Messori e la storia

n. 10 del 1992 :: Vita Pastorale, di Beppe Del Colle

Bisogna diffidare in genere dei recensori che scrivono di un libro appena è uscito. In particolare, bisogna diffidare di quelli che mandano ai giornali recensioni veloci dei libri di Messori, perché ogni pagina di questo autore davvero unico va letta tre volte. Quando poi un suo volume raggiunge le 671 pagine, come Pensare la storia (Ed. Paoline 1992, prefazione entusiasta del cardinale Biffi, arcivescovo di Bologna), in cui raccoglie 289 puntate della rubrica Vivaio che va pubblicando da anni su Avvenire, leggerlo tre volte significa impegnarci almeno un paio di mesi, e sudarci sopra per rispondere (almeno per quel po’ che si può fare ricorrendo alla biblioteca di casa) alle infinite curiosità, anche acute, acide e persino stizzose, che esso suscita.

Non c’è lettore attento e scrupoloso di Messori che con un suo libro non lotti per non cedergli, per non arrendersi, per non dargli ragione, rinunciando magari a inveterati convincimenti. Infatti non c’è luogo comune e affermazione largamente creduta che egli non prenda di petto e non atterri con rapide mosse di judo storico-teologico. E siccome chi apre un suo libro non è uno sprovveduto, anzi è di solito uno “che si crede”, “ha studiato”, che ha consumato gli anni e gli occhi a costruirsi quel tanto di cultura che serve per non smarrirsi nello spavento orribile della vita di questi anni, ecco che la lettura di Pensare la storia, come quella dei precedenti libri di Messori, finisce per svolgersi su tre piani.

Il primo piano è quello della convinta, immediata e in un certo senso comoda adesione a quello che Messori scrive, con divertimento suo e del lettore. Conosciamo i suoi bersagli: i1 laicismo (marxista o illuminista), il Risorgimento, la Massoneria, il femminismo, il fanatismo ecologico, la Riforma e l’anticattolicesimo spinto fino alla falsificazione dei dati storici, l’irenismo cristiano di ogni specie, la superficialità del “progressismo” cattolico, 1e teologie della liberazione e in genere tutto ciò che contrasta la Tradizione, il “dialogo” inteso come strumento insostituibile e unico di approccio alle diverse realtà religiose, cristiane e non cristiane, _ la subordinazione psicologica di tanta “cultura” cattolica di fronte all’intellighenzia laica, l’ostilità teologicamente e storicamente infondata verso la pena di morte e così via.

La determinazione è addirittura feroce: Messori non si cura di suscitare più di un imbarazzo nei credenti quando ricorda con meticolosa freddezza da entomologo, come se parlasse di fenomeni di altri mondi, che le predizioni della Madonna a La Salette si avverarono alla lettera, e le uve marcirono davvero appena un anno dopo (nel 1847, a causa della crittogama). E, per restare nel campo delle apparizioni, non ha il minimo dubbio nel contestare al celebrato Guido Ceronetti una presunta disattenzione di don Bosco per la stessa La Salette e per Lourdes, citando alla perfezione la pagina giusta nei diciannove volumi delle Memorie biografiche del santo, che lo smentisce fragorosamente.

Ma il lettore “intelligente” non è tipo che beva tutto, al primo colpo. E infatti reagisce, leggendo per la seconda volta una pagina, alla ricerca dell’errore. Perché un errore dev’esserci, se tante persone, per tanti anni, e a volte per secoli, hanno creduto in buona fede esattamente il contrario di quanto sostiene Messori. Ed ecco, in tempi di cinquecentenario dei viaggi di Colombo, che la polemica di padre Bartolomeo de Las Casas contro i “conquistadores” e le loro nefandezze riprende vigore là dove Messori tratta il focoso domenicano quasi come uno “squilibrato”. Possibile che in tanti si siano sbagliati, a credere tutto vero quello che Las Casas scriveva ai cattolicissimi re di Spagna per indurli a frenare la crudeltà dei suoi sudditi contro gli indios?

Eccoci entrati nel secondo piano di lettura di Messori. È difficile per esempio lasciarsi sedurre fino in fondo, al primo colpo, dalla sua difesa del brigantaggio meridionale dopo l’Unità, dall’apologia dell’Armata della Santa Fede del cardinale Fabrizio Ruffo, dalla sua interpretazione della mafia come risposta di una cultura “personalista” e quindi cattolica del nostro Sud a una pretesa colonizzazione del Nord sulla base di una vaga obbedienza dei Piemontesi dell’Ottocento all’etica calvinista. Un cattolicesimo difeso fino a questo punto non è una religione destinata a scontrarsi con 1a realtà brutale delle cose, fino a perdere ogni giustificazione storica?

E – altro esempio – perché prendere sul serio Messori quando si arrischia sul sentiero scivoloso dell’esoterismo, del mistero, delle cabale, dei numeri magici, fino a spigolare nella singolarità secondo la quale «lungo 120 anni. tutti i presidenti americani eletti o rieletti a vent’anni di distanza a partire dal 1840 sino a1 1960 sono morti nel corso del loro mandato»: e avanti con l’elenco, da W. H . Harrison fino a F. Kennedy, che fu l’ultimo a cadere vittima di questa strana “legge” alla quale Reagan sfuggì per un soffio, scampando all’attentato pochi mesi dopo l’elezione? Si dirà: si tratta di curiosità innocue, ben altre sono le smagliature di un discorso che quasi ad ogni capitolo riserva sorprese e polemiche, e soprattutto, dentro la Chiesa. Esempio: l’accusa a Paolo VI di aver bloccato il processo di beatificazione dei martiri della guerra civile spagnola. Oppure le molte domande antinomiche sui gesuiti: da quelle suscitate dalle “terribili” Provinciali di Pascal, alle contraddizioni storiche fra i gesuiti dell’Ottocento – la cui Civiltà cattolica non volle dare notizia, se non reticente, della morte di un “cattolico liberale” come Alessandro Manzoni – e quelli di oggi, «impegnati nelle più spericolate “aperture” non solo culturali , ma anche politiche».

Ma quando il lettore ha finito di rileggersi per la seconda volta Pensare la storia, e ha lasciato crescere dentro di sé tanti dubbi, e proprio mentre si sta convincendo che il suo autore non ha ragione a prendersela con una Chiesa e una cultura cattolica “moderne” che avrebbero rinunciato, secondo lui, a difendere con la dovuta energia il depositum fidei, favorendo l’ortoprassi («ciò che conta è solo la carità, la morale, i valori etici») a danno dell’ortodossia (la difesa della Verità) ecco che l’implacabile Messori lo trascina con sé sui terzo piano di lettura del libro.

A pagina 376, a conclusione di tre densissimi capitoletti su “Cause ed effetti”, dopo aver ricordato le innumerevoli crisi nella vicenda storica della Chiesa e la tendenza dei cristiani di oggi ad addossarsi masochisticamente ogni colpa rispetto al mondo, credendo di giustificare in tal modo la secolarizzazione e la scristianizzazione, e dopo aver citato Gv 1,5-10;15,18.20 e 16,2-3, Messori scrive: «È anche per questo mistero di rifiuto che il mondo è convertito dall’ascesi dei santi, ben più che dall’attivismo dei riformatori o dai piani pastorali dei burocrati o dalle sofisticate analisi dei sociologi della religione».

E sul terzo piano di lettura (cioè, per uscire di metafora, dopo un’attentissima riflessione) che il libro di Messori mostra la sua vera natura. Esso è la pressoché disperata polemica di un cristiano dentro una Chiesa in cui vede affievolirsi lo spirito di Verità, insieme al coraggio di battersi per essa: uno spirito e un coraggio che egli, pessimisticamente, vede man mano concentrarsi soltanto nella figura di un papa come Giovanni Paolo ll, gigante solitario, e in alcuni ostinati suoi compagni di evangelizzazione del mondo contemporaneo, come il cardinale Ratzinger (di cui Messori raccolse anni fa una famosa intervista nel volume Rapporto sulla fede, pubblicato dalle EP).

Non per nulla Pensare la storia si conclude con il lungo capitolo intitolato ad “Augusto Del Noce: la ‘catastrofe’ della modernità”. Il filosofo scomparso fra il Natale e il capodanno del 1989, cioè proprio allo scadere dell’anno “favoloso” in cui aveva fatto in tempo a vedere l’avverarsi della sua previsione storica (fatta undici anni prima) sulla caduta del comunismo, è dentro il cuore e il pensiero di Messori come una presenza imprescindibile. Quasi a compensarlo, post mortem, della dimenticanza e del fastidio con cui molti cattolici lo trattarono, in vita, come un noioso “conservatore”.

In realtà, quello che Del Noce fu sul piano dell’analisi storico-filosofica del mondo contemporaneo, travolto dalla crisi “catastrofica” della secolarizzazione e dell’ateismo. Messori lo è sul piano dell’analisi storico-giornalistica: e non dimentichiamo la sua aperta simpatia per uno straordinario storico della teologia come Romano Amerio, l’autore d i quel terribile gota unum che molti cattolici dovrebbero leggere per chiarirsi le idee su questo confuso, e non di rado equivoco post Concilio.

Messori appartiene dunque a quella razza di intellettuali cattolici alla Bloy, alla Péguy, alla Del Noce, all’Amerio, di cui non ci si può sbarazzare facilmente con l’alibi della loro “eccentricità”, cioè della loro distanza dal centro della Cristianità “media”, funzionale al disegno della modernità laicizzata, a cui qualche volta anche la Chiesa si adatta, per non «perdere il passo con i tempi, e in effetti abbonandosi a troppi anacronismi (Messori ama dire che gli ultimi comunisti sulla terra andranno cercati fra preti, frati e monache, volenterosi ma attardati…).

In definitiva, non tutto quel che Messori scrive sarà oro colato: ma attenti a non fermarsi alla seconda lettura, quel la critica, perché egli saprà sempre rispondervi con la citazione giusta, tratta dall’impressionante biblioteca che gli affolla la mente e le stanze di casa. Sarà sempre molto più facile – e consolatorio – respingerlo in blocco, che contraddirlo punto per punto. Ma in quel caso, almeno, l’integralista non sarà lui.

© Vita Pastorale