La Morte e “gli spiriti forti”. A proposito di Scommessa sulla morte

marzo-aprile 1983 :: Vivere In, di Eugenio Liserre

«Non disturbateci col ricordarci la morte, e nemmeno malattie, dolori ed altre afflizioni. “Vogliamo” allegria».

In questo cartello si può compendiare una, forse la più categorica, delle tacite prescrizioni su cui poggia l’attuale nostro modus vivendi. Le parole del cartello sono oggettivamente verosimili. Soltanto le virgolette alla parola “vogliamo” ce l’ho messe io. Per abbreviare il discorso. “Vogliamo” sta tra virgolette per significare di che volontà si tratta. La chiameremo volontà “sociale”. Cos’è la volontà “sociale”?
La volontà “sociale” è una res senza ratio. Non esiste di diritto, ma si instaura di fatto. Potentissima, trae la sua potenza dalla impersonalità. Può parlare a nome di tutti proprio perché non è di nessuno; autorizzata, anzi imposta, all’uso, dal fior fiore delle ideologie dominanti, di cui si pone come estratto, compendio, nonché oracolo, “pizia” sacra e inviolabile.

È, la volontà “sociale”, volontà bastarda; ma bene o male rappresenta la storia, lo spirito del tempo. La volontà legittima, che è quella delle “persone”, la disprezza (mai sentito una persona che in privato ne parli bene) ma la segue e la serve: o non può, o sa, fare diversamente, oppure (ed è maggioranza certa) ci ha il tornaconto, materiale e morale. Materiale, perché vi si adegua con l’impegno più comune, quello dell’utile, espunta buoni affari, spesso immense ed insperate fortune; morale, perché vi scarica la coscienza, alleggerendo e addirittura delegando il peso della responsabilità personale.

Con ciò non è detto che, a lungo andare, i conti tornino. Il bello della vita (sì, dico il bello non il brutto) è che tutto si paga, in un modo o nell’altro. È questione di tempo. Esaurita la tratta, il viaggio riprende, con pieni che si svuotano e vuoti che tornano a riempirsi. Compensazione di natura e logica interna dell’anima: «le cose tutte quante hann’ordine tra loro». Tra le cose tutte quante c’è la realtà della condizione umana che le varianti storiche possono contraddire ma non cambiare, le ideologie ignorare ma non seppellire. Chi all’Est e all’Ovest sa ormai tutto sulle “cose”, le leggi sociali, le leggi di mercato, e quelle biologiche e gli orizzonti nuovi della genetica e di ogni altra evoluzione, si illuda pure ma non ci illuda: noi sappiamo di non sapere niente se non sappiamo rispondere niente alle domande dell’uomo sull’uomo.

La più grande di queste domande, l’interrogativo per eccellenza è la morte. Realtà delle realtà, la morte è la grande Intrusa delle filosofie razionali, la barriera che si pone davanti ad ogni lettura “scientifica” dell’uomo, lo scoglio che l’ottimismo socialistico delle magnifiche sorti deve o ignorare o aggirare. Da Epicuro a Marx, tutte le professioni di fede basate sull’autosufficienza dell’uomo o il primato della “società” hanno trovato nel mistero della morte un inceppo insormontabile e rompiscatole.
La morte e il marxismo

Nel nuovo libro di Vittorio Messori, Scommessa sulla morte, (S.E.I., pagg. 414, L. 8.000), in libreria da ottobre dopo cinque anni dal meritatissimo successo di Ipotesi su Gesù, si legge, pagg. 25-26, che Marx, delle diecimila pagine a stampa che compongono la sua opera omnia ha dedicato “al morire” solo tre righe. “La morte” -scriveva Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1844- “appare come una dura vittoria della specie sull’individuo”, subito dopo però aggiungendo: “l’individuo determinato, tuttavia, non è che un essere genericamente determinato, e come tale immortale”, e volendo intendere, probabilmente, che se l’uomo muore, immortale resta la specie. Consolazione grandissima!

Se poi da Marx si passa al marxismo, ecco che i marxisti stessi non possono negare l’innegabile. Così lo slavista Vittorio Strada: «Bisogna riconoscere che, davanti al problema della morte il marxismo è disarmato, non offre alcuna risposta autentica»; e il sociologo marxista (oggi ex-marxista perché poi stranamente uscito dal partito) Edgard Morin: «Il marxismo, caro mio, ha studiato l’economia, il mercato, le leggi sociali. È meraviglioso, il marxismo. Peccato solo che abbia dimenticato l’uomo».

Il calembour di Epicuro

Quanto ad Epicuro, chi non ricorda di quanto effetto fu su di noi, studenti di liceo, il brillante gioco di parole sull’irrilevanza della morte?

«La morte non esiste. Quando ci siamo noi non c’è lei. E quando c’è lei non ci siamo noi».

Un pezzo di bravura! Ma quel che dice non è vero. Non è vero che o c’è lei o ci siamo noi. Ci siamo sempre tutti e due. A chi non s’accorgesse della morte, o se ne accorgesse solo alla fine della vita, non so se bisognerebbe invidiare di più la spensieratezza o l’imbecillità. Vero è invece che la morte è “dentro” la vita, non solo perché ogni giorno di vita è un appressamento della morte («a partire dai 25 anni» -ricorda Messori- «muoiono in noi ogni giorno, senza essere sostituite, centomila cellule cerebrali») ma perché è nella nostra natura di esseri pensanti rapportare l’una all’altra, e nella ricerca del significato del vivere (che non può farsi senza interrogarsi sul senso del morire) e nell’esperienza della qualità della vita: nei momenti di gioia il timore di perderla, nell’estrema sofferenza il desiderio, umanissimo, di abbreviare lo strazio.
La maggioranza indifferente

In pagine sempre avvincenti, anche dove toccano punti (come l’eutanasia, la morte improvvisa, il lutto) esposti, oggi, a un non facile confronto di ragionamenti, le tematiche, nel nuovo libro di Messori, scorrono nitide e raccolte, l’una dentro l’altra, così che al lettore sembra di stare su di un treno la cui tabella di marcia modella tutte le fasi, tutte le pieghe di un viaggio che è insieme visitazione ed esplorazione.
Esplorato è soprattutto il paesaggio dell’indifferenza, muro che l’autore «va tastando, alla ricerca di una possibile crepa dove inserire il grimaldello». Come nelle Ipotesi, lo fa amabilmente: il vigore degli argomenti è pari all’umiltà del tono, all’estrema pazienza del linguaggio.

S’interrompe perfino per chiedersi se sbaglia, dove sbaglia, perché sbaglia e quasi chiede scusa di parlare, assicurando che il suo scrivere non è un hobby, che scrive per un motivo importante, importante anzi come non ce n’è altri; perché cosa può, a un uomo, importare di più della sua vita, della sua salute, del suo destino? Dio, a quanta pazienza ha “diritto” l’indifferenza! Quante bisogna farne (e, si badi, di dovere) per scongiurare la gente a non darsi pugni in faccia, testate contro il muro, zappate sui piedi! Penso, per fare un solo esempio, ai quaranta e più volumi di Michele F. Sciacca (anch’egli autore di un libro sulla Morte, Morte e Immortalità, Marzorati 1962) e mi dico che sì, così deve essere, la verità ha il dovere di una infinita pazienza, l’indifferenza il “diritto” a una infinita tolleranza (anche perché gli indifferenti sono maggioranza, cinquanta per cento -secondo sondaggi – contro il trenta di credenti e il venti di atei dichiarati; e anche perché, come Messori cita da Pascal «Dio è provato non solo dallo zelo di coloro che lo servono, ma anche dall’indifferenza di coloro che non lo cercano»).
Due fedi

Messori ha il dono di persuadere senza giudicare, solo constatando «le cose come sono». E chi può dire che le cose non stiano così? Chi può negare che oggi l’uomo, mentre si gloria di uno spregiudicato realismo, corre per non pensare, fugge se stesso, ha paura di prendere coscienza intera della realtà della sua condizione? Chi, leggendo questo libro, continuerà a credere all’effettiva forza dei cosiddetti “spiriti forti” o non li vedrà come sono: campi devastati dalla nevrosi o impaludati nel dogmatismo di urlanti, ma non per questo più ragionevoli, negazioni? Ci domandiamo: come può, chi fa del dubbio il proprio orgoglio intellettuale, dire no, “ovviamente” no, a ciò che non può essere provato; quindi a una incognita come la morte dalla quale nessuno è mai tornato a riferire? E diciamo: voi avete tutte le ragioni per non lasciarci, ove osassimo (e non osiamo) “affemare” il sì: ma nessuna, e nessun diritto, di negarci, e negare, la speranza. Perché questa speranza non riguarda solo la morte mala vita: lo spessore che alla dignità della vita e a “tutte” le possibilità dell’intelletto viene dalla presenza del mistero.

Non è vero che credere attiene alla fede, non credere alla ragione. Credere e non credere sono due fedi, quindi uno stesso scommettere. Nel caso o in Dio.
“Signore, da chi andremo?”

Quanto detto finora può dare soltanto una pallidissima idea della parte prima (CAUSE) e seconda (EFFETTI) del libro. Ma il rispetto, direi la carità che il libro ha per il lettore, con quella cura per il linguaggio semplice e chiaro, con quella divisione in capitoletti che sembra porgere il cibo a poco a poco – invito a riflettere e insieme preoccupazione di non stancare – non sarebbe ben compensata se, assorti nella finezza dell’ordito, non ci accorgessimo della precisa geometria del telaio. Non sfugga, voglio dire, la costruzione del libro, il rigore della sua struttura logica e metodologica. In questo senso “Scommessa sulla morte” è da tener caro anche dal critico più esigente, sempre che sappia mantenersi sereno e non si arrabbi se si sentirà spiazzato dalle sue posizioni “avanzate”: c’è, qui, tanto aiuto per chi, stanco del buio, voglia vedere un po’ di luce, e ripensare seriamente a quanto male, quanti guasti hanno portato, e portano, ai fondamenti dell’essere (primari rispetto alla politica, all’economia, a tanto “sociale” utopico e astratto) le alienazioni non già “nei cieli” ma nel “tanto peggio” della disperazione nichilista.

Se è vero che Messori è cognome che deriva dai “messores” (mietitori), di questo giornalista (ci sarà anche qui una legge di compensazione?) coltissimo, scrupoloso, leale, si può ben dire che è motivo di consolazione il fatto che, per la seconda volta, e a poco più di quarant’anni, egli riesca a “mietere” frutti di coraggio e di speranza su un terreno per tanta parte seminato di negazione e disperazione.
Ferrato nelle scienze bibliche e neo-testamentarie (come sapevamo dalle “Ipotesi”) Messori si muove sicuro anche in quello sterminato campo che è la storia comparata delle religioni, delle quali, nella terza parte del libro (SCELTE) puntualizza le diversità escatologiche. Dopo aver dato all’ebraismo il posto che ad esso spetta, non gli è difficile misurare la distanza che separa l’escatologia cattolica (specificatamente cattolica) da ogni altra.

«Signore, da chi andremo?» – fu la risposta di Pietro alle parole di Gesù: «Volete andarvene anche voi?».

«Signore, da chi andremo?» possiamo ripetere noi, che ci ritroviamo così bene “spiegati” nella testimonianza di Messori; noi, a cui è riuscito sempre difficile, a volte impossibile, amare la Chiesa come “istituzione in sé”; noi, che davanti a tante espressioni del “mondo cattolico” – «a cominciare da quegli equivoci “partiti cattolici” e “di cattolici” che osano innalzare una croce nel loro stemma e la cui funzione principale sembra sia l’onorare il cristianesimo a parole e diffamarlo con i fatti» (pag. 209) – ci sentiamo “allergici” fino alla “reazione di rigetto”, e tuttavia rimaniamo certi che per una risposta intera all’interezza dell’uomo, non c’è un “altrove”.
“Altrove” può anche sembrare che vada bene, finché si tratta di smontare il “meccanismo”. Ma al momento di rimontarlo, chissà perché, i conti non tornano: qualche pezzo rimane sempre fuori.

L’humour del Vangelo

Naturalmente l’autore, come si è chiesto: quale cristianesimo? (quello protestante della “storia senza escatologia”, quello ortodosso della “escatologia senza storia” o quello cattolico che è “storia ed escatologia” insieme) così non manca di chiedersi: quale cattolicesimo?

E non può certamente dire sì a quello dei «chierici impegnati a combattersi tra loro con oscuri linguaggi cifrati»; di predicatori particolarmente “intelligenti” che, alla messa domenicale della parrocchia, propinano, ad ascoltatori semplici ed ignari, la “de-ellenizzazione dei Cristianesimo”; e di ogni altra aggiornata apertura alla linfa dei mass-media che si trasfonde poi nell’immancabile discorso socio-politico sul futuro, sempre infuturato, della società e dei mondo.

Anche questo “no” di Messori è il “nostro” no, il no dei cattolico medio che magari non sa, o non più ricorda, il significato della parola ontologia, ma sa bene che significa “persona” perché ci vive dentro e lì dentro trova il suo concreto essere individuale e “sociale”, l’io e il noi, I’hic et nunc, l’escatologia sua “e” degli altri (et-et; non aut-aut); mentre nel discorrere millenaristico sempre e solo sugli “altri”, popoli o masse, fra tanta abbondanza di “escatologia collettiva” si sente smarrito, confuso, povero Cristo davanti a una porta che nessuno gli apre. Pronte, anche per questo le parole giuste di S. Paolo: «Ed ecco, per la tua scienza va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto» (1 Corinzi 8, 11), e il libro dell’Apocalisse dove è detto che Cristo stesso si definì «Colui che ha aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere» (3, 8).

I lettori di Scommessa sulla morte hanno, dunque, di che riconoscersi non nell’ennesima diagnosi della contrapposizione progressista tra vecchio e nuovo, ma nella partecipazione accorata a un dialogo che, senza privilegiare “parti” e meno che mai partiti, richiama l’uomo alla sua interezza, che è rapporto con se stesso, con gli altri, con l’Assoluto. Una trentina di anni fa, fu messa in circolazione una formula esistenzialista “essere gli altri” che, come teoria visse poco, e come pratica sorti gli effetti che tutti sappiamo: fuori dalla propria essenza, o smemorati di questa, il rapporto con gli altri è asfissia dell’anima, soffocamento, accartocciamento, chiusura in una storia senza sbocco. Allora, negata la tensione verso un futuro «che realizzi in pieno le possibilità dell’umano» nulla rimane più dei cristiano: nulla, se non le conseguenze dei nulla, rabbia, disperazione, sfogo nella violenza; e, in tanti casi (forse proprio fra i più “sensibili”) ricerca di un’identità capovolta nel terrorismo, nel brigatismo, nell’opposta religione della “guerriglia”.

Queste, anche, le conseguenze della Politica elevata a feticcio, un feticcio dalla faccia bolsa, ripetitivo di vuote formule e scontati rituali, che ride dove c’è da piangere e piange dove basterebbe un po’ di humour. «Passa Sua “Maestà” la Storia, e non me ne accorgo!» diceva un compianto filosofo cristiano che la Storia vedeva bene perché sapeva guardarla con infaticabile partecipazione e intelligente distacco. L lo humour dei cristiano, quello che nasce dal Vangelo, tutto «il contrario della tetraggine dei politico, dei cupo fanatismo dei terrorista, dell’ansia di arrampicarsi dei carrierista, dei cinismo miope che si crede astuto dell’affarista. È il contrario dell’atteggiamento di tutti coloro che, per dirla con S. Paolo, “non hanno speranza” (1 Tessalonicesi 4, 13)» (pag. 259).

Ce n’è d’avanzo per prevenire chi, facendo finta di non comprendere o volgendo il tutto in pregiudizio, uscisse a chiedere: ma cosa vuole questo libro, riportarci al de contemptu mundi? AI lettore attento e leale non c’è bisogno di dire che è esattamente il contrario: non solo perché «denunciare con forza ciò che è negativo nel presente non significa affatto essere nostalgico di ogni passato» (pag. 273) ma anche perché dovunque la denuncia sia invito a guardare più in alto con un senso più profondo dell’uomo, si allargano gli spazi della vita, si ricompone il volto dei mondo.
Il coraggio di Messori non si sfoga sul negativo dei presente; si applica, e come!, per tutto il libro, anche al negativo dei passato.

L’ultima parte (REALTÀ), prendendo avvio dalle «tante coercizioni clericali sulle coscienze» (pag. 279) usa altrettanta forza, per il passato e per il presente, nel denunciare la miopia di ogni morale imposta «indipendentemente dalla fede». Il che, almeno per il passato, è risaputo e abbondantemente superato.

Niente, invece, è abbastanza risaputo, e meno che mai superato, dei due misteri, I'”amore” e la “morte”, che Gesù ha strappato alle tenebre della falsità e della disperazione e mediante i quali ha rivelato Dio all’uomo e l’uomo a se stesso. Due misteri che solo nel Vangelo trovano reciproca illuminazione. La riconferma l’abbiamo sotto gli occhi: alle culture prive della verità dell’amore non rimane che la latitanza di fronte alla verità della Morte.

Chi invecchia ha memoria corta e rivive soltanto le glorie dei passato. Chi è immaturo non sa considerare la realtà presente e si rifugia in vane illusioni. Chi è intelligente sa che non deve essere né nostalgico né avventuroso, ma deve costruire, nel presente, il futuro lasciandosi guidare dalla certezza assoluta che il domani sarà sempre migliore dell’oggi. È troppo banale la filosofia dei vivere solo per l’oggi. Sarebbe saggia se l’oggi fosse la fine di tutto e di tutti per sempre. Ma l’oggi è preludio dei domani, come l’alba, come la pianta, come il seme. Il giorno, il frutto, la gloria sono soltanto nel domani, non nell’oggi.

La mentalità più comune è, invece, rapportata all’oggi, perché tutto l’uomo viene considerato solo in rapporto a ciò che beve o mangia o a ciò che indossa o al dove vive. È il materialismo che prende molti e se anche si nutre delle speranze o alimenta delle attese, tutto rapporta all’immediato. II domani si trasforma in un miscuglio di timori, di gioie e di sorprese. Manca la certezza e la stabilità che nessuno può darsi da se stesso. Il punto d’appoggio, il terreno stabile, il principio di vita incorruttibile ed eterno non è prerogativa dell’uomo.

Un uomo che non vive di speranza è simile a colui che si autocondanna o si suicida. La speranza, infatti, non è alimentata dall’uomo. È storia di vita divina, la speranza: quella consapevolezza che parte dall’amore sincero di ieri e sa che lo stesso amore non può esaurirsi nell’oggi. E si fa attenzione, dedizione, immolazione, altruismo, generosità, fiducia, la speranza: infusione di entusiasmo nuovo e valutazione più giusta di ogni avvenimento, come di ogni persona.

Per vivere bene basterebbe forse un solo accorgimento: essere sempre uomini protesi nel futuro: non miopi, non misantropi, non vanitosi, non bugiardi. È nel futuro che ci realizzeremo!

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