«Anche per Lourdes don Bosco arrivò prima»

15 marzo 2016 :: Bollettino Salesiano di Don Bruno Ferrero

Otto anni fa, lo scrittore cattolico Vittorio Messori che, come suo primo libro, aveva pubblicato Ipotesi su Gesù, un best seller mondiale, che ancora continua a inanellare ristampe, pubblicò un volume dal titolo Ipotesi su Maria. Il libro ebbe il consueto successo delle opere di questo autore, ebbe molte ristampe, fu tradotto in varie lingue, ma la ricerca mariana di Messori in questi anni è continuata.

Ecco allora che, in questi mesi, è uscita una nuova edizione di Ipotesi su Maria, nuova sin dalla copertina e, soprattutto, con ben 13 capitoli inediti.

Centotrenta pagine in più da leggere, in un volume che già era massiccio, che sinceramente non è un “mattone”.

«Sì, certo, è bello spesso, ma anche se i capitoli della prima edizione, che erano 50, ora sono saliti a 63, il lettore non si deve spaventare. Ogni capitolo raccolto qui è stato anticipato su un mensile cui collaboro come un lungo articolo. Questo volume è stato pensato perché si possa leggere ad apertura di pagina: il capitolo che capita sottocchio a caso si può dunque leggere senza preoccuparsi di quanto scritto prima e dopo».

Uno di quei capitoli ha per titolo La “socia” di don Bosco. Come mai, dottor Messori, un simile titolo?

«In realtà, l’immagine non è mia ma è di una autorevole, direi quasi ufficiale, fonte salesiana: il segretario particolare del Santo, di origine francese, don Lemoyne. Questi, nella sua monumentale biografia scrive testualmente: “Ciò che appare chiaro e inconfutabile è che tra don Bosco e la Madonna c’era di sicuro un patto. Tutto il suo gigantesco lavoro fu fatto – lo disse anch’egli, esplicitamente – non solo in collaborazione ma addirittura in associazione con la Vergine”. Forse anche per questo La volle invocare come “Ausiliatrice”, Colei che ti sta al fianco e lavora con te».

Perché questo rilievo per don Bosco?

«Scrivendo sulla devozione mariana in ogni tempo e paese, non potevo ovviamente dimenticare don Bosco che non solo visse sino in fondo la devozione di sempre ma pure qui – come in tante altre cose – anticipò anche la devozione futura».

In che senso?

«Come i miei lettori sanno, ho un grande interesse e un grande affetto per le apparizioni di Lourdes. Non a caso, il mio ultimo libro ha per titolo Bernadette non ci ha ingannati ed è una ricostruzione storica, tutta basata sui documenti, sulla verità di quanto quella piccola ma santa analfabeta vide e sentì nella grotta sul fiume. Ebbene, nelle mie ricerche ho scoperto con emozione che, certamente, la primissima predicazione e meditazione dei fatti di Lourdes fu fatta nell’Oratorio di Valdocco. In questo caso, l’istinto di don Bosco nelle cose spirituali lo portò a precedere di quattro anni la Chiesa stessa».

Che cosa successe?

«Successe che, quasi certamente attraverso la famiglia dei devotissimi e amicissimi marchesi di Barolo, in continuo contatto con la Francia, il Santo deve essere venuto in possesso dei primi opuscoli, stampati in fretta e con una circolazione limitata, sulle apparizioni ai piedi dei Pirenei. Ne fu così colpito che non esitò: sappiamo, così, che a Valdocco il tema della predicazione della novena per la festività dell’Immacolata del 1858 fu proprio quello dedicato a Lourdes! Pare incredibile: l’ultima apparizione è della metà di luglio di quell’anno! Dunque, già poco più di quattro mesi dopo, un sacerdote, a Torino, ne faceva il tema di una novena per i suoi giovani. Si pensi che il documento col quale il vescovo di Tarbes riconosceva la verità e, dunque, la soprannaturalità di quei fatti è di quattro anni dopo, nel 1862. Le confido un mio progetto: siccome a Lourdes sono di casa e spero dunque di ottenere i permessi, vorrei far fare una lapide da posare nel Santuario per ricordare che la folla di pellegrini italiani in quel luogo ha come prima origine la predicazione a Valdocco».

C’è anche molto altro nell’intero capitolo del suo libro dedicato a don Bosco.

«Beh, tra l’altro ho riesumato un altro episodio, quasi del tutto dimenticato anche in ambiente salesiano, narratoci in uno dei venti volumi delle Memorie Biografiche di don Bosco. È un episodio impressionante e, guarda caso, ha anch’esso Lourdes al centro. In ogni caso, del nostro Santo ci sono cenni o episodi in varie pagine di queste mie Ipotesi su Maria».

Ha detto “nostro Santo”, quasi Lei si sentisse parte della nostra famiglia.

«In qualche modo lo sono e ne sono fiero. Ho avuto un’infanzia e una prima giovinezza del tutto agnostiche e, dunque, non ho frequentato chiese, meno che mai oratori salesiani. Ma mi lasci dire almeno qualcosa sulla presenza di don Bosco nella mia vita, dopo la scoperta del Vangelo e la conversione. Innanzitutto, la mia confessione a 23 anni passati, la prima dopo quella della prima comunione fatta a 7 anni, fu a Maria Ausiliatrice. Poi, il mio primo lavoro dopo l’università fu quello di redattore della s.e.i. che, come tutti sanno, ha salde radici nell’attività libraria dell’Oratorio. Dalla redazione, l’indimenticato don Francesco Meotto (che mi aveva assunto, su segnalazione del mio carissimo amico, don Carlo Fiore) mi spostò dopo poco, affidandomi la responsabilità dell’ufficio stampa. Il mio ufficio aveva grandi vetrate che davano sulle grandi e belle cupole della Basilica di Valdocco. Passato poi, come giornalista a La Stampa, il mio primo libro e il mio secondo, Scommessa sulla morte, li diedi alla s.e.i. e così altri due successivi, malgrado le grosse offerte che mi facevano editori laici ben più grandi. Ma la mia era una scelta di affetto e di fedeltà a don Bosco. Tra l’altro, la prima volta che il mio nome apparve su un libro fu sul frontespizio di un vecchio classico, la biografia del Santo scritta da Augustin Auffray che don Meotto voleva rilanciare. In pratica la riscrissi, anche se il mio contributo fu segnalato solo da un’avvertenza in piccolo: Nuova edizione a cura di Vittorio Messori. In realtà, fui felice così perché quel lavoro, seguito poi dalle letture che proprio le pagine di Auffray mi avevano stimolato, mi ha permesso di conoscere al meglio don Bosco e così amarlo e ammirarlo in modo consapevole, da quel gigante di carità che è stato».

Lei era di casa nella Basilica di Maria Ausiliatrice.

Sono grato a don Bosco anche per la magnificenza e la bellezza che ha voluto dare a quella Basilica di Maria Ausiliatrice dove, diceva, non c’è mattone che non venga da un’offerta per una grazia concessa dalla Madre. È una chiesa “duplice“. Quand’ero a Torino e la frequentavo spesso, stavo nella navata centrale per partecipare alle grandi liturgie coi fratelli nella fede. Invece, quando volevo star solo per pregare o meditare, mi mettevo in quelle “ali” aggiunte coll’ampliamento degli anni Trenta e dove ci sono penombra e silenzio che aiutano la preghiera individuale. Non dimentichiamo mai che quella grande basilica non è sorta lì a caso: la Madonna stessa indicò al suo don Giovanni dove voleva essere onorata, cioè nel luogo esatto dove subirono la morte i primi martiri torinesi Avventore, Ottavio e Solutore, soldati cristiani della Legione Tebea che si rifiutarono di adorare l’imperatore».

Ha intenzione di proseguire negli studi mariani, aumentando così i 63 attuali capitoli di Ipotesi su Maria?

«Chissà? I teologi medievali dicevano che “della Santa Vergine non si parlerà mai abbastanza”. Dunque, quella mariana è una strada senza fine, almeno finché ci sono forza e vita. E poi, speriamo che questa stessa strada mi conduca, quando Dio vorrà, a conoscerLa di persona. Forse Le sarò presentato da Bernadette e dal nostro caro Giovanni? Un sogno, ma tutto è possibile».