Varcare la soglia della speranza

aprile 1995 :: La Civiltà Cattolica, di Ferdinando Castelli, S.J.

Varcare la soglia della speranza, il libro-intervista di Giovanni Palo II, è certamente un evento editoriale, ma è anche un segno dei tempi. Segno di due realtà: del prestigio come leader spirituale di cui gode il Papa su scala mondiale e del bisogno di certezze, di speranza e di dimensione religiosa che vasti settori dell’umanità oggi avvertono. Non è possibile vivere tranquilli sul cosiddetto crollo delle ideologie e sul frantumarsi degli idoli, senza valori alternativi; né si può andare avanti respirando vuoto d’anima. Da grande conoscitore dell’animo umano, Dostoevskij affermava: «Tutta la legge dell’esistenza umana consiste in ciò: che l’uomo possa inchinarsi sempre dinanzi all’infinitamente grande. Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande, essi non potrebbero più vivere e morrebbero in preda alla disperazione. Lo smisurato e l’infinito è indispensabile all’uomo, come quel piccolo pianeta sul quale egli abita».

Dell’«infinitamente grande», cioè di Dio, Giovanni Paolo II è testimone coraggioso ed entusiasta. Ne dimostra l’urgenza e la presenza, ne indica il potenziale che racchiude per costruire la persona e la società, ne rivela il mistero. È naturale pertanto che si guardi a lui come si guarda a un approdo di salvezza. Crediamo che il successo di Marcare la soglia della speranza vada ricercato in questa direzione.

C”è un’altra considerazione da fare. Il volume riprende e ripropone la dottrina della Chiesa, soprattutto del Vaticano II, dal Papa esposta diffusamente nelle sue varie encicliche. Mala maniera di esporre è del tutto nuova: non più i toni alti del Magistero, ma una forma colloquiale, di domanda e risposta, in stile semplice e immediato. Ciò rende la lettura piacevole, grazie anche all’elemento «curiosità» proprio del genere intervista. Merito del Santo Padre è acconsenti rispondere a domande che riguardano la sua vita personale, la sua maniera di pregare e di sentire, il suo porsi dinanzi ai problemi che incalzano la Chiesa e la società. Per questi motivi il cardinale Joseph Ratzinger ha potuto affermare che «il libro si legge tutto d’un fiato [ …]. Varcare la soglia della speranza è innanzitutto un’opera molto personale del Papa, con una quantità di tratti autobiografici, segnato anche dalle esperienze del suo pontificato ormai di 16 anni».

La storia del libro

Nella premessa al volume Vittorio Messori ne racconta -con gusto garbato e filiale devozione- la storia. «Nell’ottobre di quel 1993 si sarebbero compiuti quindici anni del pontificato di Giovanni Paolo II. Per l’occasione, il Santo Padre aveva accettato la proposta della RAI di un’intervista televisiva. Sarebbe stata in assoluto la prima, in quella storia del papato dove, in tanti secoli, era successo di tutto. Di tutto: ma mai che un Successore di Pietro sedesse davanti alle telecamere per rispondere all’incalzare, per un’ora, di domande lasciate, per giunta, alla completa autonomia dell’intervistatore» (p. VIII).

Incaricato dalla RAI di preparare l’intervista, Messori aveva avuto un incontro col Papa, a Castelgandolfo, e gli aveva presentato uno schema di domande. «”Faccia lei” era stata la sola indicazione che mi era stata data». Ci sarebbero state quattro ore di riprese, in modo da concedere al regista (il ben noto e apprezzato cineasta italiano Pupi Avati) di scegliere il meglio per l’ora televisiva. Tutto sarebbe poi confluito in un libro, completando così l’intenzione pastorale e catechetica che aveva indotto il Papa ad accettare il progetto. Ma pressanti impegni del Santo Padre ne avevano impedito la realizzazione. Dopo alcuni mesi, quando si pensava che l’operazione «Quindici anni di papato in TV» fosse solo un ricordo, si presenta a Messori il dott. Joaquín Navarro-Valls, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, con un messaggio di Sua Santità. «Anche se non c’è stato modo di risponderle di persona – comunica il Papa a Messori -, ho tenuto sul tavolo le sue domande. Mi hanno interessato, credo che occorra non lasciarle cadere. Così, ci ho riflettuto e, da qualche tempo, nei pochi momenti che i miei impegni mi concedono, mi sono messo a rispondere per iscritto. Lei mi ha posto dei quesiti, dunque ha in qualche modo diritto ad avere delle risposte… Ci sto lavorando. Gliele farò avere. Poi, faccia come crede più opportuno» (p. XI). Così, sul naufragio di un’operazione televisiva, è nato «un libro del Papa».

Messori ribadisce a più riprese che Varcare la soglia della speranza è un libro del Papa. Il suo ruolo è stare «molto modesto»: proporre le domande – 35 in tutto –, modificare alcune imprecisioni della traduzione dall’originale polacco, ritoccare la punteggiatura talvolta affrettata, proporre un sinonimo dove una parola ricorre nella stessa frase. AI nostro giornalista e scrittore bisogna riconoscere il merito della scelta delle domande, essenziali e incalzanti, in forma chiara e sintetica, poste con rispettosa libertà e disinvoltura «anche a nome di non pochi nostri contemporanei» (p. 54), dunque attento a proporre le perplessità che l’uomo d’oggi avverte nei riguardi della fede e della Chiesa. Messori ribadisce che nessuna domanda gli è stata suggerita, nessuna messa da parte, o in qualche modo «adattata», da colui cui erano rivolte (cfr p. X 11).

Richiesto di «definire» il Papa, Messori ha risposto: «E’ un mistico che legge i giornali. Immerso nel soprannaturale, è anche uno degli uomini più informati che abbia mai incontrato nella mia vita». Per il libro ha chiesto compensi? «Come si sa, il Papa ha deciso di trasferire i proventi dei diritti d’autore al fondo per la sua carità personale presso lo IOR. Potevo comportarmi diversamente?» . E il libro, come lo giudica? «E’ un libro al contempo roccioso e aperto. E’ un mixer, credo inedito, di magistero e di paternità (…). Esso sarà certamente un conforto per i credenti perché troveranno confermato il servizio di Pietro, Petrus, la roccia (…). Un Papa che non esita, quindi, una pietra, una roccia alla quale aggrapparsi. I non credenti, invece, verranno messi di fronte quanto meno a una domanda: “Come può avvenire che un uomo sia cosi convinto di essere il Vicario di Cristo? Come può avvenire che un uomo, un nostro contemporaneo, prenda la fede così sul serio?” Quindi credo che questa sua rocciosità, unita – ripeto – ad una grande paternità sarà benefica per tutti» .

«Santità, Dio esiste davvero?»

La domanda è perentoria: «Santità, può (e come) l’uomo giungere alla persuasione che Dio davvero esiste?»; la risposta non lo è meno, e si sviluppa lungo tutto il libro. La questione di Dio non tocca soltanto l’intelletto, ma «investe tutta l’esistenza umana» (p. 31 ): pensiero, volontà, destino ultimo. Secondo il Santo Padre, Dio non dev’essere solo oggetto di pensiero, ma di esperienza. In realtà non c’è soltanto l’esperienza empirica, ci sono anche esperienze umane, morali e religiose che non sono meno reali e significative. «E se è possibile parlare di tali esperienze, è difficile negare che, nell’orbita delle esperienze umane, si trovino anche il bene e il male, si trovino la verità e la bellezza, si trovi anche Dio» (p. 36). Certamente Dio non è oggetto dell’esperienza sensibile, ma è oggetto di conoscenza «sulla base dell’esperienza che l’uomo fa sia dei mondo visibile sia dello stesso suo mondo interiore».

Il razionalismo moderno ha tentato di staccare Dio dalla realtà – dalla persona umana e dal cosmo – e di relegarlo nell’ambito del puro pensiero. Cartesio, nota il Papa, ha scisso il pensare dall’esistere e lo ha identificato con la ragione stessa: Cogito, ergo .rum (Penso, dunque sono). «Quanto diversa l’impostazione di san Tommaso, per il quale non è i! pensare a decidere dell’esistenza, ma è l’esistenza, !”esse”, a decidere del pensare!» (p. 41). Con l’assolutizzazione della coscienza soggettiva Cartesio ha condotto verso la pura coscienza dell’Assoluto che è il puro pensare. In tal modo ci ha allontanati dalla filosofia dell’esistenza e anche dalle tradizionali vie di san Tommaso, che conducono all’ipsum esse subsistens. Per Cartesio «ha senso solamente ciò che corrisponde al pensiero umano. Non è tanto importante la veridicità oggettiva di questo pensiero, quanto il fatto stesso che qualcosa appaia alla consapevolezza umana» (p. 55). Si entra allora nella sfera dell’immanentismo e dei soggettivismo moderni; Dio è relegato al margine della realtà, tino a essere considerato estraneo al mondo.

Per ritrovare Dio occorre ritornare – afferma il Santo Padre – alla filosofia dell’essere, all’antropologia integrale e al personalismo. Prendendo le distanze dal positivismo, il pensiero contemporaneo si muove nella direzione indicata da queste correnti di pensiero e compie notevoli passi nella scoperta sempre più completa dell’uomo. In merito, il Papa cita i nomi di Martin Buber, Franz Rosenzweig, Paul Ricoeur, Emmanuel Lévinas, Marian Jaworski e la scuola di Lublino. E nota: «Ci troviamo ormai molto vicini a san Tommaso, mala strada passa non tanto attraverso l’essere e l’esistenza, quanto attraverso le persone e il loro incontro: attraverso l’ “io” e il “tu”. Questa è una fondamentale dimensione dell’esistenza dell’uomo, che è sempre una coesistenza» (p. 37). La coesistenza è un postulato dell’amore. Dio è l’amore nel quale la persona si realizza. Il Dio di Giovanni Paolo il non è un Dio lontano ed estraneo alla realtà del nostro mondo; non è un Dio dei passato, ma dei presente. È un Dio che ama, dunque opera, completa, è vicino alla sua creazione. «La nostra fede è profondamente antropologica, radicata costitutivamente nella coesistenza, nella comunità del popolo di Dio, e nella comunione con questo eterno Tu. Una simile coesistenza è essenziale per la nostra tradizione giudeo-cristiana e proviene dall’iniziativa di Dio stesso. Essa sta nella linea della creazione, di cui è il prolungamento, ed è – come insegna san Paolo (cfr. Ef 1,4-5) – al tempo stesso “l’eterna elezione dell’uomo nel Verbo che è il Figlio”» (p. 38).

“Cristo è sempre giovane”

L’antropologia del Papa diventa prima teologia, poi cristologia e soteriologia. La sua Parola acquista toni più vibranti, gli sfondi si illuminano di una luce più intensa, e su di essi avanzano la speranza, la fiducia e il coraggio. “(…) Cristo è assolutamente originale, (…) unico e irripetibile. Se fosse soltanto un “saggio” come Socrate, se fosse un “profeta” come Maometto, se fosse un “illuminato” come Budda, senza dubbio non sarebbe ciò che è. Ed è l’unico Mediatore tra Dio egli uomini [ …]. Porta in Sé tutto l’intimo mondo della divinità, tutto il Mistero trinitario e insieme il mistero della vita nel tempo e nell’immortalità. E vero uomo. In Lui il divino non si confonde con l’umano. Rimane qualcosa di essenzialmente divino. Ma Cristo, contemporaneamente, è così umano! Grazie a ciò tutto il mondo degli uomini, tutta la storia dell’umanità trova in Lui la sua espressione davanti a Dio. E non davanti a un Dio lontano, irraggiungibile, ma davanti a un Dio che è in Lui: anzi, che è Lui stesso. Questo non c’è in alcun’altra religione né, tanto meno, in una qualche filosofia» (p. 47).

L’irripetibilità del Cristo- il Papa non si stanca di ribadirlo – si fonda sulla verità che egli è il Verbo di Dio incarnato. E’ il testimone eterno del Padre e dell’amore che il Padre ha per la sua creatura sin dall’eternità; è il centro della fede e della vita della Chiesa; è Colui nel quale il Padre ama gli uomini. Con la sua morte e risurrezione ha redento il mondo e ha affidato alla Chiesa la missione di proclamare e applicare la sua redenzione. In sintonia col Concilio il Papa è lontano dal proclamare un qualsiasi ecclesiocentrismo; egli proclama il cristocentrismo in tutti i suoi aspetti.

«Al centro della Chiesa si trova sempre (:risso e il Suo sacrificio, celebrato, in un certo senso, sull’altare di tutta la creazione, sull’altare del mondo [ …]. Intorno al Suo sacrificio redentore si raccoglie tutta la creazione, che sta maturando i propri eterni destini in Dio» (p. 152). La Chiesa è semplicemente strumento di salvezza in quanto è Corpo di Cristo, ma la salvezza si ha soltanto ed esclusivamente in Cristo (p. 151 ). «L’uomo si salva nella Chiesa in guanto viene introdotto nel Mistero trinitario di Dio, cioè nel mistero dell’intima vita divina» (p. 151 s). Della Chiesa il Papa sottolinea la cattolicità, il carattere di comunione che la rende simile alla divina comunione trinitaria, la pienezza dei mezzi di salvezza che Cristo ha a lei affidato, la vastità dei suoi riflessi benefici su tutta l’umanità. Infine respinge l’accusa di esclusivismo ecclesiologico. «Coloro che si ribellano contro le presunte pretese della Chiesa cattolica, probabilmente non conoscono, come dovrebbero, questo insegnamento» (p. t 54), cioè l’insegnamento della Lumen gentium alla quale egli costantemente si riferisce.

Il Papa ha una battuta particolarmente felice: Cristo è sempre giovane (p. 128) e la spiega riferendo le parole del Vangelo di Giovanni: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (5, 17). Il Padre e il Figlio operano nello Spirito Santo, che è spirito di verità, e la verità non invecchia, non stanca, non cessa di affascinare, specialmente i giovani.

Oscurità di Dio?

Perché Dio non si rivela più chiaramente? All’interrogativo il Papa risponde con due considerazioni. Innanzitutto fa notare come l’essere contingente, che è l’uomo, non possa comprendere pienamente Dio, che è l’Essere assoluto. Tra le due realtà c’è un abisso. Mosè desiderava vedere Dio faccia a faccia, ma poté vedere solo le sue spalle, poiché «nessun uomo può vedere Dio e restare vivo» (Es 33,20). Le «spalle di Dio» indicano – nota il Papa- la conoscenza di Dio attraverso la creazione: conoscenza analogica (p. 42). Dio va oltre. Si autorivela umanizzandosi mediante l’incarnazione del suo Verbo. Nella sua «nascita, e poi attraverso la Passione, la Croce e la Risurrezione, l’autorivelazione di Dio nella storia dell’uomo ha raggiunto il proprio zenit: la rivelazione dell’invisibile Dio nella visibile umanità di Cristo» (p. 42 s). Poteva Dio avvicinarsi maggiormente all’uomo e alle sue possibilità conoscitive? E l’uomo era in grado di sopportare tale vicinanza? Così cominciarono le proteste: la «prima si chiama Sinagoga, e poi Islam. Entrambi non possono accettare un Dio così umano» (p. 43) e ritengono che egli debba rimanere pura Maestà. L’Incarnazione sarebbe una «follia» e uno «scandalo».

Il Santo Padre ribadisce che l’Incarnazione è il centro della fede della Chiesa, e proclama ad alta voce: «Io credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente» (p. 49). È questa fede – non si stanca di ripetere il Papa che rende Cristo «del tutto originale e irripetibile». Con l’Incarnazione Dio non solo ci parla e si fa a noi vicino, ma soprattutto ci salva, poiché «il Figlio dell’uomo non è venuto al mondo per giudicarlo, ma per salvarlo» (Gv 3, 17). Questa è la missione della Chiesa: trasformare la storia profana in storia di salvezza. In tale prospettiva, la storia della salvezza è anche metafisica perché «affronta il problema del senso dell’esistenza dell’uomo» (p. 64).

Una girandola di problemi

Il lettore lo avrà capito: grazie alla coraggiosa lealtà (la lealtà implica sempre il coraggio) dell’intervistatore, Varcare la soglia della speranza è una girandola di problemi, alcuni essenziali e urgenti, altri tipici del nostro tempo. Una nota caratteristica del libro è la naturalezza e la cordialità con cui il Santo Padre accoglie tutto e a tutto dà una risposta, senza mai usare i toni polemici, cercando di scorgere il lato positivo dei quesiti, teso nello sforzo di comprendere, chiarire, completare. Il suo parlare avviene sempre all’insegna del rispetto e della comprensione. Anche quando ricorre ai toni decisi, Io fa per un dovere di carità nei riguardi dell’uomo, poiché la carità si fonda sul rispetto della verità.

Tra i quesiti affrontati, oltre quelli analizzati, ne ricordiamo altri, non meno incalzanti. Se Dio è Padre misericordioso, perché tanto male? Il Papa non solo accetta il quesito, ma lo presenta nei termini più crudi. « Come ha potuto Dio permettere tante guerre, i campi di concentramento, l’olocausto?» (p. G7). E si appella al quadro cupo offerto da Dostoevskij, Franz Kafka e Albert Camus. La sua risposta è contenuta, in sintesi, nelle seguenti affermazioni: «Poteva Dio, diciamo, giustificarsi davanti alla storia dell’uomo, così carica di sofferenze, diversamente che ponendo al centro di tale storia proprio la Croce di Cristo? (…). No, assolutamente no! Dio non è qualcuno che sta soltanto al di fuori del mondo, contento di essere in Se stesso il più sapiente e onnipotente. La Sua sapienza e onnipotenza ti pongono, per libera scelta, al servizio della creatura (…). Lo scandalo della Croce rimane la chiave di interpretazione del grande mistero della sofferenza. (…) il Cristo crocifisso è una prova della solidarietà di Dio con l’uomo indifferente. Dio si mette dalla parte dell’uomo» (p. 68 s).

E l’Inferno? «Può Dio, il quale ha tanto amato l’uomo, permettere che costui lo rifiuti così da dover essere condannato a perenni tormenti» (p. 202). li problema, che «ha turbato i grandi pensatori della Chiesa, a partire dagli inizi, da Origene, sino ai nostri tempi, a Michail Bulgakov e Hans Urs von Balthasar», lascia perplesso anche il Papa. Il Vangelo parla, sì, di supplizio eterno, ma tace su coloro che vanno in esso. «Questo è un mistero, veramente imperscrutabile, tra la santità di Dio e la coscienza dell’uomo. Il silenzio della Chiesa è, dunque, l’unica posizione opportuna del cristiano» (ivi). In proposito, il Papa ricorda due verità rasserenanti: la realtà del fuoco purificatore («Dio fa passare l’uomo attraverso un tale purgatorio interiore di tutta la sua natura sensuale e spirituale, per portarlo all’unione con Sè») e la verità che «innanzitutto è l’Amore a giudicare. Dio che è Amore, giudica mediante l’amore» (p. 203).

Altri problemi: il diritto alla vita («Diritto alla vita significa diritto a venire alla luce e, poi, a perseverare nell’esistenza fino al suo naturale estinguersi») (p. 223), la dignità della donna (p. 237 s), la nuova evangelizzazione («L’evangelizzazione rinnova il suo incontro con l’uomo, è collegata con il cambio generazionale») (p. 128), la foresta di credenze e di rivelazioni che campeggia in ogni popolo (p. 87), la pretesa che solo nella Chiesa cattolica ci sia la salvezza (p. 151), l’escatologia (p. 197), il valore della coscienza (p. 209), la salvezza di chi non ha fede (p. 211), l’ecumenismo («Deve giungere il tempo in cui si manifesti l’amore che unisce. Numerosi indizi lasciano pensare che quel tempo sia effettivamente giunto») (p. 167).

Luci e ombre del nostro tempo

Quale giudizio il Santo Padre formula sul nostro tempo? Animato com’è da un sano realismo, vede in esso luci e ombre. Tra queste ultime, il relativismo morale, che costituisce «la grande minaccia per la civiltà occidentale» (p. 189); l’agnosticismo, che non è né un ateismo programmatico, né l’ateismo dell’epoca illuminista (p. 42), ma un repertorio di incertezze e di disinteresse in cui vaga l’esistenza; la secolarizzazione e il secolarismo, «con il conseguente atteggiamento consumista, orientato verso il godimento dei beni terreni» (p. 200). Queste, e altre ombre, costituiscono ciò che il Papa chiama una potente antievangelizzazione, «che dispone di mezzi e di programmi e si contrappone con grande forza al Vangelo» (p. t z8).

Sull’orizzonte del nostro tempo, però, non mancano le luci che legittimano la fiducia e l’ottimismo. Il Papa ricorda che nella Chiesa è in atto un rinnovamento prima di tutto qualitativo e un fiorire di movimenti a carattere religioso (p. t 83). Ricorda inoltre che la vera forza della Chiesa sta nella testimonianza dei santi e che questi, nel nostro tempo, sono «un enorme esercito» qualora si pensi ai martiri. Essi «si trovano alle bari di un mondo nuovo, della nuova Europa e della nuova civiltà» . Il nostro tempo va riscoprendo «il Sacrum, seppure non sempre sappia chiamarlo per nome» (p. 35). A tale proposito il Papa ricorda la filosofia della religione e la filosofia del dialogo, che orientano il nostro pensiero verso una concezione teistica e biblica (p. 37). Positivamente sintomatico è anche l’interesse e la diffusione del Catechismo della Chiesa cattolica (1992). «Ci troviamo, dunque, di fronte a una realtà nuova. Il mondo, stanco di ideologie, si apre alla verità. E’ giunto il tempo in cui lo splendore di questa verità evangelica comincia a rischiarare nuovamente le tenebre dell’esistenza umana» (p. 179).

«Non abbiate paura»

Nel suo libro il Santo Padre ripropone alcune lince maestre del suo magistero e della sua pedagogia pastorale. Ne vogliamo sottolineare tre, particolarmente significative della sua personalità. Messori gli chiede: «Ma che cos’è davvero, per il Santo Padre, la dignità dell’uomo? Che cosa sono, per lui, gli autentici diritti umani?» (p. 214). l’interrogativo porta il Papa su un terreno a lui congeniale, oggetto dei suoi studi e del suo impegno pastorale. «Mi ha sempre appassionato (…) l’uomo», confessa (p. 217). La dignità dell’uomo? Creato a immagine e somiglianza di Dio, «è un essere per il quale l’unica dimensione adatta è l’amore» (p. 218). La dignità dell’uomo è la sua capacità di amare. II Papa esprime questa verità in una frase di sapore agostiniano: «L’uomo afferma se stesso nel modo più completo donandosi» (p. 219). Il Vangelo comanda l’amore – dono di sé a Dio e al prossimo perché soltanto così è possibile realizzarsi, vivere in pienezza e verità.

Il Papa va oltre. Sulla scia del Concilio, ricorda la preghiera che Gesù rivolge al Padre: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21). Il testo ci suggerisce «una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità. Questa similitudine manifesta come l’uomo, il quale in terra e la sola creatura che Iddio abbia voluto per sè stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (p. 219). In sintesi «La persona si realizza mediante l’amore».

E i Diritti dell’uomo? Sono quelli iscritti dal Creatore nell’ordine della creazione: la libertà per potersi realizzare, l’essere considerato come soggetto di diritti e non come oggetto di godimento, cioè essere considerato come persona, con tutto ciò che tale qualifica comporta.

«Quando il 22 ottobre 1978 pronunciai in piazza San Pietro le parole “Non abbiate paura!”, non potevo rendermi del tutto conto di quanto lontano avrebbero portato me e la Chiesa intera. Il loro contenuto proveniva più dallo Spirito Santo (…) che dall’uomo che le pronunciava» (p. 241). L’esortazione si rivolge a tutti gli uomini, non solo ai cattolici, perché lo spettro della paura incombe su tutti i popoli. Non avere paura, di che cosa? Di quanto abbiamo prodotto e che sta diventando un pericolo per noi; c neanche di noi stessi: dei nostri limiti e delle nostre miserie. «Perché non dobbiamo avere paura? Perché l’uomo è stato redento da Dio». L’amore di Dio è una persona, Gesù Cristo, piantato nella storia umana e nella vita di ogni uomo per preparare il futuro escatologico, cioè la vittoria finale sul male.

La sicurezza del Papa non si fonda su elementi umani o su calcoli futurologici, ma sulla certezza di fede «che esiste Qualcuno che tiene in mano le sorti di questo mondo che passa; Qualcuno che ha le chiavi della morte e degli inferi (cfr Ap 1,18); ,Qualcuno che è l’Alfa e l’Omega della storia dell’uomo (cfr Ap 22,13) (…). E’ questo Qualcuno è Amore (cfr 1 Gv 4,8 e 16): Amore fatto uomo, Amore crocifisso e risorto, Amore incessantemente presente tra gli uomini. L’Amore eucaristico. E fonte incessante di comunione. E’ solo Lui a dare la piena garanzia delle parole “Non abbiate paura!”» (p. 243 s).

E’ vero che l’uomo contemporaneo ha paura delle esigenze morali che la fede gli pone dinanzi: il Vangelo è esigente. È anche vero, però, che quanto la fede esige non supera le possibilità dell’uomo e che a nessuno Dio fa mancare la grazia necessaria per lottare e vincere. La sicurezza del Santo Padre si ammanta di serenità perché è illuminata dalla Madre di Dio. «Cristo vincerà per mezzo di lei, perché Egli vuole che le vittorie della Chiesa nel mondo contemporaneo e in quello futuro siano unite a lei» (p. 242 s).

“Varcare la soglia della speranza”

Il superamento della paura deve indurci a varcare la soglia della speranza per vivere in gioiosa pienezza la nostra fede. A tale scopo occorre radicarci nel timore di Dio che è il principio della sapienza. Non un timore servile -avverte il Santo Padre – ma filiale, che sia espressione di amore preferenziale. «Tale timor di Dio è la forza salvifica del Vangelo. E’ timore creativo, mai distruttivo. Genera uomini che si lasciano guidare dalla responsabilità, dall’amore responsabile. Genera uomini santi, cioè veri cristiani, ai quali il futuro del mondo in definitiva appartiene.

Certamente aveva ragione André Malraux, quando diceva che il XXI secolo o sarà il secolo della religione o non sarà affatto» (p. 25 t). Affinché il secolo nel quale tra pochi anni entreremo sia migliore dei due precedenti, il Santo Padre ci invita a varcare la soglia della speranza. Cioè a convertirci al «timore filiale di Dio, timore che è prima di tutto amore>.

Più che nel contenuto, che è quello sempre antico e sempre giovane della fede cattolica, la novità del libro sta nella forma. Si ha l’impressione che il Santo Padre intenda affiancarsi all’uomo del nostro tempo per compiere assieme a lui il viaggio della vita. Se quest’uomo è cattolico o cristiano, per confermarlo nella fede; se non ha la fede, per suggerirgli le parole di quella Verità sepolta nell’animo di tutti. E ciò in tono paterno, comprensivo, fiducioso. Questo tono risulta particolarmente cordiale per la naturalezza con la quale le verità esposte si armonizzano con numerosi tratti autobiografici: si pensi al racconto della sinagoga di Wadowice; al ricordo del padre che consegna al giovane Karol la preghiera allo Spirito Santo perché la reciti ogni giorno; al modo e ai fini della sua preghiera; alle confidenze sulla sua vocazione sacerdotale, sui suoi studi e autori preferiti, sulla sua devozione alla Madonna, sulla saldezza della sua fede. Questi tratti autobiografici diventano una vicinanza che si fa dono.

Ascoltando il Santo Padre si resta colpiti dalla sua apertura di mente e d’animo. La sua attenzione è costantemente rivolta a cercare l’aspetto positivo in ogni evento e dottrina, convinto com’è che quando si è autenticamente umani si è riflessi di Dio e del suo Verbo. Per tale motivo egli è «appassionato dell’uomo», soprattutto dei giovani, la cui vocazione è l’amore, elemento costitutivo e benefico della gioventù. «Da giovane sacerdote imparai ad amare l’amore umano» (p. i;8) e a impostare sulla sua forza la formazione dei giovani.

A lettura finita, tre elementi rimbalzano dinanzi al nostro sguardo con particolare rilievo: la serenità d’animo del Papa. Traspare da ogni pagina, è fiducia in Dio e negli uomini, e riflesso di profonda vita interiore; l’umiltà del Santo Padre che si sottomette al «dovere» di rispondere alle domande di un giornalista-scrittore, per ansia di evangelizzazione; infine il suo amore per Cristo di cui è vicario e per l’uomo di cui è, nello stesso tempo, padre e fratello.

Abbiamo già trascritto la definizione che Messori dà di Giovanni Paolo II. E: lui, il Papa, come si definisce? «Il Papa, che è testimone di Cristo e ministro della Buona Novella, è per ciò stesso uomo di gioia e uomo di speranza, uomo di questa fondamentale affermazione del valore dell’esistenza, del valore della creazione e della speranza nella vita futura» (p. 23).

Con quest’uomo possiamo camminare tranquilli.

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