Torino l’incompiuta e la terza rivoluzione

11 settembre 2004 :: Il Riformista, di Gianni Oliva

Sabauda e fordista, elegante e proletaria, ordinata e sovversiva: il mistero di Torino è quello di una città legata a un destino che non si è scelta e alla quale la storia ha regalato stagioni diverse, alternando affermazioni e decadenza, centralità e marginalità; una città che l’Italia ha sempre guardato con freddezza senza troppo comprenderla, ma verso la quale ha forse più debiti che crediti («Senza l’Italia – ha scritto Umberto Eco, alessandrino di nascita ma torinese di formazione -, Torino sarebbe più o meno la stessa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa»). Il fatto è che l’identità di Torino è difficile da cogliere per gli stessi torinesi: i palazzi barocchi del centro parlano di una capitale politica settecentesca, che con Vittorio Amedeo II si affaccia da protagonista sulla scena internazionale; i portici di via Po e di piazza Castello, con i loro «caffè» risorgimentali, raccontano di Cavour e della classe dirigente liberale che guida il processo di unificazione; gli stabilimenti del Lingotto e di Mirafiori rappresentano il decollo industriale e di cultura dell’auto; i grandi casermoni operai delle Vallette e della Falchera sono le realtà del boom economico, dell’immigrazione selvaggia e dell’«autunno caldo». Sono stagioni differenti, che non si legano l’una all’altra in un processo di evoluzione, ma che appaiono frutto di un destino insieme «forte» e inatteso, capace di promuovere energie vigorose e repentine, ma anche di lasciare vuoti altrettanto improvvisi. Chi poteva intravedere, nella capitale restaurata di Carlo Alberto, l’impulso prodigioso che di lì a poco sarebbe giunto con lo Statuto, i governi Cavour, l’alleanza con la borghesia degli Stati preunitari? E chi poteva intuire, nella città pigra e indolente di fine Ottocento, la prossima capitale del potere economico?

A cimentarsi nel difficile compito di interpretare Torino sono due giornalisti appartenenti a generazioni diverse, Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, con un volume di grande efficacia sia per l’agilità dello stile in cui è scritto, sia per la capacità di coniugare la suggestione dei ricordi autobiografici con lo spessore dell’analisi.

Utilizzando la formula originale del dialogo a distanza, gli autori ripercorrono la propria storia torinese negli anni della formazione e della prima affermazione professionale. Ne deriva lo spaccato di una città paradossale, dove la produzione di modernità non riesce a trasformarsi in una stabile modernizzazione: a Torino nasce l’unità d’Italia, ma il centro del potere politico trasmigra presto a Firenze e poi a Roma; a Torino nasce l’economia industriale, ma la capitale economica del Paese è Milano; a Torino si formano intellettuali di grande caratura, ma il loro nome non si associa alla città (Edoardo Sanguineti, Claudio Magris, Umberto Eco, Renato Dulbecco, per non fare che qualche nome).

Le responsabilità sono diverse. Politico-amministrative, in primo luogo: Messori dedica ad esempio pagine severe alle giunte rosse di Diego Novelli, accusandolo di immobilismo per aver immaginato una Torino virtuosa, solidale e moralista, anziché accettare la prospettiva della modernità, con le sue miserie ma anche con le sue grandezze (osservazioni condivisibili, alle quali bisognerebbe però associare il riconoscimento dei meriti di Novelli nel favorire i processi di integrazione in una città stravolta dai flussi migratori degli anni precedenti). Imprenditoriali, in secondo luogo: la monocultura dell’auto ha impedito la diversificazione produttiva, adagiandosi nel modello della Detroit italiana e marginalizzando gli investimenti nei nuovi settori strategici. Culturale, in terzo luogo: una città capace di produrre eccellenze ma, come scrive Aldo Cazzullo, «poco abile nel comunicare, nel pubblicizzare, nel simulare, nel sedurre, nell’apparire, nel vendere». Psicologiche, ancora. Torino ha una vocazione monocratica, non ama la pluralità e la diversità, sembra voler concentrarsi sempre e solo su una cosa alla volta, dipendere da un sovrano alla volta.

La stagione dei Savoia, la stagione degli Agnelli: e ora che non ci sono più sovrani? Il mistero di Torino, oggi, è soprattutto questo: il futuro di una città che prima è stata centro del potere, poi centro dell’economia, ed ora si interroga sul suo domani.
Ma forse il futuro è scritto proprio nella rilettura del passato proposta da Messori e Cazzullo. Se il mistero è difficile da cogliere nelle sue ragioni (perché i frutti che la città fa germogliare finiscono per maturare ed essere raccolti altrove?), esso è abbastanza chiaro nelle sue conseguenze: Torino è una città laboratorio, nel senso che esprime le sue energie migliori nell’elaborare e proporre modelli che altri territori sapranno realizzare in forma più compiuta e più stabile. «Torino è una città non grande, non centrale, non antica, non amata, che pure ha davvero fatto l’Italia due volte, a San Martino e a Mirafiori, per la politica e per l’economia»: a questa città – è il messaggio di ottimismo con cui si chiude il volume – bisogna far credito di sapersi reinventare anche oggi e di affermare una nuova identità.

© Corriere della Sera