Un protagonista di storia

27 luglio 1990 :: L’Osservatore Romano, di Danilo Veneruso

Vittorio Messori considera questo volume sulla vita di Francesco Faà di Bruno, Milano, (Edizioni Paoline, 1990). Da ragazzo è come affascinato e quasi intimidito dall’altissimo ed esile campanile della chiesa di Santa Maria del Suffragio che si erge verso il cielo qua si a sfidare le, leggi della statica e che presenta al vertice un angelo con la tromba del giudizio e un enorme orologio che si pub vedere da ogni angolo del popoloso e popolare quartiere di Borgo S. Donato. La curiosità insorta nel ragazzo e nel giovinetto da questa insolita costruzione lo spinge a ricercarne la storia: scopre così per la prima volta, sia pure in modo ancora informe e vago, la figura del patrizio piemontese, la cui memoria rimane affidata, oltre che alla chiesa di Santa Maria del Suffragio, a certe silenziose e discretissime suore che, chiamate anche esse «minime della Madonna del Suffragio», hanno avuto Francesco Faà di Bruno per fondatore. Di ricerca in ricerca, di tassello in tassello, il Messori ricostruisce la sua biografia, inquadrandola nei principi di Francesco Faà e nel contesto storico che la reggono, cioè in quel Piemonte che si avvia ad essere il motore dell’indipendenza e dell’unità d’Italia.

Impegno poliedrico

Francesco Faà di Bruno viene beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988, a cent’anni esatti di distanza dalla sua morte, avvenuta a Torino il 27 marzo 1888. La sua «serietà», che ha tanto colpito il Messori tanto da intitolare il volume, è documentata dall’estrema discrezione delle molte iniziative che riesce a realizzare grazie alla poliedricità del suo ingegno e alla pluralità veramente singolare delle sue vocazioni. Come sottolinea il card. Pietro Palazzini, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, che resta tuttora il maggior biografo del beato, sono «ben pochi altri candidati alla santità che possano proporre tanti e così vari esempi di vita che siano di testimonianza a così diverse categorie umane come Francesco Faà di Bruno» (pagine 49 – 50).

Per -avere un’idea. di questa. poliedricità, è sufficiente fare un elenco cronologico delle iniziative di Francesco, come ha fatto Messori nella prima parte, più propriamente biografica, della sua opera. Ultimo di dodici fratelli, Francesco nasce ad Alessandria il 29 marzo 1825 da una famiglia la cui nobiltà è così antica da superare perfino quella di casa Savoia. Non sono pochi i familiari che danno un’impronta non secondaria alla società religiosa e civile del loro tempo. Il fratello Emilio è il più noto perché si inabissa a Lissa con la sua nave nell’infausta giornata di Lissa del 1866. Una sua sorella, monaca della Visitazione, morirà anch’essa in fama di santità e un altro suo fratello, Giuseppe Maria, diverrà superiore generale della Società dell’Apostolato cattolico (i cosiddetti «pallottini»), esercitando un’attività di primo piano negli Stati Uniti sia a sostegno dell’emigrazione italiana sia a favore dell’apostolato cattolico, promuovendo numerose conversioni alla Chiesa cattolica e lasciando allo scopo un’opera tirata a milioni di esemplari.

Anche un altro fratello e un’altra sorella sceglieranno la vocazione religiosa.

Francesco, educato in una famiglia profondamente religiosa, i cui genitori non sono « che un cuo re ed un’anima sola » (p. 64) , fin dalla fanciullezza è avviato in una vita severa ed austera, prima presso i padri Somaschi e poi, dal 1840, nell’Accademia militare di Torino, da cui ne esce nel 1846 con il grado di luogotenente e specializzato in quelle discipline matematiche e tecniche per cui si sente naturalmente inclinato (genio, topografia, artiglieria). Partecipa con entusiasmo alle campagne risorgimentali del 1848-’49 come aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele: quando poi questi sale sul trono, viene inviato all’estero per prepararsi adeguatamente all’ufficio di precettore dell’erede ai trono Umberto per cui è preconizzato. Se la preparazione a questo fine è vana in quanto gli orientamenti politici nel frattempo mutati sconsigliano l’utilizzazione in un ufficio così delicato di un cattolico tutto di un pezzo come Francesco, i suoi orizzonti gli si ampliano notevolmente specie, a Parigi, dove frequenta la scuola di alta matematica diretta dal celebre Augustin Cauchy, anch’egli cattolico fervente, amico di Federico Ozanam e dirigente centrale della Società di S. Vincenzo de’ Paoli.

Nel 1851 ottiene il diploma di Licencié – ès – Sciences e nel 1856 la laurea in matematica avendo come relatore lo stesso Cauchy. Nel frattempo i suoi rapporti, un tempo così stretti, con le autorità politiche del Regno di Sardegna, precipitano definitivamente. Nel 1853 chiede e ottiene la dispensa dalla carriera militare per non accettare un duello che repugna alla sua coscienza cristiana: in realtà gli si fa il vuoto intorno. Allo stesso modo le sue lezioni di analisi matematica e di astronomia all’Università di Torino sono riconosciute solo a livello di corsi liberi: solo molto più tardi ottiene il riconoscimento di professore straordinario, mai quello di professore ordinario. Completamente dimentico di sé, egli fa una sola eccezione in questo campo chiedendo di ottenere quegli onori accademici che la sua alta preparazione gli dà il diritto di avere: basti pensare che Francesco è il solo professore italiano cui vengono aperte, per le sue pubblicazioni scientifiche, le prestigiose edizioni teubneriane di Lipsia.

Libero ormai da ogni impegno mondiale, Francesco può dedicare la sua vita e le sue sostanze a beneficio della carità, interpretata come servizio concreto a favore dei miseri e degli emarginati. Anch’egli, come molti altri santi piemontesi dell’epoca, primo fra tutti il suo contemporaneo Giovanni Bosco, individua nelle vittime di un paleocapitalismo insensibile alle sofferenze dei più, i soggetti della sua attività. Appartengono soprattutto alle classi popolari i suoi assistiti. Per esse compone una raccolta di inni sacri, organizza corsi di catechismo che impartisce con l’ausilio di un manuale da lui stesso redatto e che ha larga diffusione in tutta Italia. Dirige due riviste popolari: conferendo loro diffusione nazionale, il Cuore di Maria e il Museo delle missioni cattoliche. Colpito dalle misere condizioni delle domestiche, sfruttate in ogni senso, anche sessuale, dai padroni e dai loro familiari, fonda per loro l’Opera di Santa Zita, all’interno della quale agiscono altre istituzioni parimenti meritevoli, come la Classe delle clarine, costituita dalle disabili che vengono sapientemente utilizzate per quello che possono fare a beneficio di se stesse e della società, l’Infermeria di S. Giuseppe, ente unico nel suo genere, che mira a restituire alla società, alla famiglia e al lavoro ragazze povere già colpite da malattia e che hanno bisogno di un periodo di convalescenza e di riambientamento per non compromettere definitivamente il loro stato di salute. Di grande importanza caritativa e sociale è la Pia casa di preservazione per le ragazze madri, istituita per accogliere le donne non sposate che, nell’ambito del loro servizio domestico, restano incinte ad opera di padroni e di padroncini senza scrupoli morali. Perché una simile istituzione, condotta con grande tatto, delicatezza e discrezione, che si spinge fino a tener segreti a tutti, fuori che ai responsabili, i nomi delle ospitate, non diventi ricettacolo di vizio, è consentito l’ingresso per una sola volta nella vita alle giovani in quelle condizioni. Ma la sua sensibilità non esclude nessuno: notevole è infatti l’apertura di, un pensionato per dame perdute e in strettezze economiche .

Carità laboriosa

Nel 1875, a cinquant’anni, decide di farsi sacerdote: in questo sua nuovo stato può dare veste istituzionale alle Minime di Nostra Signora del Suffragio, che egli fonda e dirige con l’aiuto di una signorina, e poi monaca, Gonella. Divenuto sacerdote, si trova contro l’arcivescovo di Torino, quel mons. Lorenzo Gastaldi che ha, nello stesso periodo, dissapori altrettanto gravi con don Giovanni Bosco: così, all’inaugurazione della chiesa di Nostra Signora del Suffragio da Francesco progettata, voluta e in gran parte perfino pagata di sua tasca per il popolo di S. Donato, è costretto a tapparsi in casa per desiderio dell’arcivescovo.

La molteplice e laboriosa giornata terrena di Francesco si chiude il 27 marzo 1888, meno di due mesi dopo di quella di un altro grande santo piemontese, Giovanni Bosco, che opera a Torino con metodi assai diversi e per altri soggetti (i giovani) ma sempre a vantaggio delle anime e della società. Come sottolinea Messori nella seconda parte del suo volume, la santità cristiana, pur diversissima nei metodi e nei contenuti in forza della diversità dei tempi e dei luoghi, è sempre nettamente riconoscibile per qualche cosa di comune: la considerazione dell’anteriorità della persona e dei suoi bisogni rispetto alla struttura. La struttura non è che un mezzo, sempre riformabile, per raggiungere il fine di riconoscere il prossimo nella individualità concreta nei suoi bisogni reali e come occasione per incontrare indirettamente Dio. In questo si costituisce e si individua il rapporto tra diversità e unità, tra persona e società che è caratteristico della visione cristiana della vita e che, se ben inteso e ben attuato, allontana il pericolo della burocrazia di beneficienza.

Bisogna dire però, per precisione storica, che quando vive ed opera il nostro Francesco, non esiste neppure quella, come in genere è ignota ogni sensibilità sociale. Il liberalismo del tempo, coniugato al protocapitalismo, ignora completamente la dimensione sociale dei problemi in una concezione elitaria della società che la selezione delle specie introdotta recentemente da un darvinismo male inteso e peggio assimilato aggrava a dismisura.

Francesco si trova davanti al liberalismo anche per quanto riguarda il problema politico per eccellenza, quello della costruzione dello Stato unitario. Come la maggior parte dei cattolici del suo tempo, non è contro il Risorgimento né contro l’unità d’Italia: egli vorrebbe però che l’unificazione italiana non sia attuata sotto il segno della indifferenza verso i valori del cristianesimo. Non dimentichiamo, infatti, che egli partecipa con valore alle campagne del 1848-’49, ed è costretto a ritirarsi dalla vita politica solo suo malgrado, dopo quelle famose elezioni del 1857 che il Cavour manipola a suo piacimento per avere una Camera a lui completamente devota. Bisogna anche dire che l’Italia fa differenza rispetto a quanto avviene negli altri paesi, dove la Chiesa è anche letteralmente “madre dei popoli”, favorendo l’indipendenza e la libertà del Belgio, dell’Irlanda, della Polonia. e -rivendicando i diritti delle nazioni baltiche e dell’Armenia, non tanto per malizia degli avversari quanto per singolare e reale difficoltà di cose. Infatti, per quanto riguarda l’unificazione italiana, i cattolici possono con difficoltà aderire sia alla soluzione repubblicana pura, sia alla soluzione “tedesca” che si realizza nella federazione monarchica. Perfino l’espulsione dell’Austria dalla penisola pone difficoltà gravissime (prevedute da Cesare Balbo) perché costringe lo Stato della Chiesa a mettersi in urto, senza alcuna ragione religiosa, con la monarchia asburgica. E’ in questo contesto che si affaccia e trionfa la soluzione minoritaria tipica del processo risorgimentale italiano, è in questo contesto che viene vanificato il patrimonio di esperienze e di prestigio politico contenuto dal folto e qualificato gruppo cattolico-liberale che, annoverando uomini come Manzoni, Pellico, Balbo, Tommaseo, Gioberti, D’Azeglio, sembra destinato a diventare la classe dirigente della nuova Italia unita e fedele alla sua tradizione cristiana.

© L’Osservatore Romano