Messori e la razionalità della fede

5 luglio 2002 :: Il Giornale, di Luca Doninelli

Per la terza volta in pochi mesi questa rubrica si occupa di Vittorio Messori. La ragione è che Messori è un grande scrittore, e che i suoi libri sono sempre tra le cose più interessanti e vivaci che la cultura, cattolica e no, offra oggi al dibattito pubblico e alla riflessione personale. Oltretutto, Messori non appartiene a quella schiera di personaggi da accettare o rifiutare in blocco. Lo si può discutere di volta in volta.

E’ in libreria Uomini, storia, fede (Rizzoli-Bur, pagg. 400, lire 18.900), antologia tratta da «Vivaio», la rubrica che Messori ha tenuto per anni su Avvenire e che già le edizioni San Paolo hanno pubblicato integralmente in tre volturi. Il libro in quanto prodotto editoriale è obbrobrioso: non solo non viene citata mai la testata da cui l’antologia è tratta (anche il cardinale Biffi, nella sua introduzione, per dire Avvenire usa una perifrasi, segno che qualche problemino tra editori dev’esserci stato), ma non c’è nemmeno un minimo riferimento bibliografico per la marea di citazioni contenute nei diversi articoli.

A parte ciò, consiglio caldamente questo libro bellissimo, nel quale l’essenzialità dello scrittore e la curiosità e l’imprevedibilità del giornalista si sposano per uno scopo apologetico di cui oggi non si scorge l’uguale. Messori è l’ultimo intellettuale ad aver scelto, come compito personale, quello di difendere la ragionevolezza della fede cristiana e della dottrina della Chiesa, la loro compatibilità con la ratio. Compito che fu di una grande stirpe di insegnanti dell’Università Cattolica – da Masnovo a Bontadini, da Sofia Vanni Rovighi al compianto Adriano Bausola oggi purtroppo ridotta al lumicino. In questo si scorge la particolare umiltà di un intellettuale così fiero come Messori.

Il volume spazia su mille campi: dall’Islam al Risorgimento, dalle aberrazioni della teologia moderna al selvaggio revisionismo storico dei laicismo moderno, dalla polemica contro l’Illuminismo (che Messori ritiene con qualche fondamento padre del nazismo e del comunismo, oltre che dell’antisemitismo) ai ritratti di alcuni grandi personaggi storici, da Voltaire a Marco Aurelio a Galileo. Non sempre si è d’accordo con lui. Ho l’impressione che il suo tono tenda all’indiscutibilità, mentre il bello della sua opera sta proprio nel contrario: non perché io pensi che tutte le opinioni si equivalgano, ma perché c’è qualcosa di più alto di un’argomentazione indiscutibile, ossia lo scatto dell’umana libertà. Una formula geometrica è indiscutibile, una verità di fede – pur ragionevolissima – richiede l’impeto della libertà.

In Messori la freddezza giornalistica aiuta a far luce sulla radicalità dell’uomo, sulla sua amabile faziosità. Chi scrive non condivide affatto, per esempio, la sua opinione negativa a proposito di certe prese di posizione del Papa, prima fra tutte la sua incessante richiesta di perdono peri peccati della Chiesa. Messori attribuisce questi atteggiamenti come un segno di resa, mentre a parere di chi scrive è vero il contrario. Eppure, il pensiero di Messori è sempre così chiaro e intelligente che s’impara di più a non esser d’accordo con lui che ad essere d’accordo con tanti altri predicatori. Da lui imparo l’acutezza, la limpidezza una certa umiltà e il realismo laico di chi vuol guardare lino in fondo dentro la bocca – talora spaventosa delle cose.

© Il Giornale