La sfida della fede

gennaio 1994 :: Letture, di Guido Sommavilla

Bene hanno fatto Messori e la San Paolo a restituirci in volume il resto dei Vivaio su Avvenire (fino al 400°). Incredibile quanto si impara o reimpara a rileggerli. Naturalmente questo secondo volume non è omogeneo come il primo che radunava organizzandoli i Vivaio storici (Pensare la storia, San Paolo 1992). È eterogeneo, una sporade, uno zibaldone. Che ha potuto però trovare un titolo unificante: è infatti tutto, anche nelle briciole, una « sfida della fede », s’intende cattolica. E sfidante ben più che sfidata e reagente (mai incassante). Ed è una sfida calma, cortese e benevola sempre (noi diremmo fin troppo), ma proprio per questo anche, quando merita, tagliente. Però la rasoiata quando arriva è sempre ben angomentata e documentata: proposta dunque e non imposta.

Caratteristico di Messori è che, come al solito e da sempre, la sua polemica si muove, egualmente impavida e tranquilla, in entrambe le direzioni verso fuori e verso dentro. In questo secondo senso ha come suo bersaglio proprio i cattolici e in particolare i « chierici », vescovi non esclusi, quelli per esempio che hanno vidimato il catechismo italiano dei giovani. Vengono criticati semplicemente perché non sono cattolici comme il faux, a tutto tondo; bensì annacquati o pavidi o dimentichi che la fede è sempre anche « scandalo e follia », oppure degli irresponsabili scollatori da dentro, sentinelle distratte, non maligni forse ma incauti inspiratori-espiratori di diossine che arrivano da fuori. In Scommessa con la morte, sempre di Messori, questa sfida verso dentro ci era parsa eccessiva, vero anticlericalismo talvolta. Qui invece no: ci sembra buona e azzeccata sempre. Anche se c’è un inconveniente. Siccome le persone, i chierici colpiti o avvisati non vengono quasi mai nominati (giustamente, specie se ancora viventi), l’impressione che fanno questi avvertimenti è fastidiosamente generica. Ci si domanda, ad esempio, dove sono nella Chiesa tutti questi « burocrati cartacei » con le loro inutili oziose « piogge di carta ». C’è il rischio di allarmarsi per scriteriati o magari quinte colonne onnipresenti, o di pensare che questo modo di sparare nel mucchio non serve. L’inconveniente però è inevitabile e vale la pena correrlo: a chi di dovere magari serve. Anche se potrebbe aizzarlo, e allora non si possono escludere ritorsioni. Per questo, « Vivaio » si è interrotto? Degli sfidati invece verso fuori si hanno quasi sempre i nominativi: soprattutto di qui la non facile vita di Messori polemista.

Lo zibaldone riesce talvolta a coordinare e allineare nomi o temi a ripetizione. Il più ripetuto e listato è il tema: “sindone”: otto volte. Il chierico qui irriguardosamente criticato è il card. Ballestrero per la sua precipitosa e sprovveduta rassegnazione alla verità del C14 e alla sindone soltanto « icona » . Oggi si può sapere che Messori aveva subito capito, e a ragion veduta, che i conti degli iconoclasti non tornavano. Altro argomento listato (tre volte) è: « Rimini », con lo scandalo a raggio nazionale della u Norimberga per il Risorgimento ». Dove si svela ad evidenza la cecità e la furia del giornalismo laico a toccare certi tasti e anche la laicodipendenza di certo giornalismo cattolico. Ripetuto tre volte è anche “Omelie” e « Dio creatore », dove il laico Messori impartisce elegantemente lezioni ai signori preti omilisti (come dovrebbe essere una buona omelia: ce n’era bisogno!) e ai signori preti teologi (ma quali?) ingenui libera] che sorvolano sul Dio creatore. Messori crede di saperne i sottili perché. È solo un avvertimento, ma a certi altri teologi cattolici che fanno i «protestanti» qui non si perdona: Kung, Schillebeeckx e i 163 del «Manifesto di Colonia» . Un’altra lista noi l’avremmo intitolata: “Giù la maschera!” Vi si allineano altri idoli o idoletti appunto da smascherare, persone in carne e ossa questa volta: Moravia, Tortora, Sciascia, Luther King, Gunther Grass, Piero Angela, Primo Levi, Craxi prima ancora di Tangentopoli, e perché no Aldo Moro così (inutile negarlo) squallido nelle sue lettere dalla prigionia. Il geovismo pure perde la maschera grazie alle testimonianze di un testimone al di sopra di ogni sospetto: Raymond Franz, uno dei quindici membri del Consiglio supremo a Brooklyn, che finalmente si ribella e parla.

 

Altro buon sottotitolo sarebbe stato In buona compagnia n, dove raccogliere i compagni di fede (cattolica), di cui si parla con stima e con gioia nel volume. È ancora bello credere avendo per compagni, ad esempio: Frossard, Julien Green, il dott. Rol, il prof. R. Amerio, Claudel, Edith Stein, Zolli, Pitigrilli (perché no?), l’ultimissimo Pavese, Guitton e (perché no?) il card. Siri. In un’altra lista unica si sarebbero benissimo trovati insieme i vari interventi, cinque, dove l’umanistico e scarsamente scientifico e matematico Messori riferisce di certi tiri incrociati tra dati scientifici e fede, tutti a lucido supporto di questa seconda. Non solo archeologia, con suggerimenti luminosi: perché non scavare a Pella oltre il Giordano, nel rifugio dei cristiani fuggiti prima del 70 su avvertimento di Gesù?. Ma perfino matematica: calcolo delle probabilità, sezione aurea ovunque presente in natura: minerali, organismi, conchiglie, girasoli, etc; i nostri computer lo rivelano più che mai, flussi di atomi, molecole e folle che tendono per natura alla dispersione e non alla organizzazione senza principio intelligente. Tutte cose che battono sempre più in breccia il sogno dei materialisti di un’origine del cosmo dal caos via caso. E un’altra serie ancora avrebbe meritato di essere listata: quella contro il verdismo e i suoi absurda consequentis. Non è rabbia di aver ragione, ma informazione e intelligenza. E senza dubbio anche la continua gioiosa sorpresa per le conferme della ratio (gnosis) per la fides. Siamo tutti grati a Messori che ci rifornisce di munizioni, cioè di ragioni e di ossigeno per la nostra speranza. In questo rifornimento l’unità, l’anima di un testo che avrebbe, altrimenti, tutta l’apparenza di una cianfrusaglia. Invece è percorso dalla prima all’ultima pagina dalla doppia corrente incrociata della fede che insegue l’intelligenza e viceversa. È un voler amare Dio anche con tutta la mente », oltre che che con tutto il cuore e le forze.

Per finire, una domanda curiosa: due cose che a lettura ultimata ricordiamo di più, la più commovente l’una e la più strana l’altra? Una donna qualunque, una popolana al lido di Venezia, in un giorno in cui si proiettava lo stupido, blasfemo film del Gesù di Scorsese, che Messori vide girare per il Lido con un cartone e con su scritto: « Gesù è Dio». Poi Messori che non si perita di dichiararsi disponibile a credere alla storia della ebreo errante». Sì, lui non può escludere che un ebreo dei tempi di Gesù e cristiano, ai cui orecchi erano risuonate le parole di Gesù «( C’è qualcuno che non vedrà la morte prima, del ritorno del Figlio dell’uomo»), si aggiri non ancora morto per le contrade di questo mondo. Sarebbe stato avvistato e riconosciuto più volte nei secoli.

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