La storia fatta coi “se”

21 giugno 1992 :: Il Giornale, di Marcello Veneziani

Vittorio Messori è forse lo scrittore cattolico vivente piú letto del mondo: il suo Ipotesi su Gesú vendette oltre un milione di copie e gli altri suoi saggi hanno avuto una sorprendente diffusione.

Il pregio di Pensare la storia, che è una raccolta di articoli, che è una autentica miniera di spunti riflessioni e perfino curiosità in controluce, è quello di tentare un revisionismo storico in senso cattolico. Ovvero di reinterpretare la storia dal punto di vista cattolico, senza complessi d’inferiorità verso la storiografia laica (peraltro piú cospicua) e senza omissioni e omertà. Talvolta può stupire la difesa di pagine non proprio gloriose del cattolicesimo. Il revisionismo di Messori non si limita solo alla presenza dei cattolici e alle vicende che hanno avuto i cattolici come protagonisti, ma si allarga ben oltre. Ad esempio sul fascismo e sul nazismo Messori sembra condividere molti dei giudizi «revisionisti», critica il processo di Norimberga e rivaluta il giurista cattolico Carl Schmitt, nonostante la sua «contaminazione» nazista; reputa il colonialismo una pagina «provvidenziale» e si spinge a difendere la coerenza «cattolica» della pena di morte. Rovescia la «leggenda nera» della colonizzazione catto-iberica del Sud America, mostrando come lo sterminio riguardi in realtà piú la «protestante» colonizzazione del Nord America contro i pellirossa. Vede il nazismo come il frutto della modernità alimentata dal protestantesimo e del darvinismo. E arriva ad ascrivere a merito involontario ma “provvidenziale” del fascismo l’aver contribuito al fallimento del nazismo, «ben piú che gli Alleati». Non risparmia neanche il pacifismo e le conferenze di pace che, come diceva Metternich, «sono quelle riunioni di politici in cui si decide quando si terrà la prossima conferenza».

Ma il revisionismo storico di Messori si addentra anche nella microstoria. Mostra, ad esempio, che l’8 marzo, giornata della donna, è un falso, perché non vi fu alcuno sciopero femminile e alcun incendio, nel 1908, a New York. O rivela che la cintura di castità era una libera scelta di autodifesa della donna, e non un’imposizione violenta di mariti possessivi e diffidenti.

Scopre che lo jus primae noctis è un falso, trattandosi solo di un gesto simbolico (una mano posata sul letto coniugale) per autorizzare il matrimonio dei contadini fuori dal loro feudo. Ritiene che il mitico eroe della Lega, Alberto da Giussano, non sia esistito e che anche il giuramento di Pontida appartenga alla leggenda. Per Messori l’Inquisizione fu quasi un’istituzione benefica, sia perché assolse nella stragrande maggioranza dei casi gli accusati, sia perché sottrasse streghe e untori alla furia popolare. Ricorda poi risvolti biografici imbarazzanti di alcuni personaggi; come l’antisemitismo feroce di Voltaire, che fu anche un truffatore, o gli elogi di Freud a Mussolini definito «eroe della cultura» in una dedica di un libro inviato al duce (del resto fu Mussolini a proteggere Freud quando i nazisti arrivarono a Vienna). Non manca naturalmente la «controstoria» sui finanziamenti massonici a Garibaldi mentre appare vagamente iettatorio il riferimento alla morte prematura di Vittorio Emanuele II e Cavour condannati dalla giustizia divina per i loro «sgarri» alla Chiesa. È divertente anche sapere il simbolismo occulto, teosofico, che si cela dietro il base-ball e il simbolismo massonico evocato per molte bandiere con stelle a cinque punte (anche le Br?) e nell’edera repubblicana. Non manca anche una sorprendente scoperta che sconcerta il pauperismo cristiano: l’elogio di Cristo verso alcuni ricchi, definiti «buoni e giusti». A cui fa da contrasto l’esempio di un povero infido come Giuda Iscariota, bisognoso di soldi al punto da vendere «il Maestro per quattro soldi».

Al di là del gusto di destare scandalo e sorpresa, va riconosciuto in Messori il senso di un forte realismo che lo induce a diffidare di tutti i perfettismi e degli idealismi. E che lo avvicina a cattolici legati alla terra, come il filosofo-contadino Gustave Thibon. Forse nel nome dello stesso realismo, ci sarebbe da auspicare un minor «innocentismo» sulla storia della Chiesa. Si può infatti sottrarre la storia del cattolicesimo alla sua criminalizzazione non sposando un manicheismo di segno inverso, ma semplicemente mettendo a profitto il realismo. In base al quale una religione, un’istituzione, che ha accompagnato la storia per duemila anni, finisce con il riflettere le grandezze e le miserie della storia e del potere, assorbendo il male e il bene che vi appaiono e ospitando santi e canaglie. Perché la storia del cattolicesimo e la storia «profana», benché diversamente ispirate, sono fatte entrambe da uomini. È forse questo il modo migliore, e magari piú «cattolico» di pensare la storia «non in bianco e nero», come giustamente esorta lo stesso Messori.

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