La madre islamica guarita in Sudan. Così Comboni fu proclamato santo

di Vittorio Messori, Corriere della Sera, 7 marzo 2017

La storia si svolse vent’anni fa a Khartoum, capitale del Sudan del Nord, ma proprio ora sembra più che mai attuale. Da sempre tra i più poveri del mondo, alla pari del Sudan del Sud (dove il papa andrà quest’anno con il primate anglicano), il Paese è ancor più immiserito da molti d’anni di feroce guerra civile. Terra islamica al 98 per cento e governata dalle leggi della Sharia con tale rigore che Osama bin Laden vi ebbe per anni il suo quartier generale , trovandosi a suo agio.

Ma ecco la storia: l’undici novembre 1997, in un ospedale della caotica capitale, un chirurgo, Tadros Samaam, portò alla luce un bambino con un taglio cesareo. La madre – Lubna Adel Aziz, di famiglia musulmana molto osservante – era ad alto rischio: il suo quinto parto con il cesareo . Il maschietto fu estratto e fu chiusa la ferita . Ma, subito dopo, iniziò una forte emorragia interna. Il chirurgo riaprì il ventre e tentò di tamponare l’uscita di sangue . Ma l’emorragia riprese e si decise di procedere all’asportazione dell’utero. L‘operazione, invece di arrestare il flusso, lo rese ancor più violento. Occorrevano urgenti trasfusioni di sangue fresco, con proprietà coagulanti. Ma l’ospedale non ne disponeva. Mancavano, del resto, anche medicinali essenziali per simili patologie . Il dottor Samaan , alla disperata ( la donna stava per morire ) usò ciò che era disponibile: sangue in deposito e non solo privo delle proprietà necessarie ma neppure controllato per l’Aids – diffusissimo in Africa – e l’epatite . In Sudan, come in tanti Paesi africani, la carenza di mezzi, di strumenti sanitari, di farmaci, spesso anche di competenza adeguata dei medici è la norma.

Tutti, in ospedale, erano ormai convinti che la morente non avrebbe superato la notte. Invece, seppur in stato pietoso , non solo raggiunse l’alba del 12, ma sorprese medici e parenti sopravvivendo per tutto il giorno, malgrado polso e pressione fossero tanto deboli da essere misurabili a fatica. Il chirurgo tentò di riaprire l’addome per rendersi conto dell’ entità dell’emorragia , ma Lubna fu colpita pure da un edema polmonare acuto.

Non si poteva più fare nulla , si aspettava solo il decesso . E invece, il mattino del 13 – di colpo e in modo del tutto imprevisto – si manifestò un vistoso miglioramento: la condizioni generali divennero buone, la diuresi appariva soddisfacente , la pressione si normalizzava , i polmoni funzionavano normalmente, la già moribonda era lucida e parlava coi medici . Poche ore dopo, anche l’intestino si normalizzò . Il 14 , la donna apparve ristabilita del tutto e poco dopo fu dimessa , tornò a casa col suo bambino e con la salute e l’energia di un tempo. Il dottor Samaam disse , congedandosi da lei e dai parenti : <<Io non c’entro con questa guarigione impossibile . Chi ha fatto ciò è l’Onnipotente>>

Perché raccontare questa storia africana? Ma perché segnò un unicum nella storia della Chiesa : è grazie ad essa che un beato cattolico divenne santo, avendo interceduto dal Cielo ( così dichiarò la Chiesa ) presso il Dio cristiano per la salvezza di una credente nell’Allah di Maometto. L’ospedale dell’evento era, ed è, gestito dalle suore fondate da don Daniele Comboni , nato a Limone del Garda nel 1831 e morto proprio a Khartoum nel 1881 . Una straordinaria figura di missionario , con una vocazione eroica all’evangelizzazione dell’Africa Narea , allora quasi impenetrabile . Uomo intrepido, un avventuriero della fede, con una dedizione all’apostolato che lo portò alla morte per colera in mezzo ai suoi amati sudanesi , ma già sfinito, a soli 50 anni, dalle fatiche , dai pericoli, dalle malattie tropicali . Sudanesi da lui amati, dunque: ma egli stesso e poi le sue due famiglie religiose – i Comboniani e le Comboniane , tuttora ben attivi nel mondo dei bisognosi – per contraccambio dovettero subire angherie, espulsioni, violenze di ogni tipo quando non massacri. La persecuzione musulmana fu spesso implacabile . Come dicevamo , nel Sudan del Nord vige ufficialmente la Sharia, e i cristiani sono tollerati a fatica , gente di rango inferiore . E’ vietata loro, comunque, ogni evangelizzazione. I musulmani che si convertissero finirebbero nelle mani del boia.

Malgrado tutto , le coraggiose suore comboniane hanno salvato e gestiscono , a sevizio quasi unicamente dei musulmani , l’ospedale nel quale fu ricoverata la partoriente Lubna Adel Aziz . Quando ,per lei , le cose si fecero preoccupanti , le suore infilarono di nascosto sotto il suo cuscino una immagine del loro Fondatore , proclamato beato da poco da Giovanni Paolo II. Poiché le cose peggioravano sempre più , le religiose si riunirono nella cappella e cominciarono una novena per ottenere l’intercessione del beato Comboni . Alla preghiera parteciparono , fatto unico , i parenti dell’inferma, tutti musulmani : correvano rischi , pregando con cristiani , un reato grave per la legge coranica . Le suore telefonarono anche alle consorelle delle altre case perché si unissero alla novena. E i risultati della preghiera non tardarono . La Commissione medica voluta dall’arcivescovo di Karthoum definirà la guarigione come << rapida, simultanea, completa , duratura, scientificamente inspiegabile >> . Così confermarono poi altre commissioni , a Roma, e alla fine i teologi sentenziarono : fu un miracolo ottenuto dalla intercessione del beato Daniele Comboni. Un intervento inspiegabile per la scienza -un miracolo, appunto- era ed è necessario per passare dalla beatificazione alla canonizzazione . Così, il missionario gardesano che aveva dato la vita per l’Africa fu proclamato santo in san Pietro il 5 ottobre 2003, per aver ottenuto dal Cristo la salvezza di una madre. Un madre sudanese e musulmana. Un fatto unico, per quanto sappia , negli annali della Chiesa. Forse, un fatto non a caso avvenuto proprio in questi nostri tempi di violenza “religiosa“ . C’è da riflettere, davvero, su questo Dio dei perseguitati che dà un segno visibile della sua misericordia ai persecutori.