Un italiano serio

novembre 1990 :: Letture, di Guido Sommavilla

A differenza di Montanelli e soci, il libro l’avevamo già letto prima della sua presentazione al meeting di Rimini e abbiamo capito che il disprezzo fatto calare in quell’occasione sulla cultura dell’autore era semplicemente una ignorantia elenchi, cioè una ignoranza, reale o politica, di certi aspetti del cosiddetto Risorgimento. L’opera era in libreria da mesi ma, come succede, nessun « laico » l’aveva notata, altrimenti la gazzarra scoppiata a fine agosto avrebbe dovuto semmai verificarsi molto prima. Messomi cita dati, fatti, cifre ufficiali che però di solito non fanno parte della informazione corrente. Si tratta di soprusi, latrocini, uccisioni dovuti all’iniziativa di pochi italiani che “hanno fatto l’Italia» ai danzi di molti italiani che non volevano che l’Italia venisse fatta in quel modo. Il libro non è tuttavia principalmente la pur legittima denuncia di colpevoli, ma la doverosa riabilitazione di innocenti: e comincia col ricostruire la grande e sconosciuta figura di Francesco Faà di Bruno, che il papa Giovanni Paolo II ha elevato agli onori degli altari proclamandolo “Beato” nel 1988 a cent’anni dalla morte.

Scienziato di valore – matematico, astronomo, architetto – scrisse opere tradotte in diverse lingue; fu soldato (Novara 1849), ufficiale dell’Accademia di Torino, promotore di numerose iniziative di carità. Quello che Don Bosco fu per i giovani, egli lo fu per le giovani povere e a rischio (le “serve” erano allora nella sola Torino ben 11.000), e per altre categorie bisognose come le nobili decadute. Docente di matematica all’università di Torino – ma solo incaricato e mai ordinario come meritava creò nel quartiere povero di via San Donato un centro con annessa chiesa, e un campanile, ardito quanto sicuro, che ancora oggi è il più alto di Torino; vi collocò un osservatorio astronomico e meteorologico, con un orologio che indicava le ore per ottantamila persone. Allo stesso scopo fondò una congregazione di suore, le Minime di S. Maria del Suffragio, che dedicavano la loro vita attiva all’assistenza delle « serve » e la loro vita contemplativa (preghiere, penitenze) a quei « proletari dell’aldilà n che erano i caduti di tutte le guerre.

C’è poi nel libro la rivendicazione del perfetto accordo esistente tra scienza e fede, che non solo convivono, ma interagiscono e si integrano a vicenda; si demolisce così un diffuso e falso luogo comune. Tale accordo fu proclamato e personalmente vissuto dal Faà di Bruno, uomo di Dio e vero scienziato (esiste ancora una legge di Bruno che oggi serve all’informatica). Ancora più attuale la questione dell’impegno dei cattolici nel sociale. Faà di Bruno è uno dei tanti socialmente impegnati nella Torino liberale dell’Ottocento, come del resto avveniva in tante altre parti d’Italia. L’accusa ripetuta fino ai giorni nostri, almeno fino alla caduta dei regimi comunisti dell’est Europa, era che questi cattolici puntavano sulla carità e non sulla giustizia, badavano a soddisfare necessità immediate senza risalire alle cause, e quindi senza pensare a un cambiamento delle strutture politico-sociali che stavano all’origine di quei mali; in altre parole senza favorire la rivoluzione. Oggi questo discorso nessuno ha più il coraggio di ripeterlo. Messori richiama il realismo cristiano di Don Bosco e Faà di Bruno per ricordare che siamo in un mondo radicalmente guastato dal peccato originale, e quindi chi vuole il paradiso in terra finisce per creare inferni ancora più gravi, perché è inevitabile il ricorso alla violenza. Perciò sembra più saggio fare subito il relativo possibile.

L’autore spende all’inizio del libro parecchie pagine quasi per scusarsi di aver scritto di simile argomento. Confessa però che si tratta quasi di una « commissione » a lui pervenuta attraverso una catena di strane coincidenze. Anche lui era cresciuto a Torino nel quartiere di via San Donato, era entrato da ragazzo, del tutto digiuno di educazione religiosa, in quella strana chiesa; aveva avuto paura che quel campanile così alto e così sottile gli franasse addosso. Poi, dopo aver scritto Scommessa con la morte, gli era pervenuta una lettera di consenso da parte di una suora della congregazione delle Minime.

La volle conoscere, e proprio all’ombra di quel campanile, venne a sapere tra l’altro che la giovane religiosa aveva frequentato un corso di teologia dove un frate insegnante in una sua lezione aveva ridicolizzato il Purgatorio. E fu soprattutto questa confidenza che fece scattare il battagliero autore verso un’altra rivendicazione, quella dei «Novissimi » (morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso) tutti riproposti anche dal Concilio Vaticano II, di cui si cita la Lumen Gentium, specie al paragrafo 51 (p. 32).

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