Sedici aprile duemilaundici

Oggi, 16 aprile 2011, Vittorio Messori compie settant’anni.

Normalmente, i media laici “celebrano” occasioni come questa per i loro “punti di riferimento”, pubblicando interviste, ritratti, panegirici.

Neanche questa, peraltro, vuole essere una “pubblica celebrazione”: quanto leggerete, infatti, affonda molto nel privato e nel personale, anche se non necessariamente solo in quello di chi scrive.

Ragion per cui, volendo, potrete fare a meno di leggere queste righe con quella libertà che è sempre stata il presupposto della “proposta” del più noto “scrittore cattolico” del nostro tempo.

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Come il Dio di cui ama sempre parlare, Vittorio Messori gioca spesso un po’ a rimpiattino con noi, specie quando snocciola date ed avvenimenti, trovando i loro misteriosi legami. Prende un po’ le distanze lui stesso, sapendo che non è questo intreccio di “coincidenze” un argomento decisivo nella disputa di sempre sulla fede.

Pertanto, la buttiamo lì anche noi ritirando furtivi la mano: il signore al quale sono dedicate queste pagine nasce lo stesso giorno del Papa oggi regnante, a cui è legato a doppia mandata da un libro-intervista che segnò un’epoca (o, meglio, la sua fine). Il 16 aprile, ricorrenza di Santa Bernadette Soubirous e di San Benoit Joseph Labre (Giuseppe Benedetto, notava un mio caro amico tempo fa, proprio come il Papa oggi regnante…), esempi ai quali è legatissimo.

Il 16 aprile di questo 2011, Messori compie settant’anni: approda, insomma, ad un’età “biblica” (“la vita dura settant’anni, ottanta per i più robusti”, recita il salmista), proprio alla vigilia dell’inizio del ciclo dedicato alla Passione di quel Cristo che segna lo spartiacque della storia biblica. Passione, Morte e Resurrezione alle quali il Papa oggi regnante ha dedicato proprio quest’anno il suo ultimo libro (citando, peraltro, nuovamente il libro sulla Passione del suddetto scrittore)…

Avrà certo meditato anche lui su questo, trattenendo però tutto per sé. Ed avrà fatto, da uomo del suo tempo, un qualche bilancio che, ovviamente, avrà subito accantonato, da cattolico e credente, ben sapendo che solamente ad un Altro è dato di pesarci in una bilancia infallibile. Ben sapendo che non è la scansione di un calendario fatto di numeri il respiro temporale di un cristiano, ma un momento incerto, quello del giudizio che tutti ci attende. Un momento al quale Vittorio Messori ha dedicato le pagine straordinarie di un libro che, parlando di una scommessa, era una scommessa anch’esso.

Per noi che, solo per aver imparato da autodidatti (piuttosto male, peraltro) a mettere in un qualche ordine stringhe di un codice elettronico ed in qualche posizione testi e disegni, abbiamo avuto la gioia di condividere con Vittorio anche alcune serate dietro una buona tavola; per noi che, per questo, lo abbiamo sentito “fuori” dalla sua scrittura, rimanendo sospesi dai suoi rimuginanti silenzi; per noi che, però, sappiamo bene come scorre fluida, inesorabile, la sua ruota quando è libera; per noi che riceviamo la sue e.mail, constatando molte volte come -fra il Messori pubblico ed un eventuale Messori “wikileakizzato”- la sostanza di quanto è stato detto non cambierebbe granché; per noi, insomma, i suoi settant’anni rappresentano un modo per fermarci e meditare, per pensare a quanto ha scritto e detto.

Le letture “messoriane” rappresentano uno shock: lo è sempre, per l’imbevuto nei libri di testo da decenni in circolazione o da vulgata televisiva, affrontare la tetralogia dei Vivai. Lo è stato, inoltre, masticare Scommessa sulla Morte, il più cattolico dei libri di Messori, quello che più affonda il coltello nel core della prospettiva della Chiesa, legando indissolubilmente il tema eucaristico alla vita concreta nel suo tentare di affacciarsi a quella eterna. Lo rappresenta, altresì, Ipotesi su Maria, il cui caleidoscopio mariano, fatto di frattaglie di fatti, intrecci, curiosità, proietta una luce sublime nella sua semplicità sul ruolo di una Madre che resta inarrivabile pur legandosi alle piccole cose.

Lo è, per l’abituale lettore di Messori, Il Mistero di Torino: un libro, lo confesso, difficile, intricato come quel campo di battaglia, per la fede ma non solo, che è sempre stata la capitale subalpina.

Ma -ed è ciò che conta- sono altrettanto spesso le “riletture” ad edificare ancor più: perché la meditazione non solo dei contenuti, ma dell’approccio stesso (specie per i Vivai) costituisce (o, almeno, lo è stato per me) una palestra nella quale “allenare” e fortificare una prospettiva davvero cattolica. “Cattolica”, certo, per i suoi contenuti; ma “cattolica” per quel suo essere salda nella sua chiarezza e nella sua limpidezza, ma al contempo “aperta” al confronto, alla scoperta e, perchè no?, alla riscoperta. Come ho spesso detto: uno scrigno fatto di cose vecchie, ma pronto ad aprirsi a quelle nuove.

Vittorio Messori mi ha dato, e mi da, tutto questo: un’amicizia in cui chi ti sta di fronte, anche dalle pagine di un libro, ti dice tutto quel che sente e sa di doverti dire. Ed usa i momenti e le parole giuste per dirlo. E mi ha dato e mi darà sempre un dono prezioso: qualcosa “da pensare”, su cui rimuginare.

Sono “doni” un po’ difficili ed impegnativi: accettarli, farli tuoi, spesso “ti costa” come, del resto, è costato a lui riceverli e darli. Ma accettarli, significa poter partire ben armati, ben equipaggiati, anche per altri viaggi nella fede ed oltre. Scoprendosi mai banali, mai superficiali, mai “normalizzati”. Ma, nel contempo, mai presuntuosi, mai “superiori”, mai “assediati”.

Che sia et-et (una pillola in cui, letteralmente, c’è il cattolicesimo), anche questo?
Forse.

Mi è comunque chiaro da anni che con l’eredità messoriana che si va pian piano formando, cesellata e modellata dal suo autore in libri ed articoli, la Chiesa dovrà fare -il più tardi possibile, eh!- i suoi conti. Perché penso possa essere chiaro che le sintesi che Vittorio Messori ci ha regalato e che, a Dio piacendo, continuerà a regalarci sono un dono per la Chiesa, come disse il Cardinale Giacomo Biffi, stendendo la prefazione a Pensare la Storia.

Nessuna cultura, infatti, come questa ha reso fenomeno di massa quella preparazione più o meno superficiale che illude molti di poter fare a meno del divino e, in particolare, del Dio cristiano (J.H. Newman: “Se un po’ di cultura allontana da Dio, molta cultura lo fa riscoprire”).

Ebbene, se Messori è un rimedio, lo è proprio nella misura in cui egli è stato in grado di darci, con l’accessibilità che sappiamo, quel di più di conoscenza, meditazione e profondità, di quella cultura, insomma, che ci permette ogni giorno di “riscoprire” –nel senso in cui diceva Newman- la nostra fede cattolica.

* Sebastiano Mallia, Pachino, 16 aprile 2011

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