L’eterno destino di Torino tra cadute e riprese

30 luglio 2016 :: Corriere della Sera di Vittorio Messori

Annotava nel diario Cesare Pavese, langarolo innamorato di Torino al punto di scegliere come luogo dell’addio alla vita il cuore stesso della capitale piemontese: << Per amare davvero una città, non deve esserti madre ma amante >>. Con, ovviamente, ogni  doverosa distanza, è quanto capitò pure a me, emiliano di Sassuolo portato a Torino a cinque anni ed andatosene a quaranta . Risucchiato da Milano, ça va sans dire, come tanto spesso  inevitabile per chiunque, sulle rive del Po, esca un poco dall’anonimato . A conferma, comunque, della riflessione di Pavese, divenni pian piano più campanilista di altri nati sotto la Mole da famiglie torinesi da generazioni. Ricordo gli anni del liceo e poi quelli universitari quando, nelle  lunghe passeggiate sotto i 18 chilometri degli alti e larghi portici –la più  confortevole passeggiata d’Europa, al riparo dalla pioggia, dal sole, dalle auto- mi guardavo attorno compiaciuto. Quella mia città stava per superare il milione di abitanti (giunse a un milione e duecentomila, ora è sugli 890.000 ) ed era una città dai molti record.  La Fiat, ovviamente , che contendeva alla Volkswagen il primato in Europa quanto alle auto ma la superava nettamente aggiungendovi i camion nonché i motori da aereo e da nave . <<Terra, Mare, Cielo>> era l’orgoglioso motto voluto da Vittorio Valletta. Intanto, la Lancia affascinava per eleganza e  stupiva per   geniali innovazioni tecniche; i carrozzieri disegnavano cose tali da essere  esposte nei musei di arte contemporanea di mezzo mondo. Ma poi: dalle macchine tipografiche ai treni, dagli elettrodemistici agli abiti preconfezionati, non v’era settore industriale in cui la città non primeggiasse . La metà dei libri scolastici erano redatti e stampati da editori torinesi. Altrettanto per la pubblicistica cattolica. Tutti i telefoni d’Italia dipendevano dal trust con sede a Torino, tutti gli elenchi telefonici erano stampati lì, nella maggior tipografia del Paese (e metà della carta italiana era prodotta da un gruppo con sede in città).  In  buona parte delle case della penisola giungeva il gas distribuito dagli  impianti di una antica società subalpina. Non avevamo bisogno di alcuna  Enel, la nostra energia veniva dalla grande ed efficiente azienda elettrica del Comune.  L’indirizzo più noto del Paese restava il <<Rai, via Arsenale 21, Torino>>, tutti gli abbonamenti confluivano in città  e i centri  radiofonico e televisivo lavoravano alla grande. Nel mondo intero si apprezzavano i vermuth  Martini & Rossi, Cinzano, Carpano, società internazionali con sedi imponenti in città . L’industria dolciaria contava alcuni dei produttori maggiori per quantità e qualità (il famoso   cioccolato gianduia e altre delizie). La borsa era la seconda dopo Milano, la finanza  era presidiata da due solidi colossi : l’Istituto Bancario San Paolo e la Cassa di Risparmio, una delle  maggiori del Paese . Accanto alle banche, almeno tre delle più ricche e antiche Società di Assicurazioni

Al Valentino, poi (il più vasto e bello tra i parchi urbani italiani) nell’imponente palazzo di Torino Esposizioni, capolavoro di Pier Luigi Nervi, il tempo era scandito dalle manifestazioni internazionali: Salone dell’auto, Salone della tecnica, Salone (due volte l’anno) della moda, in sigla Samia .

Di tutto questo non resta nulla oppure, se qualcosa resta, non è più in città, ha traslocato altrove impianti e sedi direzionali, spesso cambiando nome all’interno di qualche  grande gruppo. La sola realtà restata, con lo smalto di un tempo, è una squadra: la Juventus. L’azienda della città  con il maggior numero di dipendenti è di gran lunga il Comune, come avviene in tante città meridionali cui da qui si guardava con sufficienza. Adesso,  ecco il caso del Salone del libro, l’iniziativa maggiore per cercare di  tappare almeno un buco. Potrebbe essere una perdita assai grave, per l’indotto economico e per il prestigio culturale. Ma questo sembra essere il destino di Torino che, dopo solo tre anni in cui fu capitale d’Italia, con una operazione imprevista e segreta (e che causò  molti morti fra i cittadini che protestavano in piazza) fu retrocessa a semplice provincia a favore di Firenze prima e di Roma poi. Con un colpo straordinario di reni, la città ritrovò il titolo di capitale: questa volta dell’industria. E non solo di quella, visto che  in molti rami fu  capitale  anche dell’economia e della cultura. Complotti, colpe, dietro l’eclisse di questi decenni? Ma no, pure  qui sembra semplicemente valere il “E’ la storia, bellezza!“. Anche se è vero che a molti italiani non è simpatica una città che assai spesso non conoscono e della quale hanno una visione deformata. Settentrionali e meridionali – seppur con opposte motivazioni– spesso diffidano di questo luogo che, con i suoi statisti, scrittori,   soldati, fece quell’unità d’Italia ancora poco entusiasmante per molti. A Torino, negli anni del boom, 400.000 immigrati giunsero e trovarono lavoro. Oggi, il livello di disoccupazione dei giovani è il più alto nel Nord Ovest. Da dove si immigrava, ora si emigra. Ma, attenti, me lo si lasci dire:   dopo essere stato cittadino torinese per 35 anni la conosco; e assai bene. Dunque so che la città è tenace e orgogliosa, è allergica tanto alla retorica quanto alla rassegnazione. Ha saputo risalire dall’abisso del 1865, sembra avere  ancora forze e volontà per ritentare la scalata. Non dimenticando, peraltro, quanto osservò il piemontese Umberto Eco: <<Torino senza l’Italia sarebbe più o meno la stessa. Ma l’Italia senza Torino sarebbe molto diversa>>.