Messori, i nuovi perchè della fede

8 novembre 1997 :: Avvenire, di Francesco Ognibene

Bianca la copertina, come l’altro (sovracopertina a parte), identico il metodo dell’intervista, analogo il tema: mettendo in libreria Qualche ragione per credere (298 pagine, 29 mila lire) Mondadori deve avere risposto a un riflesso condizionato, visto che Varcare la soglia della speranza ha funzionato strabene, e visto che anche a quest’opera dialogica sulla ragionevolezza della fede appone la firma Vittorio Messori. Differenza sostanziale: stavolta lo scrittore cattolico più letto nel mondo non è più dietro ma di fronte al microfono, incalzato (sebbene nella forma del colloquio tra amici) da Michele Brambilla, autore come lui di libri «non benpensanti, poco allineati al conformismo intellettuale corrente».

Messori si “ripete”, allora? Messori, piuttosto, spiega con tutta calma, larghezza e fascino di argomentazioni il suo “credo sul credere”, come di consueto tagliando le unghie al clericalsimo e al moralismo, alla fede da salotto e a quella sbriciolata in moralismo. I quindici i capitoli della «chiacchierata» laica con Brambilla tornano sempre al rovello messoriano: che cos’è il cristianesimo senza ortodossia? Bien penser pour bien agir, insegna Pascal, ed è l’essenza delle centinata di pagine da Ipotesi su Gesù sin qui. «O la fede precede l’impegno – si spiega Messori- o non c’è più cristianesimo», perché «è il pensiero che deve guidare la vita». Se «ciò che “fà” il cristiano è la fede, non l’etica o l’impegno sociale, che non sono che effetti di quella causa», allora «la maggiore e prima delle carità è l’annuncio della verità».

Messori e Brambilla, come in un dialogo platonico, percorrono «da “irregolari” del catechismo quali siamo» l’aspra salita dell’apologetica cristiana, nella certezza che proprio la loro esperienza di “convertiti” adulti in un mondo «dove la fede non è più un lascito ereditario» li abiliti a non nutrire verso « la cultura nata dall’agnosticismo o dall’ateismo moderni» nessuno «di quei complessi di inferiorità che affliggono e paralizzano oggi tanti credenti». L’uno e l’altro, per strade differenti, sono giunti a sentire finalmente « la Chiesa come patria, come casa dopo essere stati apolidi e senza fissa dimora». Ma sono entrambi abbastanza “laici” da non nutrire «alcuna nostalgia per un passato che i-an abbiamo conosciuto» e dove «forse, alla “religiosità di massa” si accompagnava talvolta l’ipocrisia conformistica».

Qui s’innesta la nuova sfida di Messori all’Everest del «Credo» cattolico: «Proprio adesso – dice – che credere è diventato l’anticonformismo per eccellenza, quasi nessuno viene incontro con “qualche ragione per credere” a chi si ostina a prendere ancora sul serio il Vangelo». Eccolo dunque nuovamente alle prese, con tutto lo slancio e anche l’energia polemica che gli conosciamo, con « la difesa della dignità dell’intelligenza del credente». Contro chi? Un merito delle nuove ragioni messoriane (perché sua è la massima parte del volume) è di non cercare bersagli ma mettere ostinatamente alla prova la ragionevolezza della fede cattolica, col puntiglio di dimostrare che non c’è esame, per quanto lacerante, che l’intelligenza credente non sia in grado di superare. È il pensare cristiano che si scopre all’altezza di un mondo meno emancipato e più fragile di quel che gli stessi credenti giudicano. Tanto che, alla fine, emerge il sospetto del Messori razionalista che «quel “dono divino” sempre all’origine della fede può consistere, semplicemente, nella grazia di saper usare bene la ragione». «Balbettii», definisce Messori le sue pagine (dove non mancano i “classici”: Lourdes,. Qumran, Galileo, l’evoluzionismo…), arrardatii su una fede che mai come ora è «uno scandalo» però spesso «disinnescato» «o, forse addirittura, rimosso: quasi si temesse» che «a farsi troppe domande» ci si accorga «di non trovare sempre risposte convincenti». Ma non è coli. Messori si guarda attorno e capìta da conoscitore la pochezza del pensiero non credente, cita il curato d’Ars: «Verrà un giorno in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini. che basterà parlare loro di Dio per vederli piangere».

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