Messori: “Mi diverto a smontare i miti laici”

11 aprile 1992 :: Famiglia Cristiana, di Fulvio Scaglione

Il fax, ma non il computer. Migliaia di testi di storia della religione e di spiritualità in una biblioteca chiamata “La polveriera”. Una casa isolata in pieno centro. I baffi a volte sì, altre no, che fa più mimetico. Vittorio Messori è l’eremita meno assente, il polemista più pacifico e anche, con Umberto Eco e Giovanni Guareschi, lo scrittore italiano più tradotto all’estero nel dopoguerra. Lui un poco minimizza: «La mia è stata una ritirata progressiva verso la situazione in cui sono ora e di cui ringrazio Dio: avere tempo, silenzio e autonomia per fare la sola cosa che m’interessi: riflettere sulla fede». E un poco no.

Un tale privilegio non è il segno del successo?

«Forse. Ma io, il successo, ho cercato sempre di non godermelo. Quando Ipotesi su Gesù uscì (1976, ndr) e subito dilagò alla grande, ricevetti molte offerte, io che lavoravo a Tuttolibri della Stampa, perché collaborassi a terze pagine o facessi l’inviato. E invece, venendo scambiato per matto, chiesi un’aspettativa e me ne andai nel Monferrato, a Moncucco, in una casa senza telefono, per starmene tranquillo. Insomma, il problema di non far carriera alle spalle di Cristo l’ho sempre ben considerato».

Vittorio Messori ha appena pubblicato Pensare la storia-Una lettura cattolica dell’avventura umana (Edizioni Paoline, 690 pagg., lire 35.000), un bel libro (il suo sesto), corposo, che seleziona e raccoglie gli interventi pubblicati sul quotidiano Avvenire nella rubrica Vivaio. Un libro da regalare, con identico profitto, a chi legge Messori per confermarsi e a chi lo legge per arrabbiarsi. E sono numerosi entrambi, come conviene a chi programmaticamente dice: «Il guaio del mondo moderno non è di non credere a nulla, ma di credere a tutto. Mi sono divertito a smitizzare i miti laici». Dal libro si direbbe che Messori s’è non poco divertito.

La festa dell’8 marzo?

«Per anni ci hanno ripetuto che, nel 1908, 129 operaie morirono nell’incendio scoppiato in una fabbrica tessile: da qui la dedica della giornata alle donne. In realtà non ci fu alcun incendio, nessuna vittima. Intendiamoci: si faccia pure una festa per le donne. Ma perché dar tutto così per buono? Perché nessuno ha mai controllato, in un’epoca che santifica la razionalità e ha il culto del dubbio?».

Alberto da Giussano?

«Mi spiace per la Lega, ma non è mai esistito. E a Pontida non ci fu alcun giuramento».

Il 25 aprile 1945?

«Io sono di Sassuolo, nel “triangolo della morte°. Morirono più emiliani per mano dei “rossi” dopo il 25 aprile che per mano dei “neri” nei cinque anni precedenti».

E ce n’è per la breccia di Porta Pia, l’assalto al Palazzo d’Inverno, la presa della Bastiglia, il falso “scandalo” della Madonna Pellegrina prima delle elezioni del ’48. – Insomma, Messori, perché cercarsi tante grane?

«Non certo per gusto del paradosso. Ma se si prende sul serio il Vangelo, bisogna prenderlo sul serio anche laddove è detto che sarà la verità a renderci liberi».

L’uomo ha un progetto. Ampio, ambizioso, perseguìto negli anni con la tenacia e la coerenza di cui qualcuno ritiene capaci solo i grandi convertiti. «In Ipotesi su Gesù provavo a riflettere sulle basi stesse della fede, Scommessa sulla morte sull’escatologia. Vivaio e Il caso Cristo, la rubrica che tengo sul mensile Jesus, sono parte dello stesso tentativo: reinventare un’apologetica. L’apologetica tradizionale era divisa in tre grandi temi: Dio, Cristo e la Chiesa. Proprio i tre temi che, soli, m’interessano. Il caso Cristo è la riflessione sulla credibilità dei Vangeli, cioè su Gesù testimoniato nella storia. Vivaio è l’interrogazione sulle altre domande: Dio e la Chiesa. Soprattutto, lo ammetto, la Chiesa».

Apologetica: non suona un po’ datata, la parola?

«L’apologetica fu demonizzata dopo il Concilio. Ma c’è una distinzione da fare. Una certa apologetica preconciliare, che presentava la fede quasi come un teorema e in fondo peccava di quello stesso razionalismo che voleva sconfiggere, s’è giustamente estinta. C’è però una seconda apologetica ch’è rimasta scoperta e che io cerco di reinventare: quella che consente alla persona normale di non sentirsi fessa a prender sul serio il Vangelo. Il tutto, poi, per riflettere sulla fede, cosa di cui, come dice anche il cardinale Biffi nell’introduzione a questo volume, c’è estremo bisogno».

Dal gusto con cui fai a pezzi molti miti laici, qualcuno potrebbe accusarti di difesa ad oltranza della Chiesa e della sua storia.

« Intanto distinguiamo tra la Chiesa e il personale della Chiesa, di cui tra l’altro facciamo parte in qualche modo noi tutti. Questo può sbagliare, e spesso lo ha fatto, ma ciò non intacca il nucleo santo della Chiesa, che esiste per portare l’Eucarestia, la quale è ripresentazione e continua presenza di quello stesso Gesù in carne e sangue che camminava in Palestina. Pronti dunque a riconoscere ogni colpa del personale della Chiesa, dobbiamo però anche dire che l’arringa che da due secoli la modernità tiene contro di esso va ristrutturata, perché si basa su delitti che non sempre sono stati commessi e su “colpe” che sempre più spesso oggi si rovesciano nell’esatto contrario».

Un caso per tutti?

«Il “caso Galileo” per me è esemplare. Diceva il cardinale Ratzinger: io sono l’erede” dei grandi inquisitori, sono a capo di quel Sant’Uffizio che sottopose Galileo a processo. Quando cominciai questo servizio, i giornalisti che venivano ad intervistarmi per prima cosa chiedevano come si fosse permessa la Chiesa di condannare Galileo, di peccare contro la scienza. Da qualche tempo, invece, capita che mi dicano: perché quel Galileo vi siete limitati a rimandarlo nella sua villa e non l’avete messo in prigione o addirittura mandato al rogo? Perché in fondo, all’origine dell’idolatria per la scienza, della scienza svincolata da qualsiasi morale c’è proprio lui, Galileo».

Numerosi interventi raccolti in Pensare la storia sono dedicati alla nuova vigorìa dell’Islam. E si nota che, dopo aver tanto paventato un mondo privo di ogni fede, ci si ritrova a fare i conti proprio con la fede dell’Islam. Come finirà?

«La frase più importante del Vangelo, ammesso che sia possibile sceglierne una, è secondo me: “Date a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio”. È una frase liberante, dà all’uomo la possibilità di essere sì religioso, ma non soffocato dalla religione. La laicità, dunque, è stata resa possibile e fondata dal cristianesimo. Ciò che manca all’islamismo è proprio tale distinzione, l’Islam non è una fede ma una forma di vita. Il che costituisce, ora, la sua forza, ma domani la sua debolezza, poiché non potrà resistere all’impatto di quella laicità che il cristianesimo ha creato. Bisogna stare atte ‘ a non ripetere con l’Islam l’errore che è stato fatto con i regimi dell’Est da tanta Ostpolitik, convinta di dover convivere con il marxismo a tempo indeterminato quindi disposta a molti , troppi compromessi».

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