Un italiano serio: il beato Faà di Bruno

ottobre 1990 :: Studi cattolici, di Cesare Cavalleri

Avvincente? L’aggettivo è abusato, ma per una volta usiamolo in senso proprio: la biografia del beato Francesco Faà di Bruno, che Vittorio Messori ha pubblicato col titolo Un italiano serio (Edizioni Paoline, Milano 1990, pagine 220, lire 22 mila), è un libro avvincente. Non solo perché propone al vasto pubblico (destinatario abituale dei best seller di Messori) la figura straordinaria di un mal conosciuto personaggio straordinario, è ma anche perché innova letterariamente il genere biografico. (…)

La presentazione del libro di Messori al Meeting di Rimini, a fine agosto, con l’intervento del Cardinal Pietro Palazzini (autore di una monumentale biografia di Faà di Bruno, di oltre mille pagine), ha dato luogo ad una canea giornalistica di inaudita violenza e stupidità. Per una frase che Messori non disse, egli fu accusato di voler fare il processo al Risorgimento, di voler far sedere Mazzini, Garibaldi e Cavour sul banco degli imputati di una nuova Norimberga. Su come in realtà siano andate le cose si è spiegato Messori stesso sua Avvenire, il 9, l’11 e il 16 settembre: tre interventi non solo di una nobilissima e civile autodifesa, ma anche altrettante lezioni di deontologia professionale.

E spiace che al coro si siano associate anche tante voci di “cattolici” che acriticamente hanno conferito la propria pietruzza al linciaggio un di un giornalista -oltretutto rigorosissimo in fatto di documentazione storica- che fa ottimamente il proprio mestiere e che si è visto giudicare da un improvvisato tribunale in cui le calunnie sono state usate come prove.

Le repliche di Messori ai suoi denigratori sono state mirabilmente pacate e hanno colpito giusto, tanto da meritare il rispetto anche dei destinatari che, bisogna riconoscerlo, le hanno generalmente pubblicate con il doveroso rilievo. “L’incidente”, pertanto, ha avuto una conclusione in certo senso positiva, perché il prestigio di Messori si è ingigantito presso i suoi abituali estimatori e ha costretto gli avversari a prendere atto della solidità di questo esponente di una cultura anticonformista che, guarda caso, è una cultura cristiana.

L’essersi occupato così a fondo e così bene di Faà di Bruno deve aver provocato una sorta di identificazione fra biografo e biografato, e Messori, probabilmente, avrà sorriso per vedersi riservare un trattamento analogo a quello che il suo personaggio che ha dovuto con maggiore rudezza subire. E analoga, civile, è stata la reazione di difesa, con la consapevolezza che in gioco, oltre alla reputazione di un giornalista e studioso onesto vi era anche la verità, non solo storica.

Personalmente non ho la saldezza di nervi di Messori e anche adesso mi sentirei pronto a reagire su ben altri toni all’ignobile aggressione di cui Messori è stato oggetto. Devo anzi confessare di aver scritto un finale di questa recensione, piuttosto crudo e con nomi e cognomi. Tuttavia, siccome, in fondo, anch’io mi sforzo di essere cristiano, ho pensato che non sarebbe stato opportuno rendere pubblico lo sfogo -pur sacrosanto- che avrebbe potuto essere interpretato come mancanza di quella carità che ci viene comandato di esercitare anche verso verso gli stolti e verso gli avversari. Pertanto, per evitare cognome di scandalo anche per i pussilli, preferisco concludere con una lunga citazione dell’autodifesa di Messori, che ironicamente si autonominato “il mostro di Rimini”, pubblicata il 10 settembre in prima pagina dalla Stampa, imponendomi l’astensione da ogni commento a rincaro della dose:

” Una delle tesi del libro è che non è affatto vero -e il caso Faà di Bruno lo conferma in pieno- che, come spesso ripetuto, questi cattolici fedeli a Pio IX non volessero l’unità nazionale, che addirittura tentassero di sabotarla, che fossero dunque poco” italiani “. Al contrario: lo erano a tal punto da voler un’unità più salda, più rispettosa delle diverse storie e tradizioni delle sue parti, non persecutrice del solo mastice che unisse genti così diverse dalle Alpi a Pantelleria. E, cioè, la comune fede cattolica. In fondo, è possibile proprio che proprio questi credenti considerati abbarbicati e un passato ormai anacronistico fossero in realtà quelli più in grado di presentire il loro futuro. Che poi è il nostro oggi : quando -e molti storici cominciano a sospettarlo- l’apparire del fenomeno inquietante e per tanti versi grossolano delle Leghe è il venire al pettine di quel tipo di “Risorgimento”. Fosse l’unico allora storicamente possibile, ma comunque frutto, più che di volontà popolare (quella del ” Paese reale “, quello vero, del 98% che non votava e al quale cattolici si appellavano), per iniziativa di una dinastia e di una piccola oligarchia borghese. Concetti -questi e altri ancora che nel libro si tentava di tratteggiare- che non pretendono certo di essere condivisi da tutti, ma che sono forse non indegni di una discussione seria, basata sui fatti.

“Invece, è scattata a sorpresa l’operazione-Mostro. A digiuno per troppi giorni di quelle polemiche di cui il Meeting negli anni scorsi li avevano abituati, alcuni giornalisti hanno provveduto a sintesi selvagge, polemiche inesatte, sottoponendo poi quelle grossolanità (nelle quali l’interessato non si riconosceva affatto) a storici ed esperti che hanno sentenziato -avevano ragione, se davvero quello fosse stato detto, e soprattutto, scritto- che di idiozie si trattava. Come purtroppo avviene nel media-system, la ruota della demonizzazione ha cominciato a girare, inarrestabile, alimentata non dalla realtà ma da quelle caricatura di realtà creata dai primi flashes di agenzia. Quelli, tra l’altro, che attribuivano all’autore di un libro informato e pacato grida scomposte a un nuovo processo di Norimberga ” per Mazzini e Garibaldi “.

“Ora: né Garibaldi né Mazzini erano in questione, essendo in fondo anche essi esponenti di un Risorgimento sconfitto quasi alla pari di quello dei cattolici. Inoltre, quella su Norimberga (e su quel suo tribunale che solleva, tra l’altro, non pochi interrogativi giuridici e morali) era una battuta non del Mostro di Rimini, ma che egli aveva ripetuto, un po’ ironico, da uno storico che gli era fianco sul palco e che gliela suggeriva. Peccato. Forse, un’occasione mancata per aprire una discussione seria. Da “italiani seri”.

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