La fede nel Vangelo e la paura inquietante della scristianizzazione

2 luglio 2016 :: Corriere della Sera di Vittorio Messori

In questi tempi di scristianizzazione e di indubbia crisi -sia numerica che dottrinale- della Chiesa, capita spesso, tra cattolici, di sentire citare un versetto evangelico per nulla rassicurante. “Il figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà fede sulla terra?”. E’, questa, la domanda inquietante di Gesù stesso nel vangelo di luca (18,8). Inquietante, per i fedeli. Ma, almeno in apparenza, anche contraddittoria. In effetti, in altri passi dei Vangeli, il Cristo rassicura il suo “piccolo gregge”, promettendogli che, pur tribolato, sfiderà i secoli e che sarà presente alla sua venuta, alla fine dei tempi. Senza contare il celebre “il Cielo e la Terra passeranno ma le mie parole non passeranno”, profezia presente in tutti e tre i Sinottici. Al capitolo 24 di Matteo, poi, il Nazareno dice, sempre alludendo al tempo della Parusia, il suo ritorno glorioso: “Per il dilagare del’iniquità l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà fino alla fine, sarà salvato”. Sembra proprio, nel Nuovo testamento, che quella che chiamano ‘barca di Pietro’ non giungerà all’approdo definitivo come un grande galeone a vele spiegate, forse sarà ridotta ad un disadorno barcone carico di povera gente. Ma gente che, pur se in minoranza, la fede l’avrà conservata. Nelle ‘Lettere apostoliche’, poi, a cominciare da quelle di Paolo, viene più volte confermata la persistenza della comunità dei credenti sino al termine della storia.

Perché allora quella domanda? Perché il chiedersi del Cristo stesso se “troverà fede sulla terra?”. Occorre, qui, una precisazione decisiva, eppure assente nelle note a questo versetto delle Bibbie correnti. Il testo greco di Luca dice “epì tes ghès”, cioè, “sulla terra”. Consultiamo allora lo strumento più autorevole, i sedici, poderosi volumi del Grande Lessico del Nuovo Testamento, “il Kittel” com’è chiamato tra gli specialisti, essendo stato fondato da Gerhard Kittel, il cattedratico dell’università tedesca di Tubinga. Il celebre biblista chiarisce che il termine “ghé” è sì talvolta usato nella Scrittura per indicare la terra intesa come mondo, ma il più delle volte è riferito alla Terra per eccellenza. Cioè alla Terra Santa d’Israele, quella che Jahvè promise ad Abramo, quella di cui parlano con amore o con nostalgia Antico e Nuovo Testamento. Quella cui pensa Gesù nell’elenco delle beatitudini, nel cosiddetto “discorso della Montagna”: “Beati i puri di cuore, perché erediteranno la Terra” (Mt 5,5). Non sarà, l’eredità, un qualunque terreno, bensì quello sacro. Quella terra di cui Stefano, il primo martire, parla ispirato al Sinedrio, al settimo capitolo degli Atti degli Apostoli: “Il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo, quando era ancora in Mesopotamia e gli disse Esci dalla tua terra e va nella terra che ti indicherò”. A conferma che è secondo la tradizione ebraica il significato di quella ?Terra? dove la fede sarebbe in pericolo di estinguersi, c’è anche il contesto, c’è la parabola nella quale è inserita la domanda di Gesù. E’ la parabola del giudice ingiusto e pigro che non vuole rendere giustizia alla povera vedova. Ma è una giustizia tuta secondo le leggi giudaiche, non vi è traccia di riferimento alla futura Chiesa del Cristo.

Se è così -e pare proprio che sia così- il versetto riportato da Luca non è minaccioso per la fede del mondo intero, ma è inquietante per un’altra ragione. Si sa come, stretta tra israeliani e palestinesi, tra ebrei e musulmani, la comunità cristiana stia estinguendosi nel territorio che fu dell’antico Israele. Per un solo esempio, ma significativo: in luoghi come Nazareth e Betlemme, a maggioranza cristiana sino a qualche decennio fa (anche i sindaci erano battezzati), la presenza di credenti nel Vangelo è ormai ridotta ad una minoranza sempre più esigua. A Gerusalemme la comunità autoctona del luogo sta diventando poco più che simbolica. La discesa continua, implacabile, aggravata dalle guerre e guerriglie che inducono i superstiti battezzati a emigrare verso Europa ed America.

Situazione dolorosa, certo. Forse davvero, al suo ritorno, Gesù non troverà più seguaci nella Terra che fu sua. ma si rassicurino i cristiani al di fuori dei confini biblici: anche se tribolata, magari falcidiata, ridotta a minoranza, la fede nel Vangelo persisterà sino a quando non sarà più necessaria. Quando, cioè, per dirla con Paolo, il Cristo ritornerà e non avremo più bisogno di credere perché “vedremo faccia a faccia”.