Il libro del Papa non è solo un bel titolo

13 novembre 1994 :: Epoca, di Sergio Zavoli

Varcare la soglia della speranza è infatti tra le pagine di spiritualità più alte, espresse dal magistero nei nostri tempi. Rispondendo alle domande di Vittorio Messori, Wojtyla scava il problema centrale dell’esistenza. E fornisce così, non solo ai lettori, credenti e non credenti, una anche a teologi e storici, un documento eccezionale, di profonda riflessione.

Quel “non abbiate paura” che apre il libro di Karol Wojtyla, e vi campeggia come un distico, o un messaggio, non è una novità; le tre parole pronunciate da Giovanni Paolo II nel suo primo discorso dopo l’elezione al soglio di Pietro, lo stesso durante il quale gli sfuggì quel memorabile, e quanto accattivante, errore di pronuncia, ricordate? «Se sbaglierò mi corriggerete!», disse e li grande piazza della cattolicità, divenuta una voliera di fazzoletti, s’imbiancò tutta. Quella frase – riprodotta, autografa, sul quarto di copertina, l’unica scritta in italiano di un testo tutto in polacco – è l’illuminante, inaugurale impennata di un libro bellissimo. Wojtyla s’impegna fin dall’incipit, e rispondendo alla prima domanda di Vittorio Messori ci spiega proprio il senso del non dover avere paura. Ma di chi?”Alla fine, di noi stessi”.

A mio avviso è la chiave del libro, della sua testimonianza e del suo magistero, ma in ispecie della sua profezia; cioè la conferma che tutto, del cristianesimo, si invera in noi, fino a diventare la religione dell’esser uomini. Non c’è fede, credo, che passi per una qualità terrena così esplicita e coraggiosa, tant’è che si conclude non solo con lo scandalo, ma anche con la follia, della croce.

Questo libro -certo inatteso non perché così colto, nutrito com’è da un ricchissimo corpo di citazioni tratte da testi biblici ed ecclesiali, ma per l’umiltà che lo pervade (non si diceva che questo Papa vuol convincere a colpi di croce?) – è tra le pagine di spiritualità più alte espresse dal magistero nei nostri tempi. Persino la pensosità severa, quasi dolorosa di Paolo VI e la pastorale, calda risolutezza di Giovami XXIII svettano un po’ meno dopo la lettura del libro di Wojtyla.

Esso risponde alle domande che insorgono, ovunque, dall’inquietudine umana. A una in particolare: perché una storia che porta il segno della redenzione resta una storia di dolore? Viene, anche al laico, un sospetto: che solo un’autorità spirituale di quel peso possa esplorare la storia senza limite del peccato e del perdono isolando la possibilità di perdersi e di salvarsi. La croce, insomma, come il prezzo pagato da Cristo per dirci che si può vincere la morte. Certo, occorre mettervi al centro non solo la storia, ma anche l’anima; e qui Wojtyla dice cose alte e ferme sui limiti del razionalismo quando esso s’impone, per principio d’ignorarla. Perché senza anima l’uomo è privo di sé, della sua origine e del suo destino. Si tratta di credere che “qui” ci giochiamo tutto, anche e soprattutto il dopo. E a questo proposito il Papa marca la differenza tra buddhismo e cristianesimo: a Messori che gli chiede perché tante anime dell’Occidente si rivolgono a Buddha. Giovanni Paolo Il risponde che esse hanno bisogno di isolarsi dal male del mondo mentre per i cristiani quel male va affrontato e vinto qui, tutti insieme, in una condivisione totale.

C’è, del resto, una trascendenza la cui verticalità non è tutta nel senso, celeste, di attingere la grazia del cielo, ma di averla già qui, gratis data in virtù di un’altra trascendenza che opera anche verso il basso, verso quella che Theilard de Chardin chiamava la «santa materia».

Si esce da questa lettura rinfrancati anche intellettualmente, sebbene il libro sia ovviamente nel segno dell’essere credenti. E qui è d’aiuto, anche per i più riluttanti, la presenza di Messori, il quale solleva tutte le “tempeste del dubbio”. Assumo da lui una definizione che calza perfettamente con i sentimenti da cui vien preso un giornalista, o un scrittore, il quale abbia la pretesa di sapere organizzare un «dialogo» di questo livello: la «santa invidia».

Messori se l’è tutta guadagnata. Gli si deve un grazie anche per avere agito affinché questa memorabile intervista prendesse forma di libro, evitando la messa in scena televisiva. Dubito che, non dico il libro, ma il Papa si sarebbe giovato di una performance, per sua natura, spettacolare.

E’ merito anche di Karol Wojtyla, se così posso esprimermi, avere scelto in definitiva di mettere nero su bianco. In ciò che ha scritto scorre qualcosa di misterioso con cui si può stare solo nel silenzio, quando ci prenda il bisogno, o la voglia e magari la curiosità di farlo.

Infine un riconoscimento a Joaquín Navarro Valls, direttore della Sala Stampa Vaticana, per avere creduto in questa impresa accudendola anche nei momenti in cui avrebbe potuto perdersi. Sarebbe stato un danno incalcolabile non solo per i lettori credenti e non credenti, ma anche per i teologi e per gli storici. Si trattava di chiedere sia pure al “Papa delle sorprese” – e quindi pronto a ricevere anche provocazioni forti, delicate, imbarazzane – risposte a domande come queste: C’è davvero un Dio nei cieli?, Ma allora perché si nasconde?, Gesù-Dio: una pretesa eccessiva?, Un Dio amore: ma perché tanto male?, Impotenza divina?, Solo Roma ha ragione?. Perché divisi?

Con una discrezione e insieme una puntualità esemplari, Messori ha interpellato il Papa sul problema centrale dell’esistenza. Varcare la soglia della della speranza non è dunque solo un bel titolo. È anche il senso profondo di una riflessione che non ha riscontro, ch’io sappia, nella storia dei Pontificati.

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