Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori

25 dicembre 1976 :: Cittànuova, di Claudio Casoli

«Il Dio del cristianesimo, vissuto e sentito come lo vivono oggi milioni e milioni di uomini e di donne, e tra essi l’autore di questo libro, è un Dio che ha bisogno dell’uomo… un Dio di giustizia, non un’astratta Mente ordinatrice della natura e della storia. Nel suo incarnarsi in un uomo è concentrata la grande idea (che sconvolge davvero la storia) dell’uomo che costruisce la sua salvezza e la sua eternità. Il cristianesimo è l’unica religione, o meglio fede, del mondo d’oggi che al suo centro ha l’uomo ». Lucio Lombardo Radice scrive così nella prefazione al libro Ipotesi su Gesù (SEI) dello scrittore giornalista Vittorio Messori, ma aggiunge «Quando l’autore l’ha terminato, ha chiesto una nota introduttiva ad una persona che, come sapeva benissimo, onora in Gesù di Nazaret soltanto un grande, un sommo figlio dell’uomo».
Un onesto laico marxista presenta con grande rispetto il libro di un cattolico che si pone, per esigenza non derogabile di certezza, le ipotesi più note e più discusse, che scova problematiche inedite al gran mondo cattolico sul dramma dell’aspettazione ebraica del Messia, sulle millenarie discussioni di esegeti, teologi, filosofi, apologisti e negatori di ogni tempo e finisce per accettare l’unica ipotesi che per lui rimane valida: Gesù di Nazaret è il Messia annunciato dai profeti del suo popolo, il Redentore promesso, il Figlio dell’uomo come lo vide Daniele nella visione, il Figlio di Dio come si proclamò lui stesso.

Il pregio del libro sta nel fatto che non è scritto da un teologo o da un esegeta, ma da un giornalista ostinato e infaticabile nella decisione di voler giungere a rispondere alla domanda che per primo aveva formulato Giovanni Battista duemila anni fa, allorché aveva mandato i suoi discepoli a domandare a Gesù: «Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?».

Fuori di ogni schema tradizionale, insistente nelle ricerche storico-esegetiche, quasi petulante, il libro risulta provocatorio, quasi accusatorio di una certa teologia saccente e ripetitiva, indigesta ormai agli stessi fedeli: «Non sono che un profano che, a suo rischio e pericolo, si è azzardato nel Sancta Sanctorum dove si scrive in tedesco o in latino, si disputa su parole ebraiche, su lapidi aramaiche, su codici greci. Non sono un cattedratico né un ecclesiastico. Non sono che un laico. Vorrei assicurare il lettore: sono partito dal dubbio, o meglio dall’indifferenza. Come lui, come tanti oggi. Non certo dalla fede. Sono arrivato a questo studio dopo 18 anni di scuola di stato. Ho dovuto imparare tutto, partendo da niente».

La sorpresa l’ha colto subito quando ha incominciato a leggere quello che era stato scritto su Gesù: «Nel secolo scorso, sono stati dedicati a lui 62 mila volumi. Alla Biblioteca Nazionale di Parigi, specchio della cultura occidentale, la voce “Gesù” è seconda per numero di schede; la prima è “Dio”».

Vittorio Messori era partito domandandosi: «C’è un futuro per noi al di là dell’orizzonte indefinito? O davvero, come canticchiava amaramente Petrolini, non siamo che pacchi, campioni senza valore, che l’ostetrico spedisce al becchino?».
Il disgusto dell’aria di sagrestia da principio si confondeva in Messori con il rancore per la scuola che non gli aveva dato che notizie vaghe e sciatte su Gesù. Non aveva voluto neppure entrare nel «ghetto della cultura cattolica», aveva preferito fare da solo, libero da qualsiasi condizionamento sia laico che religioso. «Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro e la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come “Gesù che viene nel tuo cuoricino”. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. E’ irrimediabilmente tabù… Neppure preti, pope, pastori ne parlano molto… Si costruiscono complesse architetture sui Vangeli; ma pochi scendono in cantina per vedere se le fondamenta ci sono davvero… Dice un detto segreto attribuito a Gesù da un Vangelo apocrifo: “Chi si stupisce, regnerà”. Molti sembrano aver perduto il dono dello stupore».

II «silenzio di Dio», il «Dio nascosto» come lo definisce la Bibbia, pongono lo scandalo davanti all’attesa di Messori e, come Teilhard de Chardin, si domanda: «Perché Signore? Le tue creature stanno davanti a te sperdute e angosciate chiedendo aiuto: e a te, se esisti, basterebbe, per farle accorrere a te, mostrare un raggio dei tuoi occhi, l’orlo del tuo mantello; e tu non lo fai». Mistero, nascondimento, silenzio: Dio, dice tutto il libro di Messori, non è un problema, altrimenti la ragione dell’uomo lo avrebbe risolto, né Dio mostra all’uomo che lo cerca l’orlo del suo mantello. Manda invece Gesù a mostrare il suo volto, ma anche «Gesù non si trova al termine dei nostri ragionamenti, ma al termine del nostro impegno… Se Dio solo era l’essere perfettissimo, nulla poteva impedire di calpestare quell’essere imperfettissimo che è l’uomo. Ma se Dio s’è fatto carne, se Dio è nato ed è stato bambino, se ha giocato tra la polvere delle strade, allora l’uomo non può essere più schiaffeggiato senza che si schiaffeggi Dio stesso».

E’ così che Messori incontra in Gesù il Dio umanissimo, ma conclude con Mario Pomilio, «ogni lettura del Vangelo è una scommessa col mistero», eppure «solo di lui vale la pena occuparsi».

Un libro interessantissimo, che lega il lettore all’ansia di ricerca che l’autore soffre per tutta la stesura di quelle pagine. Un libro utile a chi non è introdotto a studi esegetici, ma vuole ampliare la conoscenza dei problemi connessi alla persona di Gesù e alla lettura e comprensione dei Vangeli.

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