Nè calcolo, né fantasia

Il Nostro Tempo :: 24 ottobre 1976, di Vittorio Morero

Nella vita di chi legge libri e giornali per mestiere possono spuntare impropriamente due desideri. Il primo, di leggere un libro serio come si legge un giornale, il secondo, di riscattare il giornalismo a livello di scienza senza che ti stemperi la vitalità gustosa del quotidiano. Mi sembra che questi due desideri, che poi sono estremamente simili, siano stati appagati dalla lettura del libro di Vittorio Messori, «Ipotesi su Gesù» [ed. SEI, Torino, £. 3.000]. L’autore è giornalista non poligrafo, la qual cosa indica nettezza e onestà intellettuale, oggi sempre piú rara nel mondo dello scrivere come nel mondo del dipingere.

D’accordo Messori non è, un biblista, ma ha letto la Bibbia. Una lettura che non solo lo salva dal mestiere perfino troppo facile, quando avviene nel tepore di una scarsa istituzione, ma lo aiuta a seguire quel filone pascaliano per cui Cristo non si fa teorema o certezza matematica, ma prova testimoniale di se stesso, pur accettando di stare in mezzo ai dubbi, alle nebbie e ai problemi.

Nemmeno Vittorio Messori può definirsi un critico della storia, eppure la sua conoscenza della produzione critica sui Vangeli è così vasta e appassionata da apparire al profano e perfino al teologo esperto di cristologia quella che essa è veramente: la storia dei nostri enigmi e dei nostri sforzi di rifiuto di fronte a questa luce che Cristo ha acceso e accende per le strade del mondo.

Diciamo subito che il libro di Messori non è nato improvvisamente, anche se ha i lampi del cronista e le schegge dell’intuizione immediata. Sono dieci anni di riflessione, di giornalismo puro in mezzo e con gli uomini (esiste anche un altro giornalismo, sporco, che non si accompagna agli uomini, ma solo al denaro e al potere), dieci anni di cultura esistenziale che ci gratifica oggi di una dose non piccola di cristianesimo giovane, esuberante ma non spocchioso, discreto e non orgoglioso, nemmeno troppo spaventato delle nuove antropologie incalzanti fino a meritare l’attenzione critica di Lucio Lombardo Radice che è un ateo attento al cristianesimo, ma pur sempre ateo, e a soddisfare l’appetito non facile di Carlo Bo.

Può anche darsi che all’inizio dell’itinerario l’autore volesse darci un quadro di indagine sulla questione di Cristo che fosse abbordabile da coloro che inoltre non amano il periodare scientifico preciso, ma involuto.

C’è sempre inoltre in chi scrive su un giornale il desiderio di sorprendere e di raggiungere le macchinazioni più nascoste. Nel nostro caso il fascino di Guitton, le provocazioni di Louis Couchoud, le furie intellettuali di Alfred Loisy, la serenità critica di Ricciotti e di Lagrange, il sociologismo di Adolf Holl, l’illuminismo romantico di Renan e di Martinetti, le demolizioni perfino comode di Feuerbach, la cristologia kerigmatica di Karl Barth e le bestemmie del pietismo religioso che tanto male ha seminato fra i cristiani e tanto sospetto ha ingenerato nella intelligenza di mezza Europa.

Sarebbe già stato questo uno sforzo di valore che avrebbe fatto luce su un travaglio di intelligenza e di fede, primo miracolo che Cristo ha lasciato dietro di sè quasi a ironizzare sulle nostre furie iconoclaste, i nostri dubbi sapienti, le nostre passioni nascoste. No, il libro di Messori non si ferma alle ipotesi, perchè spunta al fondo del suo sforzo una lettura evangelica del Vangelo, atta a restituirci un Cristo che è ancora indefinibile, lontano da facili dogmatismi, carico di interrogativi, ma pur sempre convincente, più forte di ogni ipotesi, umano e divino insieme non per calcolo ma per testimonianza.

Davvero leggendo queste pagine ho capito che la scuola dei cattolici alla Bernanos, alla Mauriac, alla Mazzolari, alla Teilhard de Chardin non è finita sulla spiaggia di un cristianesimo intimidito o archiviato, ma si risveglia nella piccolezza del segno che fa miracoli a cominciare dalla Croce, dai poveri amati, dai bambini e dalle donne accolte per la loro individualità, da quella radicalità dell’amore che mette in pinocchio tutte le ipotesi mitiche e mette un freno al criticismo troppo banale.

Certo è lecito chiederci: quale Gesù? Quale Dio è Gesù:? Quale tipo di movimento si è affermato attorno alla persona Cristo? Vale la pena di credere oggi? Che prezzo dobbiamo pagare a questa utopia che è diventato fede e trasformazione di uomini? Messori si è accorto che c’è una risposta per tutti questi quesiti, ma è sovente una risposta inventata dalle mode, dai poteri, dalle nostre immaginazioni. Nel Vangelo, invece a dispetto di tutta le teologie, tutto è fuori moda, tutto è fuori regola e fuori immaginazione, per cui non è possibile sospettare i vangeli di macchinazione o di semplice proiezione religiosa e magica che ciascuno porta con sè. Cristo spiega Cristo, il Vangelo si legge e ti legge, tu interpelli Cristo ma è Cristo che ti interpella, lo cataloghi, lo sezioni, lo scruti ma sei catalogato, scrutato e sezionato.

E` innegabile che c’è nell’architettura del lavoro di Messori la grande fiamma apologetica di Pascal, ma tutti sappiamo che Pascal non faceva solo dell’apologia per dimostrare ma per mostrare. C’è in fondo in queste pagine come nelle pagine del grande francese una testimonianza di fede.

Lucio Lombardo Radice ne parla in termini di sincerità e di superamento del dualismo fra fede e uomo, religione e progresso antropologico. E in realtà il Cristo di Pascal come Messori l’ha inteso non è altro che un Dio che percorre la strada inversa delle nostre esperienze: ” è infatti il solo Dio, questo, che non occorre cercare, perchè egli stesso è andato alla ricerca degli uomini”.

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