Gesù tra mito e storia

Rassegna di Teologia :: Gennaio-Febbraio 1977, di Giuseppe Propati, S.I.

Lo straordinario successo di diffusione e di critica che il libro di Vittorio Messori, Ipotesi su Gesú, edito dalla S.E.I., Torino 1976, continua a riscuotere -sei ediz. in quattro mesi- lusinghiere recensioni sui maggiori quotidiani e periodici nazionali – propone al nostro interesse qualche non inutile considerazione sul merito del libro e sulla maniera di ripresentare all’uomo d’oggi il problema storico di Gesú. Il primo rilievo è che, anche al di fuori degli ambienti specialistici o interessati solo per motivi «professionali», esiste un diffuso e sentito desiderio d’informazione seria riguardo alla storia delle religioni in generale e a quella del cristianesimo in particolare. Un’analoga constatazione ci mostra che un pubblico di lettori vasto e vario è attento e disponibile per recepire la proposta di tematiche religiose anche complesse se vengono presentate, oltreché con la dovuta competenza, anche con un linguaggio chiaro, conciso ed essenziale, consono al gusto del lettore contemporaneo. In questo libro, troviamo presentata nella sua sostanza tutta la problematica degli specialisti sulla verità storica della persona di Gesú e sulle origini del cristianesimo, ma in termini accessibili al lettore di media cultura. L’Autore riesce a esprimersi in maniera nitida e semplice pur quando ripropone questioni storiche e dottrinali estremamente complesse e travagliate: la semplicità, cioè, non va a scapito dell’esattezza e del rigore con cui i dati oggettivi sui fatti e sulle connesse controversie si sono nel tempo variamente articolati.

Confessiamo d’aver preso in mano questo volume con notevole scetticismo, affacciandosi dubbi e incertezze riguardo ai grossi rischi cui va incontro inevitabilmente ogni tentativo del genere, ogni scritto in cui venga affrontato il problema di Gesú. Come sarebbe stata dominata la mole immensa di notizie, di problemi e controversie che una storia di venti secoli, mai del tutto scevra da contrastanti, passioni, ha addensato sul fondatore del cristianesimo? Altro interrogativo inevitabile per chi segue le discussioni teologiche del nostro tempo: quale valore e utilità culturale giustificavano questa pubblicazione, di un A. che si professa non specialista, di fronte ai volumi di H. Kung, Essere Cristiani, e di E. Schillebeecks, Gesú. La storia di un vivente, trattanti, almeno in parte, questioni analoghe e destinati anch’essi, almeno al dire dei loro autori, non agli specialisti ma all’uomo comune? Cercheremo di rispondere, alla fine di questa presentazione, a tali domande.
Il titolo: Ipotesi su Gesú è atto a esprimere l’intento di voluta modestia e d’interrogazione aperta che l’A. si propone. Pur riprendendone i problemi, il libro di Messori si distingue dai tradizionali scritti di apologetica perché lo scopo che direttamente si prefigge non è difendere la fede, ma soltanto mostrare le ragioni e l’itinerario per cui si è a essa pervenuti. Si nota sin dall’inizio un tono di sincerità, una disposizione al dialogo, un atteggiamento di «mansuetudine» che convince il lettore e la accompagna in tutte le pagine. Il libro espone i risultati di una ricerca che rispondeva alle esigenze di chiarificazione personale dell’A. stesso riguardo ai presupposti della sua fede: «Sono partito dal dubbio; o meglio dall’indifferenza», egli confessa (p. 20). Più che rispondere a domande, vuole dare delle «informazioni»; da quel «cronista» che egli è, vuole cercare con diligenza, esplorare le fondamenta dell’edificio della fede. Intende cercare di persona, dato che «al non specialista giunge appena qualche eco del dibattito» (p. 20), per tentare una sintesi e, magari, poi stendere una «ipotesi di bilancio». Un problema fondamentale, ma di cui nella vita quotidiana non sempre si parla, lo attira: «Con il sesso, il danaro, la morte, Gesú è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile» (p. 17), neppure preti e pastori ne parlano molto; Gesú, piú che un problema, sembra essere per loro un dato di fatto. «Si costruiscono complesse architetture sui vangeli; ma pochi scendono con chi li ascolta in cantina per vedere se le fondamenta ci sono davvero» (p. 18).

L’urgenza di questa ricerca fu avvertita dall’A. quando, per motivi occasionali, incontrò il genio di Pascal e rimase «inchiodato» dalla famosa scommessa: «O Dio esiste o Dio non esiste. Per quale di queste due ipotesi volete scommettere?». Da allora si è messo al lavoro cercando e vagliando fatti, notizie e scoperte storiche e archeologiche, consultando libri e visitando luoghi e biblioteche, fin quando, dopo una decina d’anni di meditazioni ha raccolto un dossier che può comunicare ad altri. Per informarsi, ha dovuto accedere al dibattito dei dotti; era indispensabile, giacché «da molti secoli il dibattito su Gesú è la riserva di caccia, gelosamente sorvegliata, di chierici e di laici accademici, spesso a loro volta ex-chierici» (p. 19). Per risparmiare al lettore il peso d’un apparato critico erudito, mancherà nel libro di Messori l’ausilio di note scientifiche. Le annotazioni dotte scoraggerebbero i non specialisti e non servirebbero agli eruditi che sanno dove trovare, quando lo vogliano, i riferimenti. D’altronde, taglia corte l’A.: «Gli eruditi non leggeranno questo libro che pur deve tutto alle loro ricerche preziose». In realtà la citazione in parentesi, almeno dell’Autore della «fonte» delle affermazioni più decisive, offre una traccia di documentazione essenziale. Avendo Messori cercato soprattutto per se e, si intuisce facilmente, non avendo voluto ingannare se stesso, può chiedere fiducia al lettore nell’assicurazione che tutte le sue affermazioni sono documentate e documentabili.

Per nostro conto, abbiamo costatata l’esattezza dei riferimenti ogni volta che abbiamo creduto opportuno risalire alla fonte.

La ricerca e il contenuto del libro riguardano un punto limitato ma preciso: «E se Cristo fosse veramente ritornato dalla morte?». Ma a volte proprio queste domande fondamentali vengono lasciate nell’oblio: «La sensibilità dell’uomo per le cose piccole e l’insensibilità per le cose grandi è indizio di uno strano pervertimento» ci ricorda Messori rimeditando Pascal. Tra le questioni preliminari, s’incontra il problema della conoscenza filosofica di Dio che l’A. affronta secondo la tematica pascaliana del Dio nascosto: «La disperante esperienza umana è che nessuna divinità fa capolino da dietro le nuvole. Il cielo e la terra tacciono» (p. 31), riproponendo la famosa opposizione tra il «Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe e il Dio dei sapienti e dei filosofi». Alcune affermazioni circa il valore della ragione umana e la funzione della filosofia nell’occuparsi del problema di Dio ci sembrano eccessivamente drastiche e non del tutto pertinenti anche data l’indole storica dell’indagine. Del resto, ci pare che vadano oltre lo spirito dello stesso Pascal, cui l’A. frequentemente si richiama, che ha lasciato scritto nei Pensieri: «Due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione. Se si sottomette tutto alla ragione, la nostra religione non avrà nulla di misterioso e di soprannaturale. Se si scuotono i principi della ragione, la nostra religione sarà assurda e ridicola». Conveniamo invece volentieri con l’itinerario e la prospettiva ulteriore seguita nell’esposizione: occorre interrogare le fonti storico-bibliche.

Primo punto da considerare, in questo senso, è l’avverarsi in Gesú delle profezie del V.T. «Innanzitutto Gesú è stato predetto? È possibile, oggi, tentare di provare la sua divinità con le profezie dell’Antico Testamento? Ecco i dati del problema: nella Scrittura che è comune a Cristiani ed Ebrei, i passi messianici sono piú di 300 [ … ] . Secondo Luca, Gesú stesso spiegò in tutte le scritture quanto lo riguardava, e per noi, oggi?» (p. 55). Tralasciando le pur attente e interessanti considerazioni in merito, veniamo subito al nodo della questione fondamentale che posiamo formulare nella domanda: Gesú di Nazaret appartiene a1 mito o alla storia? « È doveroso affrontare le pretese di storicità dell’asse giudee-cristiano con la ragione storica e senza pregiudizi filosofici » (p, 45). E’ soprattutto in questa sezione che meglio risalta la sagacia dell’A. nel riassumere in termini accessibili un dibattito arduo, lungo e complesso. Seguendo lo schema proposto da J. Guitton nel suo libro Gesú (Marietti, Torino 1968), Messori pensa di poter ridurre a tre ipotesi fondamentali le numerose posizioni e interpretazioni circa questo punto centrale della ricerca: a) l’ipotesi della scuola storico-critica; b) quella della scuola « mitica »; e, infine, c) quella della « fede » dei cristiani.

a) «L’ipotesi critica: da un uomo a un dio». Ci si muove dalla storia verso la fede: artefici della glorificazione sono i discepoli; bisogna rifiutare, secondo i «critici», ogni carattere soprannaturale dal racconto dei fatti contenuti nei nostri vangeli. «Il Cristo della fede è l’ultimo abbellimento che la comunità dei credenti ha operato sul Gesú storico […] questo oscure Gesú dopo la sua morte, è stato divinizzato dai discepoli che gli attribuirono miraceli e resurrezione dai morti » (p. 123). Sulla sua tomba si sarebbe potuto scrivere, secondo la parola di Ricciotti: IGNOTUS (un uomo qualsiasi, senza storia). b) «Ipotesi mitica. da un dio a un uomo». Questa scuola ha un intento decisamente demitizzatore; alla origine prima del cristianesimo vi è non un’esistenza reale, ma una idea, una leggenda, un mito: l’idea del divino preesistente viene attribuita ad un uomo: le primitive comunità cristiane creano il mito di Cristo. «Il Gesú della storia è l’ultima espressione della fede in un Cristo» (p. 125). Sulla sua tomba, in questo caso, si sarebbe potuto scrivere: NEMO (nessuno, un fantasma leggendario). A questo punte di vista, con le differenze che i lettori di Feuerbach e Marx conoscono, si può ascrivere il marxismo. c) «Terza ipotesi: quella della fede». Ci sono dunque due posizioni per negare e una sala per affermare. Per tornare alla domanda fondamentale: quale rapporto esiste tra i vangeli e la storia?, occorre istituire una critica delle tre ipotesi. Ci limitiamo a pochi rilievi: l’accesso al testo non può qui essere sostituito da un sommario.

È ammissibile nei discepoli una così grande ingenuità, da un lato, e una tanto perfida falsità dall’altra, quanta ne presupporrebbe la scuola critica? Era possibile nell’ambiente giudaico che un uomo venisse dichiarato Dio e posto sullo stesso piano dell’inaccessibile Jahvè? E se ciò fesse stato impossibile per Gesú, si potrebbe invece accettare come derivante dai discepoli (come recentemente riproponeva il giornalista tedesco Augstein), dal momento che provenivano anch’essi dallo stesso ambiente giudaico? Per quanto riguarda, in particolare, la scuola mitica, seno accettabili i suoi postulati che al dire di un suo esponente, il francese Couchoud esigono necessariamente che il personaggio Gesú sia cancellato dagli elenchi storici? Si può veramente ignorare l’esistenza storica di Gesú, nonostante le testimonianze, oltreché delle fonti cristiane, anche di storici pagani come Tacito, Svetonio, Plinio il giovane, o ebrei, come Giuseppe Flavio? Si può ancora sostenere che il contenuto della testimonianza apostolica sia “mitico”, quando tutti i riferimenti evangelici risultano estremamente esatti e hanno via via trovato puntuale conferma in tutte le scoperte storiche e archeologiche? In conclusione, si può affermare contro «critici» e «mitologi»: «Lanciare il ponte che colleghi la morte di Gesú con la nascita del cristianesimo è impresa ben piú ardua di quanto vogliono far credere tutti i critici e mitologi uniti. Tutti infatti si arenano al momento di gettare la passerella tra l’oscuro Gesú della storia e lo sfolgorante Cristo della fede» (p. 163).

L’ipotesi della fede sembra allora essere la risposta piú ragionevole e piú fondata alla domanda cruciale posta all’inizio: « E se Cristo fosse veramente risorto dai morti »? Ma cosa dice piú esattamente questa ipotesi della fede? Prendendo atto della svolta anti-bultmaniana di Kásemann e altri che asserivano:”Il problema del Gesú storico è esattamente il problema della continuità del vangelo nella discontinuità dei tempi e nella variazione del kerygma”, Messori espone questa nuova via di soluzione nei termini accettali nella chiesa cattolica ed espressi prima nella Istruzione della Pontificia Commissione Biblica e poi nella costituzione conciliare Dei Verbum. È la teoria della storia evangelica a tappe: la prima è costituita da Gesú con la sua vita e la sua predicazione; la seconda consisté nella predicazione orale dei discepoli ma sotto il controllo di chi era stato con Gesú fin dall’inizio (Luca); la terza comprende la redazione dei vangeli come li possediamo oggi. . Dalle sommarie raccolte di “detti di Gesú” si passò alla redazione degli scritti come sono rimasti fissati definitivamente. “Gli evangelisti dovettero fare un lavoro non dissimile da quello del moderno redattore di giornale sul ‘pezzo’ del corrispondente o sulla notizia di agenzia. Un lavoro di scelta, di sintesi, di organizzazione della materia, talvolta di spiegazione. Il risultato è l’articolo stampato sul giornale: qualcosa di diverso rispetto al complesso originario di notizie ma non necessariamente meno aderente alla realtà dei fatti” (p. 142). L’ipotesi della fede attraverso lo studio delle forme letterarie e delle redazioni successive consente di poter risalire al primitivo e originario annunzio al kerygma apostolico e tramite questo al Gesú della storia. È sulla base di questi studi che si può concludere: “A forse dieci anni dalla sua morte il Gesú della storia è testimoniato, ma è testimoniato anche che egli è già divenuto il Cristo della fede” (p. 171). In realtà, i criteri delle scuole che abbiamo criticato non erano storici ma filosofici. Se, peraltro, si è . potuto giungere a questi risultati, è anche grazie alle ricerche degli « increduli » e bisogna confessare loro un debito di gratitudine.

Chiarito il dibattito critica, vengono esaminati in brevi e netti tratti quegli elementi di verità e di valore che emergono dal messaggio dottrinale ed etico del vangelo. Viene mostrato con grande acutezza ed efficacia che la virtualità del vangelo è lungi dall’essere esaurita: « Si direbbe, anzi, che proprio la sensibilità moderna scopra nella visione del mondo attribuita a Cristo un punto di riferimento tra i più solidi, mentre una dopo l’altra tramontano le ideologie e sprofondano nella marea della storia antiche e venerabili religioni » (p. 247). Ciò che specialmente attira (attenzione a questo proposito è la validità universale nel tempo e nello spazio della dottrina di Gesú. «Un Dio come questo e un insegnamento come questo non possono essere stati inventati» aveva già osservato Newman. Se si guarda all’universalità nel tempo, si vede come dai versetti del vangelo è venuta ispirazione per le «Somme» medievali e i testi della «Riforma», nutrimento per la spiritualità orientale e ispirazione ideale anche per movimenti ostili alla chiesa: anche gli avversari si fermano con rispetto dinanzi al messaggio morale del vangelo. Impressionante è anche l’universalità nello spazio: il messaggio cristiano può incarnarsi nelle culture più diverse senza perdere i suoi connotati universali. «Il fatto è -conclude l’A.- che in quei quattro semplici libricini detti vangeli, si propone una dottrina di uguaglianza, di rispetto dell’uomo, di universalismo radicali come mai nella storia, né prima né dopo» (p. 284).

La lettura che avevamo intrapreso con scetticismo si è conclusa, dobbiamo confessare, con notevole entusiasmo cui non cediamo per la considerazione dell’utilizzazione apologetica che eventualmente si potrà fare del volumetto, ma solo perché le informazioni promesse sono state offerte con chiarezza ed esattezza. Si può essere lieti che questioni importanti e discussioni di grande portata siano state presentate con opportuni aggiornamenti e precise puntualizzazioni a un grande numero di lettori che, diversamente, non avrebbero mai potuto avvicinarle personalmente. Abbiamo trovato anche risposta alle nostre .domande iniziali sul valore dell’opera e sul confronto con le pubblicazioni indubbiamente scientifiche di H. Kiing e di E. Schillebeeckx. C’è da dire senz’altro che intenti, contenuti e pubblico a cui questi autori si rivolgono, si collocano in spazi differenti. Le opere dei teologi suddetti restano lavori di grande complessità e, almeno da noi -quale che sia il successo oltralpe- resteranno accessibili solo agli specialisti e impervie al pubblico di cultura comune. All’eventuale abiezione che potrebbe affacciarsi, che la tematica di questo libro giunge da noi con qualche decennio di ritardo, vorremmo rispondere che, se è vero che certi assunti delle scuole a critica ne «mitica» sono ormai superati e da tempo a livello degli «addetti ai lavori», abbondano ancora nella cultura popolare e nelle aule dove viene impartito l’insegnamento della religione, ambienti in cui il libro di Messori potrà essere utile strumento d’informazione e di discussione. Diremo dunque che ci troviamo dinanzi a un tentativo felicemente riuscito di buona divulgazione storica e teologica e aggiungeremmo, ma in un senso diverso da quello inteso dal prof. L. Lombardo Radice nella sua garbata e favorevole prefazione, che risponde davvero a un segno dei tempi il fatto che un’opera del genere sia stata scritta da un laico, ancora giovane e di professione giornalista: da una persona cioè che proviene da una situazione di esistenza in cui piú grande è la sensibilità per lo stato spirituale dell’uomo moderno e meglio è possibile maneggiare lo strumento linguistico della comunicazione culturale. Sapendo, per avere incontrato l’A, in occasione di un dibattito sul suo libro, che egli rifugge dal fatto che lo si «studi» e lo si confronti con i dotti, concluderemo invitando semplicemente il lettore a voler ricavare da questo libro un insegnamento che riteniamo prezioso: è possibile comunicare su temi difficili delle discipline bibliche e teologiche, quando si sia fomiti d’una informazione esauriente, di un linguaggio appropriato e chiaro e, quel che conta di più, di una grande sincerità negli intenti della comunicazione.

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