Messori: oltre la morte verso il Dio nascosto

5 dicembre 1982 :: Famiglia Cristiana, di Sandro Spinsanti

Eccoci al secondo appuntamento di Vittorio Messori con i lettori. Il successo così strepitoso del primo libro – Ipotesi su Gesù ha raggiunto in Italia il mezzo milione di copie e quasi altrettante all’estero, dove è stato tradotto in una quindicina di lingue, -è una grossa ipoteca per uno scrittore. Riuscirà ancora a far centro, a conquistare l’interesse dei lettori, bombardati da centinaia di nuovi titoli a getto continuo, a mettere in moto la valanga di consensi che costituisce il successo di un libro? Il paradosso è che l’ultima preoccupazione di Messori sembra essere proprio quella di accarezzare i gusti del pubblico. Chi poteva predire un destino da best-seller a un libro che divulgava gli studi storici ed esegetici su Gesù? Questa volta la scelta dell’argomento sembra una vera e propria provocazione. L’autore mette nelle mani del lettore un denso libro di più di quattrocento pagine dedicato alla morte, cioè proprio al soggetto di cui per educazione, per convenzione sociale, per angoscia repressa (e forse anche un po’ per scaramanzia… ) evitiamo di parlare.

A che titolo parla Messori della morte? Da giornalista? Il libro è certamente scritto in tono giornalistico: non una citazione di opere, solo le opinioni degli autori consultati; ma non è propria dei giornalista la passione missionaria che lo anima. Da “tanatologo”? Messori ha letto con attenzione tutta la produzione dei tanatologi, cioè degli esperti della morte secondo le varie scienze dell’uomo, e ritiene preziosa la loro opera di sensibilizzazione, che ha tolto il tabù caduto sopra la morte nella cultura occidentale; tuttavia rifiuterebbe l’etichetta di tanatologo: ciò che egli persegue è un obiettivo diverso dalla semplice crescita del sapere sull’uomo. A lui interessa più la sapienza che la scienza.

È l’impressione che mi si è imposta andandolo a trovare a casa sua, a Milano. Pareti foderate di libri fino al soffitto, bandita la televisione: l’ambiente ideale per il suo lavoro da solitario. Lavora per sé, ma tenendo presenti gli altri. La sua vocazione è forse quella del pedagogo, che vuol diffondere attorno a sé l’arte dei buon vivere. E del buon morire. Accetta tatticamente la definizione di vita che dà la medicina, come l’insieme delle funzioni che si oppongono alla morte, ma per soggiungere subito che la spiritualità è una di tali funzioni.

La proposta di Messori non riguarda una spiritualità generica, ma specificamente quella cristiana, e più precisamente quella cattolica. Vuol indicare nella Chiesa cattolica il luogo in cui le questioni sulla vita e sulla morte sono poste in modo più soddisfacente per l’intelligenza, più appagante per il desiderio; insomma, in modo più “credibile”. La dottrina cattolica sulle cose ultime è il luogo in cui si pub credere facendo la famosa “scommessa” pascaliana: la posta è la speranza di una felicità infinita, coi rischio di perdere solo dei beni inconsistenti L’affinità con Pascal trapela non solo nel titolo, ma in ogni fibra del pensiero di Messori: la stessa concezione militante e aggressiva della religione, propria del convertito; la stessa denuncia dell’insufficienza della filosofia (per Messori sono le ideologie: borghese, comunista e radicale, che hanno nascosto la morte come scheletri nell’armadio); la stessa scansione del viaggio verso la proposta cristiana: dapprima la scoperta di un uomo nascosto, esplorando i sottofondi dell’esistenza superficiale; poi la scoperta di un Dio nascosto, visibile ma agli occhi della fede. Messori, dunque, apologeta della fede cristiana? Troppo sbrigativamente questo genere letterario era stato dato per superato.

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