La speranza del cristiano

novembre 1994 :: Vita e pensiero, di Adriano Bausola

Varcare la soglia della speranza, il libro in cui Giovanni Paolo II risponde a 35 domande di Vittorio Messori su temi essenziali del Cristianesimo, ha suscitato subito grande interesse in tutto il mondo.

Era naturale che fosse così, dato il nome eccezionale dell’Autore (un libro del Papa!), e dato il grandissimo rilievo dei problemi, e delle risposte specifiche fornite da Giovanni Paolo II.

Non può non essere rilevato, peraltro, che in alcuni casi (molto pochi, in verità), il livello delle considerazioni svolte sul libro è stato alquanto basso.

Alcuni commentatori sono rimasti bloccati nell’esame di aspetti derivati, anche se non irrilevanti, della complessa meditazione papale. Due di essi, poi, hanno preferito fare affermazioni di colore, dal gusto molto discutibile, legate a critiche superficiali.

In questo articolo si cercherà di aiutare il lettore a cogliere il senso profondo del libro, nella convinzione che tale senso, una volta colto, può portare, già da solo, a riconoscere l’inconsistenza delle critiche che ho appena ricordato.

Seguiranno, nei prossimi numeri della nostra rivista, ulteriori articoli che approfondiranno alcuni dei temi più importanti dell’opera.

Entro in argomento, riportando anzitutto, nell’essenziale, le critiche rivolte a Varcare la soglia della speranza da due recensori di lingua inglese.

Domande eccessivamente reverenziali. Risposte date con un linguaggio «oscillante tra il legnoso e il retorico».

Soprattutto, risposte superficiali, pensieri casuali.

Così, fuori da un complessivo quadro mondiale di grande partecipazione e di positivo coinvolgimento di tanti commentatori (anche non credenti), Colman McCarthy ha giudicato sul «Washington Post» Varcare la soglia della speranza.

Già qualche giorno prima, su «The Independent Weekend», Monica Furlong aveva sferrato un attacco al libro, scrivendo fra l’altro che le Chiese cristiane, se vogliono sopravvivere alla loro attuale crisi, debbono usare «un nuovo linguaggio e un fresco pensiero», abbandonando quelli di Giovanni Paolo II, e perciò rinunciando – cito alla lettera – alla «vecchia moneta: unità, salvezza, speranza, Figlio di Dio, perdono».

Lascio da parte questo punto del discorso della Furlong: se si ritenesse da superare come moneta scaduta ciò che la Furlong elenca, non varrebbe neppure più la pena di aprire il libro del Papa, e di discorrerne.

Ma per chi non condivida tale assurdità, e abbia preso in mano Varcare la soglia della speranza. rimane da capire come McCarthy abbia potuto scrivere quel che ha scritto.
Poiché non sono nella mente del prossimo, io mi limiterò in questo articolo a cercare di individuare in positivo il senso più profondo del libro del Papa: se sarò riuscito a rendere tale senso, credo che emergerà in modo solare il totale fraintendimento compiuto da McCarthy, oltre che dalla Furlong.

Le domande di Messori non riguardano solo i giovani, il femminismo, le grandi religioni, l’ecumenismo, l’aborto, come si limitano ad esemplificare i due recensori.
Esse vanno molto più in profondità, e presentano con radicale esplicitezza le obiezioni, le difficoltà più pesanti maggiormente diffuse tra gli uomini di oggi.

Si tratta di difficoltà che toccano anzitutto le fondamenta stesse della fede (l’esistenza di Dio, il problema del male, i novissimi – salvezza e dannazione -, la necessità della fede, la preghiera), e solo derivatamente i pur importanti temi e problemi considerati dai due recensori.

Giovanni Paolo II vede diffusi tra la gente smarrimento, paura, sfiducia nell’uomo dopo le terribili esperienze delle due guerre mondiali, dopo Auschwitz, dopo i feroci totalitarismi di questo secolo; paura e smarrimento che corrono, talora, anche tra i credenti.

Il Papa vuol dire a tutti, credenti e non credenti, le ragioni della speranza.
Alla radicalità delle obiezioni, alla profondità dei timori, egli non risponde certo nel modo di un trattato scientifico. Egli lo fa andando alle radici teologiche e filosofiche dei problemi, con tanto maggior impegno, e con tanta maggiore profondità, là dove maggiore appare lo smarrimento degli uomini. Lo fa, insieme, con un forte coinvolgimento personale, ricordando sue esperienze, suoi incontri, e scenari storici impressionanti del nostro secolo, che gli hanno sollecitato una meditazione tutt’altro che fredda ed astratta.

Quale, allora, in questo contesto, il senso essenziale del libro?

È – direi – il richiamo alla totalità del messaggio cristiano.

Di fronte alle polemiche dell’età moderna (mai peraltro demonizzata dal Papa, nella sua interezza), centro tanti aspetti del Cristianesimo all’interno della stessa cristianità si è cercato, da parte di alcuni, di rispondere in un modo sbagliato. Si è venuti cioè a dei compromessi, a delle ricalibrazioni, a delle attenuazioni, che rendessero gradito anche al palato contemporaneo l’antico messaggio, facendolo più «razionale», più capace di resistere sotto i «lumi della ragione». Il Papa rovescia invece questo atteggiamento: è proprio il Messaggio intiero, con la sua storicità essenziale, con il suo mistero, oltre che con le sue fondazioni razionali, e non la sua riduzione razionalistica, quello che può rispondere alle ansie e alle paure dell’uomo, oggi come ieri.
Naturalmente, la riproposizione, oggi, dell’integralità del Messaggio non può non tener conto delle obiezioni emerse nell’età moderna – di quelle filosofiche (soggettivistiche, positivistiche, e via dicendo), e di quelle legate a questioni e controversie teologiche o a difficoltà storico-politiche.

La peculiarità del libro sta proprio in questo: nel confermare, attraverso il cimento, l’aperto dialogo, il senso totale del Cristianesimo (tutt’altro che un’ostinata semplicistica riproposizione di antiche certezze, come vorrebbero i due recensori).
Il Papa, anche in questo libro, non rifiuta certo la ragione che filosofa, e che prova l’esistenza di Dio: al contrario, la difende, così come apprezza molti filosofi della religione di oggi, quali ad esempio Eliade, Jaworski, Scheler, e pensatori che filosofano dialogando con l’Antico Testamento (Lévinas, Buber, Rosenzweig).

Ma egli non accetta la semplice riduzione di Dio al Dio dei filosofi, e tantomeno a quello dei deisti settecenteschi. Dio è effettivamente l’Assoluto trascendente, ma non è solo tale. Non è neppure solo Dio finalizzatore del mondo. È di più: decisamente di più.

Un Assoluto trascendente può anche fare paura, se guardato solo così, perché, allora, appare come rex tremendae majestatis imperscrutabile nei suoi disegni.
Giovanni Paolo II, proprio in inizio, vede in questa riduzione, se presente di fatto anche in qualche cristiano disorientato, una possibile ragione di paura di fronte a Dio.
Un Dio lontano e inaccessibile è inoltre inutile per l’uomo.

L’uomo ha bisogno di una salvezza che né scienza, né tecnica, né politica, né economia gli possono dare.

Solo un Dio che – Lui Assoluto trascendente – si faccia per così dire immanente nella storia, può allearsi con l’uomo, per la salvezza dell’uomo.

È la religione dell’Incarnazione quella che, di fatto, dà la risposta che salva: essa la fornisce, essendo insieme religione della Redenzione attraverso la Croce.

Il Papa applica qui originalmente il metodo pascaliano del «rovesciamento del pro nel contro»: proprio ciò che ha costituito e costituisce per molti il maggior scandalo per la ragione (Dio, assolutamente perfetto, e in ciò lontano dal mondo, che si incarna e muore, nel Figlio, sulla Croce), è ciò che dà la risposta attesa alle speranze dell’uomo, e, insieme, dà anche la risposta esistenziale, concreta, alla tremenda questione della conciliabilità tra l’onnipotenza e bontà di Dio, e l’esistenza possente del male sulla terra: Dio ama talmente l’uomo, da passare Egli stesso attraverso la sofferenza, per salvarlo. Rimane un mistero per la mente finita dell’uomo il perché della possibilità (.lei male (questo non viene affatto negato).

Ma se il male si è dovuto produrre, Dio conferma la sua infinita bontà riscattando il male, e riscattandolo attraverso un sacrificio infinito, nel Figlio.

Teologia del Figlio. Teologia della Trinità. li Papa insiste molto sullo Spirito Santo, che, egli ricorda, sostiene l’uomo nella sua ricerca della verità. «Lo Spirito soffia dove vuole e come vuole»: anche in chi «ricerca con onesto impegno la verità ed è disposto ad accettarla, appena la conosce. Proprio una tale disponibilità, infatti, è manifestazione della grazia che opera nell’anima».

Lo Spirito pone inoltre dei semina Verbi in tutte le religioni: anche se presenti in misura diversa e talora molto diversa. Non deve scandalizzare (come invece accade nei due recensori) questa «gerarchizzazione»: essa è compiuta nel confronto con l’integralità della Parola, che è ricchissima, e non può non comportare differenziazioni.
Tutto il ragionamento del Papa, mi sembra, si muove in questa ottica: è proprio soltanto l’interezza del Messaggio quella che dà le risposte, sul piano della vita, ma anche su quello intellettuale, alle domande e alle difficoltà del nostro tempo.
Vale la pena di richiamare ancora qualche applicazione dello schema di fondo.

Alla domanda di Messori: «Alla fin fine, ‘a che serve’ credere? Che cosa dà in più la fede’ Non è forse possibile vivere una vita onesta, retta, anche senza scomodarsi a prendere sul serio il Vangelo?», il Papa può rispondere: «l’utilità della fede non è commensurabile ad alcun bene. neppure ai beni di natura morale La Chiesa non ha mai negato che anche un uomo non credente possa compiere azioni oneste e nobili. Ognuno, del resto, facilmente se ne convince. Il valore della fede non si può spiegare soltanto con l’utilità per la morale umana, benché la stessa fede porti in sé la più profonda motivazione della morale. Nonostante ciò si può dire che la fondamentale utilità della fede sta nel fatto stesso di aver creduto e di essersi affidati».
Si incontrano, in questa pagina, nella loro sintesi, i tre moduli dell’accostamento alla Parola, tipici di Giovanni Paolo II: quello razionale, umano (anche l’uomo «naturale» può compiere opere oneste, perché – come è detto in altre pagine – la ragione e la coscienza umane possono conoscere verità riguardanti l’essere e il dover essere); quello della fede che è fondamento, sotto un ulteriore punto di vista, degli stessi doveri e diritti umani che, parzialmente, la ragione per proprio conto può scoprire (il Papa cita qui con rispetto il Kant della seconda formula dell’imperativo categorico); quello della fede come abbandono fiducioso in Dio, che Dio stesso provoca. Siamo, con quest’ultimo tema, al manifestarsi di un aspetto, quello mistico, di grande rilievo in Giovanni Paolo II, aspetto che traluce anche in altre pagine del libro, prime tra tutte quelle bellissime sulla preghiera, che descrivono un delicato «gioco» tra la libertà umana e l’azione dello Spirito.

Valga, su questo punto, e per tutte, questa citazione: «Che cos’è la preghiera? Comunemente si ritiene che sia un colloquio. In un colloquio ci sono sempre un ‘io’ e un ‘tu’. In questo caso un Tu con la T maiuscola. L’esperienza della preghiera insegna che, se l’io sembra sulle prime l’elemento più importante, ci si accorge poi che in realtà le cose stanno diversamente. Più importante è il Tu, perché è da Dio che prende inizio la nostra preghiera. [.. . J Nella preghiera, dunque, il vero protagonista è Dio.

Protagonista è Cristo, che costantemente libera la creatura dalla schiavitù della corruzione e la conduce verso la libertà, per la gloria dei figli di Dio. Protagonista è lo Spirito Santo. che ‘viene in aiuto alla nostra debolezza’. Noi cominciamo a pregare con l’impressione che sia una nostra iniziativa. Invece è sempre un’iniziativa di Dio in noi».
Scaturisce dalle pagine del libro un’impressione di serenità. Essa non è frutto della semplificazione di questioni complesse, o acritica scotomizzazione di problemi drammatici (come vorrebbe la Furlong), ma è espressione di una Fiducia, filtrata attraverso una conoscenza mondiale di mali e di difficoltà quale pochi altri uomini sicuramente possiedono.

È una fiducia che poggia sulla saldissima fede nel Dio che si è incarnato, e che redime e salva.

Serenità e fiducia guadagnate con un’intensa meditazione che congiunge, in una grande sintesi, filosofia e teologia, ragione e Scrittura.

Il Papa richiama, anche qui, il Concilio Vaticano II «Seminario dello Spirito Santo», continuamente citato ed esaltato, e ricordato anche con interessanti testimonianze personali. La serenità si manifesta anche intorno a temi delicati, come quelli dell’ecumenismo, della questione giovanile, delle divisioni intraecclesiali, guardati con occhio vigile, e quando occorre critico, mai però senza parola di speranza.

Conta molto – lo ribadisco – anche la ricchissima esperienza di vita di Giovanni Paolo II: lo si capisce chiaramente, leggendo ad esempio i non infrequenti richiami agli anni della giovinezza, alla Polonia da secoli aperta all’ecumenismo, alla Polonia di Wadowice, nella quale stavano, vicinissimi, il ginnasio dove Karol Wojtyla studiava, e la Sinagoga ove il suo amico jerzy Kluger andava ogni sabato, alla Polonia degli anni della guerra e di quelli di Cracovia, agli anni del Papa pellegrino, che visita il mondo con occhio sempre attento alle diverse realtà sociali, culturali, religiose.

Credo sia difficile separare questo momento testimoniale personale, da quello teorico.
Naturalmente, l’articolarsi concreto di quanto ho qui riferito può essere colto solo leggendo il libro.

Vorrei concludere osservando che a produrre le letture critiche da cui ho preso l’avvio ha forse concorso una certa precomprensione,che puntava l’occhio soprattutto sulle questioni pratiche – etico-sessuali, istituzionali, e via dicendo – che più interessano i mass-media oggi, in fatto di religione, e di cattolicesimo in particolare.

Concentrandosi su di esse, si rischia di trascurare tutto il discorso che sta a monte, considerandolo (altra precomprensione!) scontato, tradizionale, poco interessante, a meno di novità dirompenti, da scoop. È invece quel discorso quello che è decisivo.
Leggendo in un’ottica meno unilaterale e affrettata, si sarebbe evitato, ad esempio, di dire (Furlong) che, per quanto riguarda le donne, il Papa nomina solo la Madonna; non è vero; qui bastava leggere attentamente! Si sarebbe anche evitato di citare, con implicita ma chiara riprovazione (McCarthy, Furlong), l’affermazione del Papa che «un certo femminismo contemporaneo trovi le sue radici nell’assenza di un vero rispetto per la donna», quasi che, con queste parole, il Papa volesse attaccare il femminismo, mentre egli come risulta dal contesto, nel quale fra l’altro si celebra la donna partendo da Maria – intende indicare nel mancato rispetto della donna non la natura del femminismo, ma la ragione del suo sorgere in difesa di essa!

Considerazioni analoghe varrebbero in rapporto al modo in cui dai due recensori viene presentato il giudizio sul Buddhismo: chiaramente negativo, sì, ma non totalmente tale.

Il libro va letto nella sua interezza, avendo attenzione, anzitutto, alle parti fondative, nelle quali si fa uno sforzo tutt’altro che epidermico per spiegare all’uomo d’oggi – proprio a lui – la ragionevolezza e l’interesse decisivo della fede.

© Vita e pensiero