Torino, capitale dei primati perduti tra massoni e gesuiti

10 settembre 2004 :: Avvenire, di Roberto Beretta

Nietzsche o don Bosco. Agnelli o monsù Travet. Gramsci o Salgari, Togliatti o Gobetti. La Sindone o Rol. Frassati. Bobbio. De Amicis. Einaudi. I Savoia. Fruttero & Lucentini… Scegliete, s’il vous plaît: qual è la Torino che vi aggrada?

Il menu sabaudo della «capitale incompresa», però, stavolta è fitto di 500 pagine e porta la sigla di due chef dai palati ben diversi: la cucina fluviale, forse narrativamente iperglicemica ma saporosa dell’emiliano, sessantenne e cattolico Vittorio Messori (torinese di grata adozione per 12 mila giorni), e quella più asciutta del quarantenne giornalista piemontese Aldo Cazzullo, area «laica», noto per aver descritto tra l’altro gli anni Cinquanta dei «ragazzi di via Po». E così Il mistero di Torino che ne risulta a due voci, in libreria dal 14 settembre per Mondadori, è raccolta di poche ricette e assai più numerose ipotesi.

Perché Torino è irriducibile persino a quel doppio triangolo, magico o satanico che sia, costruitole intorno da tanti esoteristi. O all’agiografia dei santi sociali – la quale pur le compete. Alla retorica della «scuola torinese» maestra d’Italia, in politica e in filosofia, e alla definizione di «capitale dell’auto»: ormai perduta anche quella, del resto, dopo lo scippo risorgimentale dell’essere il caput vero della Penisola. Torino è una città dei primati perduti, annota e documenta Messori; non riesce a «trattenere neppure i criminali, anche loro si fanno le ossa da noi e poi se ne vanno in una delle due capitali». Roma e Milano, ça va sans dire; dove per l’appunto sia Messori sia Cazzullo han dovuto transitare per mestiere.

Grazie alla penna di quest’ultimo si entra nel sancta sanctorum della classe dirigente torinese, così somigliante a un salottino in penombra pur con tutto il potere che sapeva dispiegare nei vari e talvolta contrapposti settori: ecco dunque in veste da camera Bobbio, Valletta, Diego Novelli, Togliatti, l’Einaudi, la Fiat, i sessantottini di Palazzo Campana, La Stampa, la Juventus… Tanto talento ma sempre, sullo sfondo, lo spettro dell’eterna rivale Milano – in fondo della nazione intera, perché «non c’è dubbio che Torino sia la città meno amata d’Italia» – che rapace afferra il meglio.
Il lettore avrà comunque agio di delibare una gran mole (Mole?) di notizie – si va dall’aneddoto alla più ardita riflessione teologica, dalle astuzie calcistiche del giovane Boniperti alle curiosità sui molti carrozzieri autoctoni, dalle interpretazioni apocalittiche del tornado del 1953 all’alto numero di suicidi tra gli scrittori locali… – che il libro offre affinché il mistero subalpino risulti meno nebuloso ai suoi stessi abitatori e la metropoli del sottotono possa finalmente farsi apprezzare anche agli estranei.

E per ingolosire (Torino – s’impara – tra le italiane è la città degli antipasti) basti imbandire qualche stuzzichino di sapore più sacro, sempre tra «lo zolfo e l’incenso» però. È solo un caso – si domanda il Messori grand’esperto di religioni – se ai piedi delle Alpi fu inesorabilmente attirato nei secoli «tutto il Gotha dell’occultismo più patentato»: Cagliostro, Paracelso, Nostradamus, Rol e compagnia? Se il funesto rogo al cinema Statuto (64 morti nel 1983) avvenne appena dopo un «carnevale diabolico» organizzato dal municipio? Se la massoneria vi riconosce una sorta di «città santa», con tanto di obelischi ed altri monumenti? E – per contro – se nella diocesi si contano 60 santi negli ultimi due secoli (persino il Papa, in visita nel 1988, uscì dallo scritto dei discorsi ufficiali per rimarcarne la singolarità)?

Eccetera eccetera. Coincidenze o miti che siano, annota ancora Messori, «la città è davvero un posto strano. Dove tutto o quasi sembra avere un aggancio, un qualche legame con la religione»; compreso il detto celebre sui suoi abitanti «falsi e cortesi», che sarebbe di derivazione gesuitica. «E dire – conclude lo scrittore – che la vulgata degli intellettuali la presenta come un luogo laicissimo»… Altro che «Beozia d’Italia» dunque, secondo i vituperi del polemista risorgimentale Francesco Guerrazzi: «Torino – intuì invece De Chirico, il pittore metafisico – è la città più inquietante del mondo». Un primato, almeno questo, che non migrerà facilmente altrove.

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