Ipotesi su Maria

anno 2006, fasc. 1 :: Annales Theologici, di C. Rossi Espagnet

Sulle prime si può rimanere delusi dall’ultima fatica di Vittorio Messori, dalla quale ci saremmo aspettati quell’analisi del testo evangelico che contraddistingue i suoi precedenti libri sulla vita di Cristo, a partire da quello che da Ipotesi su Maria è immediatamente richiamato, ossia il più famoso Ipotesi su Gesù. Invece, gli eventi della vita di Maria, così come ci sono narrati dai Vangeli, non sono qui richiamati e studiati seguendo l’ordine cronologico dello svolgimento dei fatti.

Però, man mano che avanziamo nella lettura del libro, ci rendiamo conto che la prospettiva storica non è stata abbandonata: solo che non si tratta della vicenda terrena di Maria di Nazaret, come si è svolta nel I secolo, ma della vicenda che Ella continua a vivere oggi, ai nostri giorni. Lungo le pagine, veniamo condotti per mano a scoprire come Maria continui ad essere presente in vari modi nella storia e nella geografia che sono le nostre. È in questa vita di Maria dopo la sua vita terrena che siamo introdotti, beninteso salvando sempre il legame tra i due periodi perché, dopo tutto, riguardano la stessa persona. Anzi, l’autore continuamente ci mostra come l’azione di Maria nella nostra storia si svolga in continuità con quello che di Lei ci dicono i Vangeli. E in particolare, con quanto ci dice il vangelo di Luca: «D’ora in poi, tutte le generazioni mi chiameranno beata!» (Le 1, 48). Questa profezia, che viene presa in esame nel capitolo XXXVII, costituisce il filo conduttore di tutto il libro, che non fa altro che mostrare come si sia puntualmente, e continuamente, verificata lungo la storia e nell’ampiezza della geografia umana.

La lettura di questo studio, perché di studio si tratta nonostante la forma scorrevole dell’esposizione, ci introduce in quella riflessione su Maria che il Concilio Vaticano II aveva auspicato quando, nel capitolo a Lei dedicato della Lumen gentium, sottolineava il suo legame non solo con Cristo, ma anche con la Chiesa. Chiesa che è formata da ognuno di noi cristiani, che siamo uniti a Cristo in varia misura nella nostra vita, e quindi anche a Maria, che Egli stesso ci ha lasciato come Madre (Gv 19, 25-27). L’attenzione all’azione ecclesiale di Maria è testimoniata anche dai numerosi riferimenti al dialogo ecumenico ed interreligioso che trova in Lei a volte un punto di unità, altre, invece, un motivo di separazione.

Comunque sia, Maria continua ad esercitare la sua missione materna nei confronti della Chiesa, e questo libro ci parla dei modi e dei fatti con cui Ella ha scelto di realizzare questo suo compito. Libro di storia, e quindi di storie, tutte rigorosamente verificate nella loro documentazione, e che costituiscono un elemento importante della fede cristiana, che, dopo tutto, è la fede in Dio che si fa presente nella storia dell’umanità in Cristo e nella Chiesa, e dunque, seppure in diversa misura, nella storia di ognuno di noi. Nella nostra realtà agisce lo Spirito, e di questo abbiamo tanti indizi nelle storie stesse da Lui suscitate.

Dunque, ripercorriamo l’esperienza cristiana di fede in Dio e in Maria, che non si configura mai come un’adesione interiore priva di risvolti pratici, «con la consapevolezza che ci sono buoni motivi a sostegno di una Tradizione che esige la fede ma non il rinnegamento della storia. E, con essa, il rinnegamento della nostra ragione» (p. 528).

Fede e ragione si implicano vicendevolmente, all’interno di una scelta che liberamente le mette in gioco, decidendo di non separarle perché sono le due luci -i due occhi- che ci permettono di vedere le cose nella giusta prospettiva, senza deformarle. Il capitolo XLV, Credere senza vedere, affronta un tema fondamentale per la nostra fede: che valore hanno i segni e gli indizi dell’azione divina, tra i quali le apparizioni documentate e i miracoli comprovati, per la vita dei credenti? In definitiva, che valore ha la ragione, non solo quella speculativa che riflette sui concetti e le teorie, ma anche quella pratica, che osserva i fatti e ci ragiona sopra per scoprirne fondamenti e collegamenti? Pur non richiedendo necessariamente il consenso della nostra fede, questi eventi si offrono a noi come indicatori di una realtà che si trova al di là di loro stessi. Troviamo qui le caratteristiche di una fede che interpella uomini e donne e che, pur restando sempre impenetrabile -accecante per lo sguardo interiore che la fissa-, non tralascia di emettere quei bagliori più tenui che sono accessibili alla nostra esperienza, e che ci guidano verso l’inconoscibile. Il che è in linea con la fede in Dio che si fa Uomo, uno di noi, e si incarna attraverso una donna, sua vera madre. Non c’è da stupirsi che sia proprio Lei a darci ancora il senso e la misura della vera umanità del Figlio e nel contempo del suo mistero; è ancora Lei a mostrarci Dio che si è fatto Uomo per farsi capire da noi, pur restando Se stesso.

Per riassumere, prendendo il caso specifico delle apparizioni mariane -ma le stesse parole si potrebbero applicare a molti altri tipi di interventi di Dio-: «Le apparizioni nulla aggiungono alla Rivelazione, ma sono aiuti -del tutto gratuiti- che la misericordia divina concede agli uomini per rafforzarsi nella fede. Quasi nuove risposte al grido patetico che risuona nel Vangelo: “Credo, Signore, ma aiuta la mia incredulità!” (Mc 9, 24)» (p. 151).

Fede e ragione vengono dunque messe al lavoro, quasi a mostrare la verità di un altro principio cattolico che emerge più volte dalle pagine (numerose!) del libro: quello dell’et et, che consiste nel non rinunciare mai ad approfondire i fatti che si offrono alla nostra esperienza, in nome di una loro apparente “impossibilità”, a costo di dover rivedere ed ampliare i nostri parametri per riuscire ad accogliere la realtà. E consiste anche nell’accogliere tutti i diversi approcci alla realtà, sapendo che dal loro confluire emergerà in modo mirabile la verità: «Alla dinamica ecclesiale è infatti essenziale il gioco di pesi e di contrappesi: nella Chiesa, cioè, il dono dei carismi, sempre presenti nella sua vita, va controllato e disciplinato dalla istituzione. Il veggente e il canonista, il profeta e il curiale, l’entusiasta e il realista, la pastorella e il vescovo non sono personaggi inconciliabili, bensì complementari. Occorre che ci siano e che svolgano -tutti- il loro ruolo, a evitare che la Chiesa diventi, da un lato, una comunità anarchica di visionari, di esaltati, di carismatici veri o presunti; dall’altro, una sorta di multinazionale, di azienda di servizi liturgici, retta solo dalla secchezza del diritto canonico e dalla Real-Politik di funzionari clericali» (pp.31-32).

Dunque, anche Ipotesi su Maria non sfugge alla logica dell’et et, ed unisce l’approfondimento teologico al gusto per l’aneddotico, per l’accertamento dei fatti, e da questo punto di vista si propone come una vera miniera di episodi e di informazioni che percorrono tutti i continenti e tutte le epoche storiche, a conferma che de Maria numquam satis.

Un ultimo tema, tra i molti e interessanti trattati dal libro: quello dell’accusa di arbitrarietà che molti muovono alle apparizioni e ai miracoli che, come ben sappiamo, sono concessi ad alcuni ma non a tutti, dando l’impressione di trovarci di fronte ad un Dio capriccioso, se non ingiusto, che concede la sua grazia trascurando la maggior parte dei bisognosi. Se ne occupa l’autore nel capitolo IV, intitolato Quel contadino del Monferrato, in cui narra la storia di un uomo miracolosamente guarito dal morbo di Hodgkin a Lourdes nel 1950, che morì per un incidente sul lavoro nel 1955, quando aveva ancora soltanto 44 anni. Uno strano miracolo, destinato a non allungare di molto la vita terrena, che ci aiuta a rispondere alle accuse di ingiustizia rivolte al Dio cristiano. È un miracolo dal quale emerge qual è il tipo di grazia che Dio vuole concedere, ed immancabilmente concede a tutti coloro che non la rifiutano: quella della fede e della salvezza eterna. Le guarigioni fisiche sono solo i segni della guarigione dell’anima, che è quella che veramente conta, e sono concesse solo ad alcuni per il bene di tutti. Infatti, se venissero concesse a tutti, cosa ci salverebbe dall’abituarci, dal cercarvi spiegazioni più o meno scientifiche e, quindi, dal perdere il messaggio fondamentale, quello della fede?

Ringraziamo Vittorio Messori per questa sua fatica. L’unico appunto che ci sentiamo di muovergli è quello di sempre: perché non indica, non dico in nota, ma almeno al termine di ogni capitolo o del libro, in un elenco bibliografico, i testi e i documenti di cui si è servito, ad utilità del lettore che volesse approfondire qualcuno degli argomenti trattati?

© Annales Theologici