Vivaio, Maggio 2015

Il Timone, di Vittorio Messori

Ma insomma! Con tutto quello che succede – nel mondo e nella Chiesa – con tutto quel che ci sarebbe da dire e da commentare , qui si continua a parlare di Madonne, magari  di apparizioni? Così, immagino, la reazione di alcuni  lettori di queste tre pagine mensili . Ebbene sì , anche stavolta   farò spazientire quegli amici ma, confesso, non me sento colpevole e – per ora, almeno – non ho alcuna voglia di pentirmi e di emendarmi. Anzi, passerò addirittura a un contrattacco: anche tra cattolici credenti e praticanti, oggi, non si dimentica spesso che ciò che accade va sì conosciuto, vagliato, giudicato ma, se non vogliamo essere come il sale che ha perso il sapore, tutto va visto nella prospettiva della fede? A chi e a che cosa servirebbe il nostro parere, a chi potrebbe giovare il nostro impegno anche intellettuale, se non ci misurassimo con un Vangelo che è il prius da cui tutto deve derivare e della cui verità non dobbiamo dubitare? La fede nel Dio di Cristo innanzitutto: il resto seguirà. Ebbene, come non mi stanco di ricordare (ripetendo  l’ovvio, ma che molti cattolici   sembrano dimenticare), quella che chiamano “ mariologia “ non è un di più per sentimentali, un accessorio che potrebbe non esserci, bensì una parte integrante della cristologia . Non ci sono dogmi “mariani“ : ciò che la Chiesa afferma della Madre non è che conferma e difesa della fede nel Figlio.  Così è anche delle apparizioni –quelle, s’intende, sulla cui verità la Chiesa si è ufficialmente impegnata– che sono in fondo, come mi è capitato di dire, come maniglie alle quali aggrapparsi quando la fede sembra vacillare, quando il dubbio ci insidia . Dunque , essendo essenziale confermarci innanzitutto nella verità del Vangelo -e poiché questa  possibilità  passa anche da Maria e dalla sue tanto rare quanto preziose  visite tra noi- anche stavolta sarò impenitente e ancora una volta  lo spazio assegnatomi lo dedicherò a questo.

 

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A noi, dunque, per ricordare che, nel 1862, il vescovo di Tarbes, mons. Laurence, pubblicava il risultato di quasi quattro anni di indagini, interrogatori, riflessioni, concludendo:  <<La Vergine Immacolata è davvero apparsa a Bernadette Soubirous nella grotta di Massabielle >>. Proprio allora, Joseph Ernest Renan stava dando gli ultimi ritocchi,  correggendo le bozze, della sua Vie de Jésus  che, pubblicata l’anno dopo, sarebbe stata il maggior best seller internazionale della seconda metà del XIX secolo. Renan, come si sa, aveva compiuto tutti gli studi in seminario ma, arrivato alle soglie del sacerdozio, aveva perduto non soltanto la vocazione ma anche la fede. A questo era giunto scoprendo con entusiasmo la nuova esegesi biblica del protestantesimo liberale tedesco che salvava sì il rispetto, anzi l’ammirazione, per la figura di Gesù in quanto uomo. Ma scrostava dalle Scritture tutto il soprannaturale , considerato inaccettabile nell’età della scienza e del progresso culturale .  Così, il Nazareno era lodato,  ma solo come grande moralista, come annunciatore di fraternità, di tolleranza, di amicizia tra tutti  gli uomini. Ma niente miracoli, niente profezie. niente risurrezione: miti, questi , creati dalla superstizione religiosa.

Dunque, proprio mentre a Lourdes la Madre del Cristo si mostrava per deprecare il peccato e raccomandare preghiera e penitenza (concedendo come segno di verità anche prodigi di guarigione fisica), l’intellighenzia laica  europea affermava che non esisteva altra realtà che quella terrena, che la fede era una illusione dannosa, distogliendo gli uomini dal progresso. I più generosi  ammettevano l’esistenza di un Creatore – un massonico Grande Architetto – che se ne stava però nel suo Aldilà lasciando che gli uomini, ed essi solo, amministrassero il mondo.

Di tutto questo Renan (che non apparteneva alle Logge, pur essendone un beniamino, dicendo, col suo sorrisetto beffardo, che non aveva ripudiato una Chiesa per aggregarsi ad un’altra) Renan, dunque, di questo si fece divulgatore con quella sua Vita di Gesù, basata sugli ardui  studi dei professori teutonici ma priva di note erudite, per raggiungere i lettori “comuni“ che erano poi quei membri della borghesia cui lo stesso studioso apparteneva. Quanto al popolo,  ai”proletari”, come li chiamavano i socialisti ed i primi comunisti: sembravano anch’essi bene avviati sulla via dell’abbandono delle superstizioni cattoliche, ma ecco che eventi del tutto  imprevisti come le sedicenti apparizioni di Lourdes rischiavano di deviarli dalla via della Ragione, di ricondurli al seguito di preti e frati, con le loro favole spacciate per eventi divini. E’ significativo che nel 1894 Emile Zola, il caposcuola della letteratura di un positivismo ateo o almeno agnostico, pubblichi un romanzo-verità ( spacciato cioè per un reportage oggettivo, in realtà fazioso e fuorviante   )  dal   titolo   Lourdes  , tutto dedicato a confutare la verità di quanto testimoniato da quella povera isterica di Bernadette . Molti conoscono , almeno di fama, quel libro . Ma , per tornare a Renan , ben pochi sanno che vent’anni prima già quell’ex seminarista  progettava non un romanzo , non era nella sua vena,  ma un saggio   sullo stesso soggetto e con le stesse intenzioni demolitorie .

E’ una  storia che vale la pena di raccontare e che gira attorno alla figura di Dominique Jacomet , il commissario di polizia a Lourdes di cui   conosciamo l’attività   infaticabile per smascherare ciò che ai suoi occhi non era che fanatismo pericoloso per l’ordine pubblico. Per avere fatto quello che era il suo dovere , anche se certamente  con   eccesso di zelo , divenne inviso alla popolazione , dopo essere stato rispettato e anche amato per l’attività seria ma cortese  da lui espletata nella cittadina. L’impressione popolare fu che si accanisse , quasi per fatto personale, su quella povera ragazzina. Per questa impopolarità presso la gente , alla fine di quello  stesso 1858 il governo – su suggerimento del prefetto di Tarbes  – lo sollevò dall’incarico di commissario a Lourdes e lo inviò in Provenza , promuovendolo di grado.   Non, dunque, per una punizione che sarebbe stata ingiusta.  Morirà a Parigi , nell’agosto del 1873, quindici anni dopo le apparizioni, ricevendo  devotamente i sacramenti , da quel cattolico sincero che era : non si dimentichi la sua stretta  amicizia con il parroco, don Peyramal, che , almeno all’inizio, condivideva la sua diffidenza verso   Massabielle. Andadosene da Lourdes , Jacomet portò con sé il dossier riguardante  le apparizioni: una illegalità , ma che fu praticata da tutti coloro che ebbero   parte in quegli eventi, dal prefetto ai magistrati , timorosi di far brutta figura con le loro azioni di severo  contrasto , dopo che la Chiesa aveva dichiarato solennemente che Bernadette non aveva mentito , che la Vergine Immacolata era davvero apparsa in quella grotta malfamata. Sei anni dopo la morte del commissario, la vedova ricevette la visita del padre Cros , il gesuita di cui parlammo i mesi scorsi,  che aveva   l’incarico di raccogliere  la   documentazione per stendere una storia “ scientifica “ delle apparizioni. La signora Jacomet accolse il religioso   malvolentieri, con spirito aggressivo :   aveva un pessimo ricordo di quel 1858 così turbolento  e dal quale il marito  aveva ricavato una immeritata fama di persecutore  . Non ignorava che a Lourdes erano nate e si diffondevano, addirittura, storie assurde  sul commissario che, per il rimorso, sarebbe impazzito e avrebbe ucciso non soltanto se stesso ma anche i familiari.  La donna, dunque, rifiutò recisamente di mettere il dossier custodito dalla famiglia a disposizione del padre Cros. Quelle carte – sia detto per inciso – non solo si salveranno ma, per una serie di circostanze provvidenziali, saranno donate agli archivi di Lourdes nel 1957, proprio mentre René Laurentin  stava compilando la sua monumentale raccolta di documenti. Così, poterono essere utilizzate  per la pubblicazione dell’opera nell’anno successivo quello del centenario.

Per tornare alla vedova del commissario: per confermare al padre Cros che la famiglia non intendeva ritornare, a nessun prezzo, su quei tempi  che l’avevano tanto segnata si lasciò andare a una confidenza. Disse, cioè, che il marito era stato contattato  da Ernest Renan tramite un intermediario (un docente di una scuola nei Pirenei, amico e ammiratore dello studioso), per ottenere sia l’archivio sia la collaborazione di colui che, da commissario a Lourdes , aveva seguito tutto l’affaire, convinto che si trattasse di allucinazioni o peggio. La vedova Jacomet aggiunse (e ripeté davanti allo stupore del padre Cros) che Renan aveva offerto un compenso eccezionale : ben 40.000 franchi. Una somma molto elevata ma che , ovviamente, lo scrittore non avrebbe sborsato di tasca propria ma che  avrebbe messo in conto all’editore, disponibile a pagare anche molto  perché il libro sarebbe stato certamente un grande successo, vista la notorietà internazionale dell’autore. <<Io>> disse la donna << sarei stata  favorevole  ma mio marito rifiutò, malgrado le insistenze: era cattolico e mi disse che non avrebbe mai collaborato con chi, come Renan, intendeva combattere la Chiesa cattolica >>. Un rifiuto che fa onore a Jacomet e stupisce che tutti gli storici ignorino l’episodio, pur storicamente sicuro, visto che sia al Ministero degli Interni che a quello della Giustizia confermarono al ricercatore  gesuita che Ernest Renan aveva fatto richiesta (non accolta per ragioni di riservatezza, non essendo ancora passato il tempo dopo il quale i documenti dello Stato divengono pubblici) richiesta, dunque, di consultare gli archivi sul caso Lourdes. Onore, dunque , all’onesto poliziotto, anche se Laurentin, esaminando  i documenti un secolo dopo, ha potuto constatare che Renan avrebbe perso tempo e denaro, visto che il dossier non conteneva nessuna rivelazione imbarazzante, nessuno spunto contro la verità di Massabielle. Ma onore   anche alla piccola Bernadette: la vicenda di cui era  stata così docile e fedele testimone era così importante da indurre lo storico del cristianesimo  più celebre e stimato –almeno dalla cultura anticlericale, allora egemone -, il prestigioso membro della Académie de France  a non badare a spese né a fatiche pur di confutarla.

Il fatto è che, dopo il disastro umiliante della guerra con la Prussia, la Francia aveva conosciuto un fortissimo risveglio religioso: i credenti vedevano nella imprevista débacle del 1870 la punizione per un Paese che aveva abbandonato sempre più le tradizioni cristiane, cercando piacere, benessere , potenza politica e militare. La “esplosione“ di Lourdes come santuario nazionale, l’incredibile aumento – sempre più accelerato, di anno in anno – del numero dei pellegrini è favorito sì dalla possibilità inedita di raggiungerlo in treno, ma anche del bisogno di preghiera, di riparazione, di richiesta do perdono di un popolo avvilito, mutilato – la cessione di Alsazia e Lorena – strangolato dalla spietata pretesa tedesca di rimborso delle  spese e dei danni di guerra . Questo robusto revival esplicitamente cattolico, sorprese e preoccupò Renan e la cultura di cui era il  rappresentante  più prestigioso: si attendeva il declino irreversibile della fede sotto i colpi della critica biblica e di una scienza che si presentava come nuova religione ed ecco che, invece, sembrava tornare il Medio Evo dei pellegrinaggi di massa, delle processioni, dei canti devoti, delle penitenze, delle benedizioni eucaristiche. La medicina moderna avanzava a grandi passi ed ecco che, per la guarigione del corpo, si implorava da Dio  il miracolo, immergendosi in piscine come in tempi remoti. Bisognava che la cultura moderna intervenisse, i sapienti delle università ormai del tutto laicizzate avevano il dovere di contrastare quell’anacronistico ritorno al passato: invece di ascoltare la loro scienza, si arrivava allo scandalo di dare credito alle allucinazioni di un’adolescente analfabeta!  Ecco, dunque, il professor Renan mobilitarsi, denaro alla mano, per mostrare l’inganno di quella grotta, servendosi dei documenti delle autorità statali e della testimonianza del commissario di polizia che aveva tentato, invano, di fare finire una carnevalata  che si era trasformata on un fenomeno di massa sempre più esteso e sempre più preoccupante .

 

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Ma, visto che parliamo di un  Renan battagliero, impegnato nella campagna contro quel cattolicesimo in cui era stato allevato e da cui aveva ricevuto l’istruzione biblica  che fece la sua fortuna anche mondana, viene da accennare  pure al Renan settantenne, sul letto di morte. Il racconto della sua fine non è un’altra “leggenda nera“ cattolica , visto che  ci è riportato  dal diario della moglie stessa, fedele anche nel condividere le idee del famoso marito. L’agonia dello studioso cominciò alla fine di settembre del 1892. Resosi conto che la morte si appressava, cedette qui pure a quella  vanità che lo contrassegnava e di cui tutti sorridevano, lagnandosi di andarsene quando ilTout Paris non era in città ma in campagna, visto che allora le vacanze coincidevano con l’inizio della  vendemmia . Dunque, non ci sarebbero stati ai suoi funerali gli uomini illustri e i dotti famosi di cui era amico e spesso maestro. Ai familiari e ai discepoli che circondavano il suo letto confermò la sue credenze: << Muoio in comunione con l’umanità e con la Chiesa dell’avvenire >>, intendendo per questa una Chiesa che rinunciasse alla divinità del Fondatore, non adorandolo come Figlio del Padre ma semplicemente venerandolo come grande saggio e sublime moralista.  Alla pari, dunque, di un Budda, di un Confucio, di un Socrate . Il primo di ottobre, le sue condizioni peggiorarono e, nel dormiveglia, uscì in una frase enigmatica  ordinando in modo brusco ai medici e agli astanti: <<Togliete quel sole da sopra l’Acropoli! >>. Tutti pensarono a una delle sue pagine più celebri, quella Prière sur l’Acropole  dove, visitando il Partenone di Atene al ritorno dal viaggio in Palestina, uscì – lui “barbaro“ nato nella nebbiosa Bretagna- in espressioni di venerazione per  la  bellezza e l’armonia che l’antichità pagana aveva saputo creare. Ma perché, sul letto di morte , quel grido di “togliere il sole“ dal  tempio che tanto aveva ammirato? E perché, subito dopo, chiamò il figlio e cominciò a dettargli un testo, subito interrotto, sull’architettura delle moschee? Delirio? Non sembra, visto che disse pure cose sensate. In ogni caso , come si constata, sempre e comunque il suo pensiero si aggirava attorno alle religioni: cristiana, pagana (il Partenone è un tempio), musulmana.

Venuta la sera e lucido come al solito, cominciarono le ore più drammatiche ma anche più enigmatiche. Sino all’alba del 2 ottobre, quando    spirò (le campane suonavano a festa, la Chiesa celebra quel giorno la festa degli Angeli Custodi), ripeté in modo ossessivo, a  voce alta e forte un lamento angoscioso: << Ayez pitié de moi, mon Dieu, ayez pitié !  J’ai pitié de moi-meme ! >>, abbiate pietà di me, mio  Dio, io ho pietà di me stesso. Perché pietà di se stesso se, fino all’inizio dell’agonia, si era mostrato , come sempre, lieto dei grandi successi culturali e sociali della sua vita? E se fino a poche ora prima  aveva raccomandato alla moglie di seguire la fortuna editoriale dei libri di cui tanto era fiero, vegliando che fossero ristampati e diffusi? Mai aveva mostrato dubbi od esitazioni sulla sua prospettiva  irreligiosa, sul suo rifiuto non solo del cristianesimo ma di     ogni fede al di là del  suo vago deismo o panteismo. Perché, allora, chiedere perdono a Dio, a un Dio soltanto, proprio, lui nemico dei monoteismi?

Questo è quanto i familiari hanno  voluto dirci su quella drammatica agonia ma, stando a molti, ci fu di più : qualcuno pensa addirittura a un rinnegamento della sua opera e a un ritorno in extremis alla fede della sua infanzia e prima giovinezza. Deus solus  scit . A noi non è lecito andare oltre. Ci è lecito semmai ricordare (molti lo ignorano) che, ci sia stata o no una conversione , seppure estrema, per lui, questa certamente c’è stata  per il nipote, Ernest Pischari, il figlio della sorella. Chiamato Ernest in onore del nonno che molto lo amava, considerandolo quel figlio che avrebbe desiderato e che non aveva avuto, il giovane si diede a una vita viziosa che sfociò in un tentativo di suicidio. Cercando una disciplina che desse un po’ d’ordine alla sua vita, entrò nell’esercito che lo destinò ai presidi isolati e desertici delle colonie africane . Nella solitudine delle zone disabitate della Mauritania il suo temperamento mistico ereditato forse dal padre, uno scrittore e filologo  greco, lo indusse a una radicale conversione: dall’ateismo, a una fervente fede cattolica . Ritornato in Francia , si legò d’amicizia con il gruppo di altri famosi intellettuali convertiti , tra cui Maritain e Péguy . In libri di grande valore e diffusione – soprattutto Le voci che gridano nel deserto e Il viaggio del Centurione, uscito postumo- descrisse il suo approdo al Vangelo. Scoppiata, nel 1914, la guerra subito fu inviato al fronte al comando del suo reggimento. Prima di partire , volle fare una confessione generale, dicendo poi agli amici cattolici che offriva la sua vita non solo per la patria, che amava, ma anche per la salvezza eterna del nonno, Ernest Renan, per il quale ogni giorno pregava . Infine,  annunciò la sua decisione: se fosse tornato dalla guerra, sarebbe entrato in convento per divenire frate domenicano. Tre sole settimane dopo l’inizio delle ostilità, cadde in Belgio mentre cercava di contrastare la vittoriosa  avanzata tedesca. Ci piace pensare che, in paradiso, abbia riabbracciato il nonno, quel celebre “miscredente“, che  forse , sul letto di morte, aveva ritrovato quella via cristiana su cui da giovanissimo si era incamminato.