Un rapporto sulla fede

luglio-agosto 1985 :: CL Litterae Communionis, di Maurizio Vitali

A vent’anni dal Concilio ecumenico Vaticano II, mentre un secolo tormentatissimo e straordinario come il nostro sta per concludere la sua parabola, che ne è della fede cattolica? che ne è dell’autenticità ed integralità dell’esperienza di Cristo redentore? come individuare e respingere le minacce che dall’esterno attentano alla Chiesa, come sciogliere gli equivoci che la inquinano dal di dentro? come ritrovare le certezze della coscienza credente? E ancora: quale atteggiamento mantenere di fronte al mondo moderno? dove ricuperare un giudizio senza complessi di inferiorità che permetta alla Chiesa di essere ben presente nel mondo senza essere di questo mondo?

AI livello radicale, e necessario, di queste domande costringe il libro-intervista del cardinale Ratzinger, Rapporto sulla fede (*), opera che impegna leale e responsabile. Due sono le piste indicate.

Prima pista. Ci avverte il cardinale prefetto che germi patogeni all’opera nel corpo ecclesiale aggrediscono, con l’unità cattolica, il nucleo stesso dell’esperienza della fede. E sono: la dimenticanza di Cristo come avvenimento globale che dischiude all’uomo il rapporto con il suo destino infinito (in luogo di questa coscienza si installa sovente una concezione verbalistica e astratta della parola di Dio), e la conseguente dimenticanza della Chiesa come corpo di Cristo, sacramento e mistero, e organismo unitario. Si parla di una tentazione «protestantica»: e in effetti certa insistenza unilateralmente sociologica sull’idea pur giusta di popolo di Dio può impostare rapporti scorretti tra dimensione universale e dimensione particolare della Chiesa, tra primato e collegialità episcopale, tra responsabilità personale del vescovo e ruolo delle conferenze episcopali. L’insigne teologo card. De Lubac, in una intervista raccolta da Angelo Scola per Trentagiorni afferma che quella tentazione si nota soprattutto, oggi, in certe tendenze a marcare figure di Chiesa locale/nazionale.

D’altro canto, se si spezza il nessi con la Bibbia come espressioni fondamentale del rapporto con Cristo, si perde per ciò stesso il gusto della verità e non si ammettono i contorni della propria identità. Si tende allora ad affermare, in campo ecumenico, che tutte le religioni separate sono, in fondo, esse stesse Chiesa; di più, si pensa che sia possibile ed opportuno ridurre la sostanza del cristianesimo a un messaggio umanistico di semplice e immediata comprensione, universalmente accettabile.

La conseguenza finale di questi «coscienza debole» è gravissima all’uomo disorientato del nostro tempo non è data la possibilità di contemplare quel «di più di umanità, quel «miracolo», che documenta la verità della fede e invita ad aderire alla Chiesa.

Seconda pista. È l’invito a riformulare senza equivoci il giudizio sulla modernità. Gran parte della confusione post-conciliare ha infatti la sua causa in un giudizio, ambiguo sulla modernità e in uri rapporto irrisolto con essa (per questa ragione il dialogo col mondo ha abbassato il ponte levatoio all’intrusione dell’ideologia mondana dentro la Chiesa). Il giudizio prevalente è stato questo: la modernità, con il suo fondamentale carattere secolarista, è da accettare come un bene per la Chiesa, come fattore di purificazione della fede da particolari circostanze e condizionamenti storici; il processo di secolarizzazione, si è poi ragionato va portato dal mondo all’interno della Chiesa stessa; dunque, il nesso fede-cultura deve essere disarticolato onde scongiurare ogni risorgente forma di «cristianità che da una cultura viva tenderebbe inevitabilmente a nascere.

Il discorso del Papa a Loreto ha messo in crisi questa interpretazione della modernità. Il processo di secolarizzazione coincide – ha sostenuto il Papa – con una scristianizzazione progressiva e disumanizzante, basata sulla presunzione dell’autorealizzazione dell’uomo a prescindere dal rapporto con Dio. Da qui, il dovere del cristiano: più il mondo si secolarizza, più egli deve accentuare il valore della sua appartenenza alla Chiesa, e sviluppare un rapporto fede-cultura, generativo di nuova civiltà (di nuova cristianità).

Del resto, qual è la realtà? I cristiani, da un lato, vivono il loro credo sostenuti da riti e pratiche religiose, ma dall’altro lato respirano quotidianamente il clima culturale del «moderno»: l’ideologia consumistica che abbassa il desiderio religioso di infinito con l’offerta di soddisfazioni materiali e rinchiude l’uomo nella prigione della sua finitezza. La fede così si atrofizza. A meno di una più forte e consapevole appartenenza ecclesiale.

Rimane da chiedersi: per essere cristiani, occorre essere “antimoderni”, cioè reazionari? Ratzinger, ci dice, con Giovanni Paolo II, che no. Essi ci invitano piuttosto ad un rovesciamento di mentalità: non più lasciarsi problematirzare dall’agnosticismo, dal laicismo, dalla secolarizzazione; ritrovare, invece, con la certezza della fede in Cristo, la capacità di interpellare l’uomo sul senso della sua esistenza e della sua costruzione storica. Coraggio dell’annuncio, passione di edificazione della Chiesa in ogni ambiente, impeto missionario. Se la fede è chiamata a riprendere un ruolo di guida nel futuro delle nazioni (cfr. Loreto), come potrebbe impedire a se stessa di costituire il principio di una nuova cristianità (come indubbiamente pensai-ano, per esempio, Maritain e Paolo VI)? E infatti la sua stessa natura che spinge a costruire, come ha ricordato nel 1982 il Papa al Meeting di Rimini, «forme di vita nuove».

© CL Litterae Communionis

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