Un italiano serio

n. 24-1991 :: I Quaderni di Avallon, di Paolo Gulisano

“A una teoria si può rispondere con una teoria, ma chi potrà mai confutare una vita?” (Evagrio Pontico) Questa è la citazione di un monaco del VI secolo che apre e significa questo volume di Vittorio Messori, autore di best-sellers religiosi come Ipotesi su Gesù, Scommessa sulla morte, Rapporto sulla Fede (l’intervista al Card. Ratzinger). In questa sua ultima fatica, Messori si è cimentato con una figura di beato, il piemontese Francesco Faà di Bruno, che visse gran parte della sua vita come laico, militare, scienziato, docente universitario e soprattutto instancabile testimone della fede e della carità di Cristo, impegnando tutta la sua vita e le sue capacità in quelle che un tempo erano note come “opere di misericordia”.

Eccezionale fu il suo impegno nel campo della carità, fino a raggiungere i vertici del sacrificio e della santità riconosciuta infine dalla Chiesa che nel 1988 lo ha proclamato beato. Perchè una figura come quella del beato Faà di Bruno è così importante da farle dedicare un libro da uno dei più acuti saggisti italiani? Uomini come Faà di Bruno sono da riscoprire come esempio prezioso e attuale. Egli appartiene a quella schiera di santi dell’Ottocento, che come Don Bosco e altri furono perseguitati dal potere politico massonico e anti-religioso, venendo messi al bando dalla modernità, ma che oggi a noi si rivelano come i profeti del postmoderno. Ebbero torto per il loro tempo, ma hanno ragione per il nostro. Cosa distingue questi santi? Essenzialmente l’avere intuito che la giustizia senza carità non basta e può anzi rivelarsi un idolo pericoloso. L’ideologo è infatti colui che ama l’umanità, ma odia l’uomo singolo, concreto. Faà di Bruno mostra invece come la Fede realizzi opere immediate per bisogni immediati e risulti stimolatrice di fantasia creatrice. Per un certo cattolicesimo moderno la Carità è qualcosa da superarsi, per risolvere i problemi “a monte”.

La storia della santità è ben poco noiosa. Francesco, usando un termine forte di Messori, è un laico cattolico con gli ormoni.

Il cristiano è per vocazione un pacifico radicale, ma non un pacifista poichè è chiamato a lottare drasticamente contro il male.

Egli, aristocratico che non esitò a vivere non solo per, ma anche con i poveri, ci può far riscoprire un cattolicesimo vigoroso: la bigotteria e il moralismo non sono un prodotto del cattolicesimo, ma del laicismo. Il dramma del cattolicesimo odierno è quello di aver perso le proprie radici. Così, al di fuori della visione cristiana assistiamo alle tragedie delle ideologie, nelle quali anche le migliori intenzioni si trasformano in danni. Non c’è giustizia senza carità, e Faà di Bruno ci mostra che è ingiusta una visione della realtà che non tenga conto del mistero del Dio che si è incarnato, che si è fatto uomo per salvarci e che rimane tra noi, grazie allo Spirito Santo, grazie alla Chiesa che è il suo Corpo Mistico. E di testimonianze dell’Incarnazione che gli uomini del nostro tempo hanno bisogno, non dei grandi discorsi sui valori comuni. La conferma viene dalla clamorosa polemica seguita alla presentazione del libro avvenuta al “Meeting di Rimini” del 1990.

Le tesi dell’autore, scientificamente documentate, anzichè essere origine di dibattito. hanno dato luogo ad una gazzarra di insulti e di invettive, segno di una malafede, di una inquietante intolleranza, di un odio ideologico che conferma i timori a riguardo del totalitarismo soft che va affermandosi.

Poco incoraggiante è stato anche l’atteggiamento, quando non di consenso per gli avversari, di assenza dal dibattito di gran parte del mondo cattolico che ha lasciato Messori pressochè isolato, vuoi per opportunismo, vuoi per scarso coraggio, vuoi perchè purtroppo, anche in ambienti che si dicono “tradizionali” esistono ancora grossi equivoci riguardo al Risorgimento, e lo spauracchio del “leghismo” conduce ad apologie dello Stato unitario decisamente fuori luogo.

I santi come Faà di Bruno, ben lontani dalle pericolose utopie perseguite dalle ideologie, rifuggendo da veri seguaci del Vangelo da ogni odio, anche di classe, e da ogni guerra, anche civile, proponevano per la società e i suoi problemi la via della solidarietà, della compassione, della collaborazione, in una parola: dell’amore. Ma questo senza alcuna ingenuità, anzi con sano e sodo realismo. Faà di Bruno visse per realizzare alla lettera la parola del Vangelo: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perchè vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre nostro che è nei cieli” (Mt. 5,16).

Questo visse Faà di Bruno in un ambiente che gli fu ostile, che cercò di danneggiarlo e di ostacolarlo: era il regime massonico dell’Italia risorgimentale, scaturito da quel Risorgimento che, come ha affermato il Cardinale Biffi, “impose alle genti della penisola un’ideologia obiettivamente in contrasto con quella cultura cattolica che, fino a quel momento, aveva costituito praticamente l’anima e l’ispirazione di tutte le costumanze, le manifestazioni artistiche, le forme corali di festa, di culto della bellezza, di vita”. Questa Italia fatta senza tenere conto della tradizione cattolica, anzi in opposizione ad essa, arrivò a perseguitare persino, per la loro fede, i suoi figli migliori.

Il mondo cattolico non fece opposizione all’Italia, all’unità italiana ma al modo in cui venne fatta, alla violenza contro la cultura, l’identità del popolo cattolico. Gli italiani avevano un solo legame che li unisse, dal Nord al Sud: la Fede Cattolica.
L’unità d’Italia si fece non sulla lotta allo straniero, ma all’italiano. La repressione, specie sulle popolazioni meridionali, fu spaventosa, e Messori la documenta con cifre inoppugnabili. Perchè indagare ancora su questo nostro passato? Per comprendere il nostro presente. Per questo è importante conoscere e amare figure come il beato Francesco Faà di Bruno: un italiano serio, un cattolico integrale, una gloria per la Chiesa.

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