Ve la do io la Bastiglia

11 aprile 1992 :: Il Sabato, di Lucio Brunelli

Lo sapete quanti prigionieri, vittime presunte dell’assolutismo monarchico, erano rinchiusi nella Bastiglia il mitico 14 luglio 1789? Sette in tutto. Quattro falsari che se la diedero subito a gambe. Due pazzi pericolosi che, scambiati sulle prime per “filosofi” e dunque acclamati come “vittime della repressione”, furono rinchiusi, chiarito l’equivoco, in un manicomio. E da ultimo un giovane depravato sessuale, allievo del marchese De Sade, messo dietro le sbarre per richiesta della sua stessa famiglia. Eppure sulle spalle di questi sette disgraziati grava da due secoli il leggendario mito della presa della Bastiglia… È solo uno dei numerosi episodi della contro-storia che Vittorio Messori distilla ogni settimana nella rubrica «Vivaio» su Avvenire a partire dal 1987. Ora questi articoli, corredati da un accurato indice dei nomi e dei luoghi, escono in volume per le Edizioni Paoline. Titolo ambizioso: Pensare la storia, Una lettura cattolica dell’avventura umana. Prefazione superelogiativa («Questo libro è un provvidenziale rimedio ai nostri mali»), firmata dal cardinale di Bologna Giacomo Biffi. «Sì, mi sono divertito a demitizzare i miti laici» dice Messori nel suo eremo di Desenzano sul lago di Garda «perché il guaio della società moderna non è che l’uomo non crede più a niente ma al contrario, che crede a tutto quello che gli viene raccontato». Altri miti demitizzati, oltre quello della Bastiglia? La leggendaria presa del palazzo d’Inverno nel 1917: gli zar, in realtà, avevano abbandonato da tempo la residenza di Pietroburgo, essa fu occupata da un piccolo gruppo di bolscevichi senza colpo ferire. Ma ce n’è per tutti i «miti di fondazione». Anche per la Lega di Bossi: gran personaggio quell’Alberto da Giussano cui il senatur si ispira, eroe davvero emozionante, ma con un unico difetto: non è mai esistito. Storici seri ritengono che anche il famoso “giuramento di Pontida” appartiene al cielo della leggenda. Nel libro non te la prendi solo con le banalità del pensiero laico. Il destinatario di tanti strali è l’establishment religioso. Oggi si è persa completamente la prospettiva di un giudizio cattolico sulla realtà. Basti leggere tanti documenti clericali: si limitano a ripetere la volgata illuminista. Quindi, come prima conseguenza, sono di una sii perficialità e banalità sconcertante. Fai qualche esempio. Penso all’assurdo tentativo di dissolvere il proprium del cristianesimo nel discorso sui diritti umani. Si confonde lo spirito cristiano con l’ideologia dell’89. Non è solo assurdo ma cozza coi Magistero della Chiesa anche in questo secolo. Oggi si dimentica che quando nel ’48 stava per uscire la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, Pio XII ispirò un corsivo dell’Osservatore romano molto critico verso la Dichiarazione dell’Onu. Era forse un folle, papa Pacelli? Erano pazzi tutti quei Papi che si rifiutarono di benedire i princìpi dell’89? Avranno avuto qualche ragione. Forse furono loro i veri profeti. La storia ci ha fatto vedere quanta ipocrisia e violenza si celasse dietro tante nobili affermazioni di principio. Nel Svllabus del 1864, che tutti criticano e nessuno ha letto, Pio IX previde non solo la diffusione tragica dell’utopia marxista ma anche il nazionalismo e la inquietante nascita dello stato etico hegeliano. Dedichi ben tre capitoli alla pena di morte: un elogio del boia alla De Maistre? Reagisco ai travisamenti, quando si fa passare per cattolico ciò che non lo è. Cito ad esempio un documento dell’episcopato francese, in cui la pena di morte è condannata come «contraria alla Scrittura». Questa, con tutto il rispetto, è una enorme balla. Perché sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento non è mai messa in discussione la legittimità della pena di morte. No, non auspico il ritorno del boia. Dico che la pena di morte è legittima ma non più opportuna. Non è opportuna, però, non per un motivo religioso ma al contrario: perché una società irreligiosa, chiusa nell’orizzonte terrestre, non ha diritto di privare l’uomo di un bene che per lui ì• lutto il bene. Come reagisce l’apparato ecclesiastico alle tue provocazioni? Un muro di gomma. La Chiesa ufficiale sostanzialmente mi ignora. Né, elogi né critiche. Non mi è stato mai chiesto, ad esempio, di collaborare alla redazione di qualche documento. Anche perché. forse, sanno case rifiuterei l’invito. Molte volte hai avuto parole di fuoco per l’alluvione di parole e di carta che promana dalle burocrazie ecclesiastiche. 5ì, ho chiesto e continuo a chiedere una moratoria: cinque anni sabbatici in cui tutti, dal Papa al viceparroco, tacciano. Ed ho chiesto anche il disboscamento della foresta (lei documenti ecclesiastici. Che ci dicano quali sono veramente importanti e quali no. Non si capisce più. L: tipico delle istituzioni in crisi moltiplicare le parole. Per la Chiesa è un modo di nascondere la vera crisi. che è crisi di fede. Quale «Vivaio» ti ha procurato più grane con Avvenire? Devo dare atto sia al precedente direttore che all’attuale, di avermi concesso una totale libertà. Nessuna censura. L’unica volta che lo staff dei giornale mi esternò delle perplessità fu in occasione del Sinodo dei vescovi sull’Europa. Mi ero permesso di palesare, in un mio «Vivaio», una contraddizione reale. Il cardinale Ratzinger, nel suo intervento, aveva criticato con la consueta lucidità la tendenza della Chiesa a moltiplicare le strutture. Vera piaga del cattolicesimo postconciliare. Eppure il Sinodo si concluse solennemente con l’annuncio di una ennesima nuova struttura, per mettere in pratica le deliberazioni. Una contraddizione innegabile. Ebbi un dialogo sereno con la direzione del giornale, e l’articolo uscì regolarmente, senza tagli. Recentemente hai scritto di aver ricevuto una telefonata dal presidente Cossiga… Sapevo da comuni amici che il presidente è un lettore dei miei libri e della rubrica. Ma la telefonata mi è giunta inaspettata, nella mia abitazione. Cossiga si è lanciato in un accalorato monologo di quaranta minuti, a tema unico: la necessità che il voto cattolico non confluisca più in un solo partito. E’ un suo chiodo fisso. Me ne voleva convincere forse nella speranza che, a mia volta, convincessi i lettori di Avvenire. Mi ha invitato anche a prendere un caffè insieme al Quirinale. Ma credo che mi guarderò bene dall’accettarlo. Ho fatto la scelta di stare lontano dal Palazzo, sia quello politico cale quello religioso. In Vaticano ho messo piede due volte sole, per realizzare del le interviste. E basta. Viaggio rarissimamente a Roma. Con Cossiga avevi già polemizzato al tempo della discussione sull’obiezione di coscienza. La leva obbligatoria è un’invenzione (lei dispotici regimi liberali moderni. È una eredità dei giacobini e del loro mito sanguinario della «nazione armata». Hai dichiarato che alle elezioni del 5 aprile, per la prima volta, voterai per la Dc senza alcun dramma di coscienza. Perché? E una scelta pragmatica. D’altra parte le chiacchiere infinite sul rapporto teorico fede-politica mi annoiano da morire. Certo la Dc: non è un partito di santi. Ma certe recriminazioni del mondo cattolico mi paiono così lontane dal sano realismo cristiano, che ha sempre cercato di unire pragmatismo ed ideale. Andreotti non ha poi tutti i torti quando ricorda, col suo sorrisino beffardo, che la Chiesa negli ultimi 40 anni ha perso molti più seguaci della Dc E che, in occasione dei due referendum sull’aborto e sul divorzio. il mondo cattolico si è presentato molto più diviso che non il partito. Poi c’è un altro motivo per votare Dc legato alla contingenza storica. Quale? Dissolta l’Internazionale comunista, è l’Internazionale liberalmassonica che sta diventando egemone. E per i cattolici è molto più insidiosa. Il caso del piccolo La Malfa è esemplare. Venuto meno il pericolo rosso ha riesumato tutto l’anticattolicesimo della tradizione repubblicana. Un motivo in più perché i cattolici restino uniti. Come se la Dc fosse un paradiso incontaminato dalle seduzioni massoniche… Non penso certo ad un monolito purissimo. La vicenda P2 insegna. Ma almeno in teoria essere insieme democristiano e massone non è bello. È qualcosa di cui vergognarsi, da tenere nascosto. Mentre altrove è un punto d’onore, normale. E in alcuni partiti anche una condizione pratica per occupare posizioni di rilievo. In fondo la Dc è più cattolica, anche di tanti utopisti clericali, per questo realismo. Perché non ha mai promesso il paradiso su questa terra.

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