Messori, un integralista molto perbene

10 gennaio 1998 :: Il Giornale, di Sergio Sotgiù

Quando nel 1992 il celebre saggista cattolico Vittorio Messori fu costretto (per la protesta di certi «alti prelati» non certo per quella dei lettori…) ad abbandonare la fortunata rubrica «Vivaio» che teneva sul quotidiano Avvenire, accomiatandosi citò il cardinale Biffi che denunciava la «deficienza immunitaria» che affligge «il corpo della cristianità». cardinale proseguiva dicendo che l’aggressione al Regno di Dio è cosa di tutti i tempi, ma «ciò che caratterizza particolarmente la nostra epoca la teorizzazione che non si debba reagire: la retorica del dialogo a tutti i costi, un malinteso irenismo, una strana specie di masochismo ecclesiale sembrano impedire ai cristiani ogni naturale difesa, sicché la virulenza degli elementi patogeni può operare indisturbata le sue devastazioni». Messori sembra decisamente lontano, per sua e nostri fortuna, dall’essere aggredito da certi morbi, egli è anzi persuaso che per porsi bisogna opporsi, perché questo dà salute e carica alle nostre convinzioni. Ora questo sapersi opporre, che tanto dispiace a certa nomenklatura in clergyman, potrà esser preso da alcuni per un dato del carattere. Ma sarebbe una spiegazione errata. In realtà Messori ha la persuasione che «non capiamo nulla della fede se seguiamo il sistema di valori accettato oggi come se fosse il solo valido e legittimo» .

Deriva da questa constatazione il cristianesimo attivo e combattivo di Messori, insofferente del buonismo irenico e dei vibrioni perversi che lo deformano. Approdato alla fede da adulto, provenendo dagli ambienti laicisti dell’Università di Torino, Messori sa che nessuno ha il diritto di modificare il dettato evangelico a proprio arbitrio e, in dialogo col giornalista del Corriere della Sera e saggista Michele Brambilla, ci dà questo Qualche ragione per credere (Mondadori) in cui affronta le principali problematiche connesse al mistero della fede e all’enigma della incredulità. Nell’ultima di copertina viene richiamata una di quelle affermazioni di Wittgensten che impongono la riflessione: «Chiamo “Dio” null’altro che il senso della vita». E’ di questo che in Questo libro si parla: del senso e della sovrabbondanza di senso della vita perennemente minacciato dal buco nero dell’assurdità e del caos.

I temi qui affrontati nulla hanno dell’astrattismo clericale, ma sono quelli che si pone ogni persona intenda vivere consapevolmente la propria vita. Il che significa constatare l’esistenza dei problemi, che per loro natura stanno davanti a noi e la cui soluzione è a portata di mano e talora di portafoglio.

Ma significa riconoscere che esistono anche enigmi e misteri, a cominciare da quello della vita dentro cui noi stiamo. Molti pensano d’avere solo dei problemi, mentre sono immersi nel mistero.

La stessa domanda cardine sul perché esiste l’essere anziché il nulla, non ha la minima possibilità di risposta né da parte di chi crede di avere solo problemi, né da parte di chi ha già deciso (é un atto di fede, infatti) di credere al nulla. Ma se si escludono queste posizioni deboli (incarnate da presunti “spiriti forti”) ecco allora che la domanda di senso si ripropone. Certo credere in Dio comporta delle oscurità. Ma non credervi comporta delle assurdità», diceva Bossuet.

Sarà necessario a questo punto precisare che quello posto a tema da Messori e Brambilla non è il Dio dei filosofi, ma, come dice Pascal, è il Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, il Dio trinitario del cristianesimo. Al riguardo Messori ricorda agli svagati credenti d’oggidì che .l’abbandono o la dimenticanza o anche solo l’indebolimento della dottrina trinitaria porta alla fine del cristianesimo». Insomma qui si parla del Dio del credo di Nicea, che Messori pone al confronto con la concezione buddista, musulmana, ebraica e con i rispettivi esiti storici. Quindi il Dio che non è un concetto astratto ma è una Persona, che non è un dispensatore di precetti morali o un elaboratore di massime filosofiche, ma è verità che si fa carne. Ed è Padre, anzi “babbino”, “paparino”, come Messori traduce l’Abbà del Nuovo Testamento, sottolineando che si tratta di un diminutivo con cui si esprime il massimo di confidenza affettuosa», come leggiamo in uno dei capitoli più delicati di questo libro denso e agile a un tempo. E poi lo scandalo del male e del dolore, e questo Dio che ama nascondersi (ancora Pascal) e le cui tracce, indagate dall’antropologia, dalla genetica, dalla linguistica, dall’arte, dalla matematica, Messoti sa offrire in efficace sintesi. A questo si aggiunge il fresco approccio di chi ha ben appreso la lezione scolastica del “distingue frequenter”. Far frequentemente elle distinzioni. Certo perché Messori è costretto a distinguere frequentemente fra la dottrina cattolica e la vulgata teologicamente corretta: un compito che viene qui assolto con lede nell’intelligenza cui fa da compagna l’intelligenza della fede. E lo scopo raggiunto è duplice: pone in rilievo la novità della verità antica bacchettando sulle dita il .cristianesimo alla chitarra» che tutto abbraccia perché nulla capisce.

Guardate questo ritratto, venato d’ironia, del credente incaprettato dalla retorica del dialogo. “E’ un moralista innocuo e un pó lagnoso, uno che esorta a crociate contro la pornografia, che si commuove sempre e comunque parlando di fama e bambini, che raccomanda di non abbandonare né vecchi (pardon, anziani… ) né cani e gatti quando si va in vacanza, che si indigna della violenza in Tv, che perseguita i fumatori e si intenerisce per i drogati, che predica contro il consumismo, che di fronte a ogni problema esorta a “dialogo” e”solidarietà” o auspica “riforme” e “interventi legislativi” che crede doveroso fare il guastafeste parlando sempre e comunque di “Terzo mondo” e di “barriere architettoniche”, che si adegua all’ipocrisia dell’eufemismo per tentare di rimuovere il dramma del male cambiando le parole (storpi, dementi, deformi che diventano “persone diversamente dotate…”), che organizza la raccolta della carta da riciclare e il banchetto in piazza per raccogliere offerte per la ricerca su malattie alla moda…».

L’avete riconosciuto? È, a tutto tondo, il ritratto del “credente emancipato” abbozzato e fulminato da Cioran in un suo dizionarietto a uso personale. Dunque, vedi alla voce Cristo: “Argomento secondario ad appoggio eventuale di un discorso su ritti umani, pace, ecologia, sesso, democrazia parlamentare”.

Insomma, temiamo che con questo libro Messori abbia seriamente compromesso le labili possibilità di conciliazione con i teologi dell’irenismo a 350 gradi (dieci gradi di intolleranza sono fisiologicamente riservati ai non progressisti…). Abbiamo l’impressione che per lui non ci sia nulla da fare. I teologi del dialogo hanno la sentenza in tasca e già brandiscono la più infamante delle accuse: integralista.

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