparizioni di Lourdes).

Verrebbe quasi naturale pensare che questo infaticabile perlustratore dei fondali della fede cristiana si sia formato in qualche università pontificia. E mai errore sarebbe più grande perché, giusto al contrario, la formazione di Messori si è interamente svolta in ambienti laici, quando non laicisti, a cominciare dal famoso liceo classico Massimo D’Azeglio, vivaio della borghesia illuminata di Torino, per lo più agnostica e anticlericale. Messori si iscrive poi a Scienze Politiche, dove si laurea nel 1965 con una tesi sul Risorgimento. Suoi relatori sono due mostri sacri dell’intellighenzia liberalilluminista come Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio. Le doti intellettuali del laureando non erano sfuggite ai suoi «maestri», che in quel giovane talentuoso avevano intravisto un potenziale discepolo dei valori del laicismo progressista. Ma appena un anno prima era successo «qualcosa». Un fatto che avrebbe cambiato per sempre l’esistenza del giovane Messori: la conversione alla fede della Chiesa. Solo molti anni dopo – quarantaquattro per l’esattezza – il Nostro avrebbe lasciato trapelare qualcosa di quella conversione in una intervista col collega e amico Michele Brambilla: l’irruzione, imprevista e inesprimibile, di un mondo «altro» nella vita di un giovanotto che non aspirava ad altro che essere, come dirà lui stesso, «un buon giornalista e un buon libertino».

Non è stata, come ci si potrebbe aspettare, una conversione intellettuale, ragionata, meditata, frutto di studi. No, la conversione di Vittorio Messori nasce da una esperienza che potremmo definire mistica. Come era accaduto a un altro celebre convertito: il giornalista André Frossard (1915-1995), figlio di uno dei fondatori del Partito Comunista Francese, cresciuto in una famiglia atea (la sua
esperienza è raccontata nel libro “Dio esiste, io l’ho incontrato”).

Comincia così, da questo sconvolgente incontro col mistero, l’avventura di un «apologeta di sostituzione», per usare le parole di Rino Cammilleri. Non va dimenticato quale fosse il clima degli anni ’60 e ’70. Eravamo nel pieno dell’«autodemolizione» postconciliare denunciata da Paolo VI in un drammatico discorso del 1968, vale a dire in un momento storico assai poco propizio all’apologetica (dal greco apologhía, «discorso in difesa di qualcuno o qualcosa») che era allora una disciplina dimenticata, di cui non di rado lo stesso clero si vergognava.

Sarà proprio Messori a rilanciarla, in solitudine, con quell’”Ipotesi su Gesù” che sarebbe diventato un besteller. Può stupire che a rinvigorire l’apologetica sia stato un laico e non un prete. Eppure, come ha osservato Messori stesso, ciò sembra rispondere a una costante storica – o a una segreta disposizione della Provvidenza – secondo la quale gli apologeti più convincenti, i difensori più aperti della Chiesa e della verità cattolica sono stati, in ogni secolo, dei laici: Dante, Pascal, Manzoni, Tommaseo, De Maistre, Veuillot, Bloy, Péguy, Bernanos, Papini, Giuliotti, Chesterton, Mauriac, Daniel Rops, Thibon, Sienkiewicz, Werfel, Unamuno, Frossard, Muggeridge.

Tra le altre cose, il lavoro di Porfiri ha il pregio di enfatizzare proprio la dimensione laicale dell’apologetica di Messori, giornalista assai poco curiale e perciò, a differenza dei professionisti di cose vaticane, difficilmente presentabile come intellettuale «organico» all’establishment ecclesiale.

Sarà anche un apologeta di sostituzione Messori. Ma sempre attento non farsi inquadrare come «chierico di riserva», la condizione a cui una certa concezione padronale – diciamo pure clericale – della chiesa cerca da sempre di relegare il laicato cattolico. E che perciò non ha disdegnato prese di posizione scomode, anche se sempre in tono signorile, senza mai scadere nel ribellismo da arruffapopoli ormai tipico di certa (cattiva) stampa cattolica.

Il clericalismo è il massimo esempio di abuso della religione per ottenere vantaggi terreni (la «mondanità spirituale» a cui spesso ha fatto riferimento papa Francesco).

Messori pertanto – fosse anche solo per la sua formazione giovanile – è cultore di quel sano anticlericalismo (da non confondere con l’anticattolicesimo) che contraddistinse pure un gigante quale Dante Alighieri. Del resto a metterlo in guardia contro l’«autoritarismo clericale» era stato un grande mistico come Divo Barsotti in una intervista pubblicata in “Inchiesta sul cristianesimo”: «Lei, laico, non è convinto che i laici devono essere tutti un poco anticlericali? Dovete difendere la vostra autonomia, così come noi dobbiamo esercitare il nostro ruolo. Nella Chiesa ciascuno ha il suo posto: la casa del Dio del vangelo è così ricca perché ci sono tanti posti, tutti diversi e tutti necessari l’uno all’altro».

Il titolo del libro di Porfiri contiene una esplicita allusione a un principio di cui Messori è massimo divulgatore e difensore principe. Per Messori infatti la regola aurea del cristianesimo è l’«et et». Il metodo cattolico («universale», etimologicamente parlando) consiste nel tenere assieme tutta la realtà, anche nei suoi aspetti apparentemente più contrastanti. Questo «e» quello, quindi. È il delicato equilibrio del paradosso cristiano: Dio è uno e trino, la Chiesa è «casta et meretrix», Cristo è vero Dio e vero uomo, la Bibbia comprende Antico e Nuovo Testamento, Maria è vergine e madre, la povertà è buona ma è buono anche un giusto uso del denaro, ecc. Viceversa, il marchio dell’eresia (dal verbo greco che significa «scegliere») è l’«aut aut»: o questo o quello. Tutta la storia delle eresie, degli scismi, delle scomuniche reciproche è disseminata di queste alternative secche che restringono l’alveo della verità cattolica.

Nell’eretico, in definitiva, si palese sempre l’estremista incapace di sopportare il paradosso cristiano.

Nicolás Gómez Dávila rammenta saggiamente che «non ci sono errori assoluti, ma unicamente verità ristrette». Il cattolico è chiamato a un lavoro di sintesi analogo al procedere di un equilibrista impegnato a camminare su una corda tesa tra due estremità, tante sono le coppie (pressoché infinite) di apparenti opposti di cui tener conto: corpo e anima, individuo e società, carità e verità, giustizia e misericordia, prassi e contemplazione, profezia e istituzione, tradizione e progresso…

Una lezione tanto più preziosa in un tempo come il nostro, tentato da un dualismo incessante in nome del quale si contrappongono realtà che esercitano la propria
fecondità soltanto quando si completano a vicenda.