Scommessa sulla morte di Vittorio Messori

gennaio 1983 :: Letture, di Guido Sommavilla

Chi volesse subito un giudizio sommario su questo splendido libro, che è da leggere quanto prima e non da commentare, eccolo in quattro righe: plauso intenso su quasi tutto, anche sul taglio cattolico di questa scommessa (che è la fede) per una Vìta in Dio dopo la morte, ed anche (almeno per me personalmente) sullo stile, oltre che trasparente e agganciante, tagliente nella circoscrizione dello specifico cristiano e cattolico in tema, nonostante che questo implichi discriminazione franca rispetto a varie altre posizioni estracattoliche, ed estrareligiose, a queste ultime soprattutto.
Ed ecco il a quasi » nel plauso. Troviamo obiettivamente eccessivo, generico e (come ogni generico) indimostrato un anticlericalismo che, a dispetto del cattolicesimo, punteggia e percorre il libro con un accanimento strano: anticlericalismo non radicale (non saremmo, altrimenti, più cattolici) ma relativo al comportamento complessivo dei clerici, preti, frati, vescovi, perfino papi (mai indicati per nome) tutta gente che, si direbbe, Dio va a cercarsi regolarmente tra i peggiori fra gli uomini, A dir vero c’è di peggio, a sentire Vittorio Messori, se questa può essere una consolazione: i democristiani.

Inoltre troviamo che manca un capitolo nell’equilibrio del libro: sulle possibilità, per una visione cattolica della religione, di salvezza escatologica in Dio anche degli extra di ogni specie e sulle sue ragioni, a cominciare dall’impossibilità dei più a essere cattolici fino al mistero della vicarietà dei meno (del poco lievito) per i più (la pasta, la massa). Ragioni che forse l’autore rimanda ad altri libri che ci promette. Ma qualcosa bisognava anticipare già qui: per scongiurare l’impressione implicita finale che, stando così le cose, ben piccolo potrà essere il numero degli eletti, visti i ben pochi avviati decisamente sulla stretta via della Vita. Il rischio è che, allora, proprio i più generosi si decidano alla scommessa per la morte, scelgano d’essere maledetti coi molti piuttosto che d’essere privilegiati coi pochi. La scelta di Simone Weil. O di Gesù stesso, anche Lui scomunicato e ucciso extra castra.

Tuttavia l’assenso su quasi tutto ci convince specialmente a un sentimento: la gratitudine. Una gratitudine pura una volta tanto, grazie all’acido anticlericale. Ringraziamo Dio che è andato un’altra volta a prendersi i difensori più appassionati e lucidi del suo Cristo, e della Chiesa del suo, Cristo, in chi meno ci saremmo aspettati: nel fariseo Paolo, nel sensuale Agostino, nel burocrate Ambrogio (…) nel cinico Lanza del Vasto (in gioventù), nell'(auto)scomunicata Simone Weil, che rimproverava a Lanza di frequentare ambienti in cui si parlava male della Chiesa, e così via; e ora nell’anticlericale Vittorio Messori.

Questo suo libro (ancora più dell’altro: Ipotesi su Gesù) è un grido di alta e lucida passione lanciato alla ormai bisecolare Europa postcristiana, con vibrazioni analoghe a quelle di un altro grido recente quello diramato da Cornpostella da un Papa, affinché quest’Europa si svegli dal sonno e dai sogni delle mitologie retroattive, si risvegli ormai alla prova della realtà nella verità sempre più nuova e più alta di ogni altra presunta nuova verità, nella “novità” di Cristo nella sua unica Chiesa. Per poter dopotutto anche trovare un senso alla morte e, di riflesso, alla vita.

Prima di attaccare l’argomento della scommessa (pascaliana) sul dopo morte, un buon centinaio di pagine (forse un po’ troppe) denunciano il grado avvilente a cui è stata ridotta la morte, e i morti, i morenti, i vecchi, dalle nuove ideologie e prassi post-cristiane: a qualcosa che non ci dev’essere e che quindi non si deve vedere, né sapere, che non ha, non deve avere nessun valore entro le nuove presunte scale dei valori. L’ignobile ragione è che ormai l’uomo individuo concreto, l’unico a essere reale, è stato fagocitato a semplice funzione effimera del Politico, del Progresso e degli altri Miti collettivi, veri Moloch delle religioni dell’immanenza, del tutto irreali senza gli individui. Il che non elimina comunque la disperazione dei morituri, immediati e mediati, cioè di tutti i viventi. Disperazione che è, insieme, protesta di una dignità personale alienata nelle utopie e irreprimibile horror mortis, ossia sete di vita oltre questa vita mortale. Per ogni altra sete si postula un oggetto, solo per questa no?

La protesta e la rivendicazione toccano qui suoni di sferzante ironia: per esempio, sugli « ovviamente » (l’eternità non esiste) dei miscredenti facili e superficiali, smentiti da tutte le civiltà anteriori dell’uomo (che ha sempre onorato i suoi morti) ad eccezione di questa nostra miserabile ultima; o sulle lugubri celebrazioni dei « militi ignoti », altari a su cui celebrano le loro liturgie coloro che hanno mandato a morire il disgraziato e ora utilizzano a loro vantaggio anche le sue ceneri » (p. 361).

La scommessa di cui si tratta (sul finito o l’infinito, su Dio o il caso) è legittima e necessaria come diceva Pascal, già non scommettere è scommettere per il puro finito. Ed è una scommessa tra due fedi, non essendoci qui ovviamente nessun n ovviamente ». Che se ci sono argomenti, quelli per l’infinito « valgono almeno quanto » gli altri (p. 158). La ragione perviene solo fino a « quel punto oltre il quale solo la scommessa [la fede] può decidere » (p. 159).

Ma tutte le quasi trecento pagine che ora seguono non fanno che radunare intelligenze a favore dell’infinito e a smantellare quelle del finito, così che il bilancio alla fine resta sbilanciato di molto o del tutto a favore dell’infinito. La complessiva argomentazione consiste anzitutto nell’invitare a scommettere per un Aldilà come il cristianesimo cattolico lo annuncia, scartando gli aldilà che altri si immaginano (predestinazione protestante, paradisi. islamici, reincarnazioni indù e buddiste, ecc.) o quei surrogati di aldilà intrastorici trascendentali che gli atei hanno poi insinuato, questi davvero i più ingenui e alienanti. La fede cattolica sarebbe tra l’altro la sola a non essere esclusivista quanto a nessun uomo di buona volontà. Poi si mostra come questa parte della dogmatica cattolica se tien con tutte le altre sue parti. Soprattutto infine viene indicato come tout se tien (Pascal) in quel mistero centrale cattolico che è l’Eucaristia, medicina dell’immortalità, su cui il libro ha un capitolo davvero meraviglioso. La domanda muta che s’innalza da questo bilancio è: esiste qualcosa che si possa lontanamente paragonare alla versione cattolica dell’immortalità? Per amore dell’Eucaristia, inconcepibile senza preti, ci si può rassegnare a sopportare anche i preti.

Continua è inoltre l’insinuazione, esattamente pascaliana anch’essa,che scommettendo per l’infinito e vivendo in conformità, anche per il finito « ci guadagnerai a, non potendo questa vita finita illuminarsi di un significato se non di riverbero da quella Cosa che dà senso a ogni altra cosa . Ma qui una nuova vampa anticlericale si accende: contro quegli abatini moderni », « ingenui. pericolosi » che, incantati dai nutrimenti terrestri di prestigiose ideologie di moda specie di sinistra, tendono a piegare le verticali della fede nelle orizzontali intrastoriche. Sono i « teologi della liberazione (socioeconomico-politica), ben pochi come si sa, già sconfessati dalla Chiesa, ma qui sembrerebbero legione.

« Da almeno due secoli non c’è bersaglio più agevole della Chiesa cattolica. Diffamarla non costa niente n (p. 339). Palinodia? Si dà avvio alle retractationes? Sì, è finalmente una pagina in cui si distingue tra alto e basso clero, tra cardinali, gesuiti « astuti confessori dei despoti (altrove si ricordano i domenicani inquisitori, si irride a monsignori e cardinali) e a poveri parroci in povere parrocchie a ed eroici missionari popolari. Ma questo non è riesumare categorie liberai-marxiste e prendere senz’altro per buone le informazioni, deformazioni e disprezzi della loro storiografia? La vera storia dei confessori regali, dell’inquisizione e delle banche vaticane (eccetera) è ancora da scrivere.

Certi colpi atroci, essi pure « agevoli » anche perché generali, hanno ancora da venire contro una Chiesa a i cui uomini tutto hanno fatto perché sembrasse (invece che strumento di gioia e dì vita) alleata della tetraggine, se non della morte n (p. 401). Infatti, come dice la tesi ben dimostrata di questo libro, tutto hanno fatto per rendere serena nella fede la morte e, di riflesso, la vita. Vogliamo sperare che nessun prete o chiamato a diventarlo prenda sul serio queste boutades, altrimenti addio preti e addio perciò Eucaristia. Tuttavia anche le boutades portano con tutto il libro tanto d’imprimatur della Curia arcivescovile torinese: non è commovente questo clero che si lascia maledire e che benedice ufficialmente le maledizioni?

Tutto ciò compromette un pochino, ma non demolisce la nostra ammirazione, gratitudine e plauso per un libro, ripetiamo, splendido, oltretutto ricchissimo per informazione, un grande dialogo, che però non è dimissione, con i religiosamente indifferenti o nulli. È davvero l’esplosione di un’intelligenza e insieme di un realistico lucido entusiasmo, quali soltanto la Chiesa di Cristo si merita in questo mondo. E non solo la Chiesa (il divino in essa), ma anche, pur con tutta la distanza, la chiesa » (come con sufficienza la chiama il Messori), questa un po’ troppo manicheicamente qui contrapposta a quella come ombra a luce o fango a cristallo. chiesa fatta di uomini, chierici e laici, che hanno generosamente collaborato con Dio, pur sempre zoppi e feriti quali tutti sono, domenicani, gesuiti, monsignori, cardinali non esclusi.

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