C’era una volta Maria. Dicono ci sia ancora

31 dicembre 2005 :: Il Domenicale, di Giuseppe Romano

Immaginiamo che Dio esista. Che abbia scelto di avere a personalmente che fare con la storia umana con gli esatti messaggi e connotati che sono noti in tutto il mondo attraverso le relazioni che ci riporta la Bibbia nell’ampio arco compreso fra la Genesi e l’Apocalisse. Che tutti i fatti lì narrati abbiano una base di consistenza storica. In particolare, che al momento culminante il Cristo sia sceso in terra per rivelare a tutti gli uomini ciò di cui avevano concreto bisogno per giungere a Dio. Se tutto ciò è vero, adesso a ciascuna donna, a ciascun uomo, tocca fare il suo: rintracciare nella propria vicenda esistenziale le scintille del divino e, con esse, far scaturire il fuoco di una esistenza personale e collettiva che tenga il trascendente nel debito conto. Perché se Dio esiste oppure no la differenza riguarda noi, non Lui. E se Dio asserisce di avere prove storiche di sé, è opportuno andare a vedere il suo gioco. Riguardo a questa visione della religione cristiana, assai più storiografica che devozionale, Vittorio Messori detiene il merito d’essere un grande divulgatore nella contemporaneità. Merito tutt’altro che piccolo: proprio nella contemporaneità, infatti, è prevalsa quella coincidenza tra fede e soggettività sentimentale che – forse tollerabile nei devoti poco istruiti – si traduce spesso in un’incapacità di evidenziare che la visione cristiana gode di una vera e propria dimensione storica e anche “politica”, nel senso etimologico. La fede come sentimentalismo dolciastro, il mondo come estensione delle sagrestie, hanno danneggiato il cristianesimo almeno quanto le intolleranze laiciste. Equiparando, nella pratica, l’assenso religioso a una favola bella per anime semplici (il cristiano allocco) oppure a una scusa bella e buona per anime ipocrite (il cristiano cinico). Tertium non datur? Invece sì. Anzi, il tertium dovrebbe darsi come primum: la convinzione che sulla religione, su Cristo, sui vangeli e sulla Bibbia ci sono risposte e riscontri storici che portano a fondare solidamente l’assenso spirituale. Ovvero che il primo assenso al cristianesimo è quello di verificarlo come fatto “accaduto”, oggettivo, con la ragione, per poi liberamente decidere se tutto ciò debba farsi origine o no di fede personale. Con il che non si traduce la fede in raziocinio, ma, al contrario, si gettano –studiando– le fondamenta del cammino sensato verso la fede. Questa operazione si è sempre chiamata “apologia”: e se col termine s’intende l’intendimento di mostrare i riscontri effettuali del fatto religioso, Vittorio Messori è un principe degli apologeti. Lo dimostrò molti anni fa – da giovane giornalista ex ateo appena convertito – col primo dei suoi best seller diffusi in tutto il mondo, Ipotesi su Gesù (1976); lo dimostra oggi con il lavoro più recente, Ipotesi su Maria. Che – essendo ancor più impegnativo del primo – non si poteva completare se non ora, dopo che decenni di parole e di pagine hanno lastricato la strada da seguire. Che, per descriverla in sintesi, è questa. Nell’anno zero del calendario Maria di Nazaret è stata una testimone privilegiata della presenza di Dio nella storia. È toccato a lei constatarla in prima persona e farsene testimone attiva. Eletta madre dell’umanità –con volontaria accettazione per amore del divino Figlio storico che aveva generato e allevato–, ha fatto tutto ciò che stava in lei per dimostrarsi tale. Esaurita la sua presenza terrena, ma non la sua missione, continua tuttora a praticare quelle scorciatoie affettuose che sono prerogativa delle madri. Questa, in sintesi, è “l’ipotesi su Maria”, ragionevole e dimostrabile a partire dal dato cristiano incontrato nella storia. E senza contraddizioni rispetto ai pronunciamenti della Chiesa cattolica e dei pontefici, sostiene Messori, in questo pronto a incrociare la lama con chiunque sostenga il contrario. Sia detto per inciso, è istruttivo per esempio il raffronto con il francese Jacques Duquesne, il cui Maria appena tradotto in italiano si presenta ammantato di riscontri storici ma in chiave “critica” rispetto a ciò che afferma il cattolicesimo. E però traballa fin dall’inizio, quando pretende di mettere in crisi la libertà del famoso fiat dell’Annunciazione a partire dall’Immacolata Concezione. Se Maria non aveva il peccato originale, sostiene Duquesne, non era libera di accettare o di rifiutare la maternità di Cristo. Abbaglio vistoso: semmai, stando a ciò che sappiamo, la sua umanità non ferita le permetteva d’essere davvero e pienamente libera, senza condizionamenti passionali. Questioni per specialisti? Forse, ma gli edifici stanno o cadono anche a partire da dettagli poco appariscenti al viandante casuale. Questo per quanto riguarda la vita storica e terrena di Maria. Ma poi, in questa stessa chiave storica, se si pone che Dio esiste e Cristo, suo figlio, è figlio di Maria come noi, sono forse poco ragionevoli le manifestazioni della Madonna in tutto il mondo, che di continuo affiorano a confermare ciò che è scritto nel Vangelo? La Chiesa, si sa, su tutto ciò non ha mai fatto leva. Anzi, pure riguardo a quei (rari) casi rispetto ai quali s’è pronunciata dicendoli attendibili e degni di fede, ha contemporaneamente sottolineato che non sono indispensabili e neppure necessari per i credenti. Il che, tradotto in un linguaggio positivo, equivale a dire che sono doni, medicinali distribuiti gratuitamente al di fuori di quanto previsto dal “Servizio Sanitario spirituale”. Favori di madre, preziosi quanto inattesi. Favori storici di madre, aggiunge Messori, e anche qui passa a circostanziare e a dimostrare. Nell’“ipotesi su Maria” ci sono Lourdes e tanti altri luoghi e fatti noti e meno noti. Apparizioni, miracoli, incredulità e contrasti. Abbondanza di informazioni e di fonti verificate, e confermate o popperianamente “falsificate” quando è il caso. Il tutto per dire, in capo a cinquecento pagine fitte di una prosa affabile quanto puntigliosa, quello che erat demonstrandum: e cioè che il cristiano crede con la stessa testa con cui ragiona, e che, in particolare, crede che sia Dio, signore della Storia, a raccontare giorno dopo giorno la storia di cui siamo tutti parte, disegnando con abilità suprema i tratti del Suo volto con le vicende che capitano quotidianamente. E in questo affresco Maria interviene con pennellate decise, realistiche, inequivocabili a chi non voglia – per propria scelta irrazionale e cocciuta – distogliere lo sguardo e chiudere gli occhi. Sicché, alla fine, è questo il fulcro del lavoro: proprio sulla figura e sulla persona della Madonna infatti vengono al pettine nodi essenziali del rapporto con la religione. Ed è assai significativo che a questo proposito Messori proceda per “fatti, indizi, enigmi” piuttosto che per giaculatorie e punti esclamativi.

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