Pensare la storia

gennaio 1993 :: Cittànuova, di Giovanni Casoli

Poiché è vero che nella società attuale siamo moralmente «l’Impero alla fine della Decadenza» (già lo diceva di sé Verlaine sullo scorcio dell’Ottocento), i migliori libri di storia che oggi si scrivono non hanno le caratteristiche dei piccoli o grandi monumenti narrativi di Sallustio o di Tacito, ma quelle intricate, divaganti e versatili di Cassiodoro o di un Isidoro di Siviglia, che scrivevano “enciclopedie” con alle spalle la panoramica filosofia della storia della Città di Dio di sant’Agostino.

Voglio dire che mentre gli attuali cattivi libri di storia continuano a raccontare la storia, appunto, come i manuali scolastici, con la sicurezza dei luoghi comuni e degli elenchi di guerre e di motti, i pochi buoni, che però non sono sponsorizzati dai mass media, ripensano e reinterpretano i fatti, raccontati spesso malamente, se non tendenziosamente, dagli altri; e perciò non si preoccupano tanto della sistematicità quanto della verità; ripercorrono qua e là, per verificarlo, il passato, e lo discutono e lo meditano.

Vorrei introdurre così l’ottimo Pensare la storia che raccoglie molti dei “vivai” pubblicati da Vittorio Messeri su Avvenire, con un sottotitolo che però mi lascia perplesso: Una lettura cattolica dell’avventura umana: se è polemico, appartiene all’unico vero (e piccolo) neo del libro, un’aria (a volte) di recriminazione e come di gusto amaro di rivincita, che non avrebbe ragione di essere, perché gli argomenti di Messori sono autenticamente vincenti, e dunque non ne hanno bisogno; se invece è giustificativo, mi sembra ancora più sbagliato, perché gli argomenti vittoriosi, come dicevo, di Messori sanno di verità, non di verità “di parte”; se poi, terza ipotesi, con “cattolico” si vuole alludere all’etimologico “universale”, bisognerebbe tenere conto che pochi lo sanno e meno lo ricordano.

La storia, la riflessione sulla storia, il racconto della storia (storiografia sono sempre stati un bel grattacapo. Sia perché è tendenzialmente, se non sempre, vero che la storia la scrivono i vincitori, sia perché dietro l’ingenua e sprovveduta convinzione che basti “raccontare i fatti” – e non basta: occorre pensarli, appunto, interpretarli, e giudicarli – c’è la storia come catalogo di errori e orrori, la storia come in Libo, come “scandalo” capace di desola o sconvolgere, e oggi di produrre per eccesso di stimoli drammatici (nel nostro secolo di crudeltà efferate), indifferenza plumbea, e infine ottusa.

Ma la storia (la storiografia) è una delle più ardue riprove che si sta cercando o no la verità, che non ci si accontenta, oppure ci si accontenta, di accomodare, manipolare, deformare eventi alla propria luce ideologica: se si cerca la verità storica, la luce che la illumina e non potrà essere perciò la propria ideologica luce: quale, allora?

Proprio qui punta la sua leva critica Messori, per far saltare luoghi comuni. illusioni, a volte evidente malafede: dall’urto della sua intransigente verifica emergono rovine storiografiche ora comiche, ora per lo più drammatiche e grottesche: bugie e favole, leggende e deliri, silenzi e distorsioni più gravi delle menzogne, imbrogli e raggiri nei confronti di chi vuol sapere, cinici e spietati; tutto ciò che sui banchi di scuola, dalle elementari all’università, abbiamo ingoiato convintissimi e mortificati, soprattutto per le nefandezze prevalenti dei cattivi di destra, e poi della chiesa e di chi ad essa s’ispira.

Qualche scampolo di falsità, per invogliare a regalare questo insostituibile libro a se stessi e soprattutto, direi, ai figli (che smettano di ascoltare vecchie trombe o trombe del nulla): la “Presa della Bastiglia”? “Liberò” due pazzi pericolosi, quattro falsari e un maniaco sessuale, procurò una pensione vitalizia a un migliaio di “vincitori” metà dei quali non c’erano neppure, produsse l’orrendo massacro dei poveri custodi e del sindaco di Parigi; quella del “Palazzo d’Inverno” a Pietroburgo nel 1917? Era praticamente vuoto; il nostro “Risorgimento”? Interessante seguire sul filo dei fatti il massacro artistico ed economico dell’Italia religiosa e contadina da parte della borghesia massonica; che provvide anche, sfasciando Roma, ad applicarle un’urbanistica dichiaratamente anticattolica (il quartiere Prati, ad esempio, disegnato in modo da non far vedere la cupola di San Pietro); l’operaio medievale che stava meglio (cifre alla mano) dei proletario moderno; moderno, l’abitudine italiana ad autodiffamarci la (giusta, se vogliamo) festa della donna, che trae origine dalla commemorazione di una strage… inventata; le ancor oggi ripetute accuse ai cattolici di aver vinto le elezioni del ’48 anche per la “Madonna piangente” e la scomunica dei (dirigenti e propagandisti, non semplici elettori) comunisti: fatti accaduti rispettivamente cinque e un anno dopo quelle elezioni; un san Francesco meno zuccheroso e “buono per tutti” di quanto si pensi; il primo genocidio moderno, quello nella Vandea antigiacobina attuato con metodi nazisti e poi rimosso e negato; il “merito”; da parte della Rivoluzione francese, di aver trasformato le locali guerre in tragedie globali (attraverso il richiamo generale alle armi); Voltaire, “padre della tolleranza”, antisemita e razzista, anche di fatto; la presa di Porta Pia in realtà solo sopportata, e molto a malincuore, dai romani; l’interventismo italiano del 1914 generato più dalla sinistra anticattolica (antiasburgica) che da un irredentismo al quale l’Austria offriva già per vie diplomatiche ciò che fu conquistato poi con settecento morti.

Ce n’è abbastanza (ma ho fatto solo qualche esempio) per ri-pensare, davvero, la storia. E per ritornare a quella domanda (Quale luce illumina la verità della storia?) che mi pare centrale per comprendere il valore, la funzione obiettiva di questo libro.

Messori, tolti quei margini di recriminazione psicologica (che si comprende in reazione alla disinformazione dominante, anche se gli fa tagliare qualche giudizio sommario, come ad esempio su Nietzsche), ci offre acque limpide e pulite, che non pretende sue e bagnano e rinfrescano lui per primo; quelle acque, o quella luce, di trasparente e luminosa riconquista dell’equilibrio della ragione, dell’oggettiva verità di fatti che non possono se non attirare i nostri cervelli stancati da slogan, approssimazioni, illazioni, insinuazioni, abitudini a “pensare male” di tutto e di tutti; e ci disegnano reali distinzioni tra il bene e il male, il peggio e il meglio, ci presentano inaspettati eroi positivi, e per lo più umili, ed eroi inaspettatamente negativi (tra cui tanti conclamati “grandi”).

In tal modo, pagina dopo pagina. nell’apparente frammentarietà di una lettura volutamente non sistematica, ma proprio per ciò a tutto campo, prende l’orma e profondità un’idea della storia, una dimensione della storia, molto più misteriosa e molto meno disperata di quanto temevamo, ben più aperta a illuminarsi – Messori ne è testimone e partecipe – di una luce che non viene dalla storia stessa, e ne rischiara le occultate miserie, le umiliate grandezze.

© Cittànuova