Torino a due voci

febbraio 2005 :: Studi Cattolici, di Cesare Cavalleri

Ascolto il tuo cuore, città intestava Alberto Savinio un suo libro del 1943, e il titolo oggi campeggia su un moderno edificio di Milano, in viale Montesanto, angolo via Fabio Filzi, dove, un tempo, sorgeva la casa dei miei bisnonni. Che c’entra questo riferimento? C’entra o, almeno, è un modo di cominciare a parlare del libro di Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, Il mistero di Torino – Due ipotesi su una capitale incompresa (Mondadori, Milano 2004, pp. 506, euro 18,50), che è un’auscultazione del cuore della capitale piemontese da parte di due sensibili cardiologhi che finiscono per auscultare anche il proprio cuore, perché non si può ragionare su una città che si ama senza lasciarsi coinvolgere di persona, come del resto fa anche il recensore, perché la recensione è sempre esecuzione, nel duplice senso di interpretazione strumentistica della musica del libro, e anche, almeno qualche volta (ma non è questo il caso), nel senso di esecuzione capitale (stroncatura). È un libro scompensato, perché le pagine scritte da Messori sono 322, e quelle di Cazzullo sono 147; tra i due autori, inoltre, c’è un salto generazionale (Messori è del 1941, Cazzullo del 1966) che si riflette sul tono e sullo stile della scrittura. Anche se ciascuno dei due autori interpella l’altro («Caro Aldo», «Non è vero, Vittorio», con qualche ridondanza di deittici), i loro discorsi restano paralleli, senza convergenze. Ma proprio in questo scompenso stanno il pregio e il fascino del libro, che non dà soltanto una duplice visione della vita (della filosofia) di una città, bensì svela e mette a confronto due generazioni. E siccome, come diceva quel tale, i confronti sono sempre odiosi ed è per questo che bisogna farli, dico subito che, non solo per affinità generazionale, io mi trovo più a mio agio nelle pagine di Messori. Perché le solide coordinate cattoliche di Messori gli consentono di narrare fatti e personaggi inquadrandoli in giudizi (non necessariamente espliciti) di valore, mentre Cazzullo non ha una coerenza di sguardo: allinea paratatticamente incontri, nomi, impressioni, senza valutazione. E rinunciare ai giudizi di valore è rinunciare a scegliere tra il bene e il male. Inoltre, qui più che mai, il giornalista Messori è anche scrittore, mentre Cazzullo è sempre e soltanto giornalista: un bravo giornalista, certamente, ma, come i giornalisti anche bravi di oggi, non ha uno stile riconoscibile. Il giornalista alla Messori ha un’esperienza (esistenziale) che gli consente di dare un peso alle notizie: i giornalisti alla Cazzullo, invece, lavorano esclusivamente o prevalentemente sulle agenzie. Inevitabilmente lo stile è diverso, perché è il contenuto a esigere la propria forma. Lo riconosce lealmente Cazzullo stesso quando scrive: «Gli anni Cinquanta, quelli che tu racconti di prima mano, sono per me un libro». La differenza è proprio qui: tra la vita e il libro, tra la vita e il racconto della vita. Naturalmente Cazzullo non ha alcuna colpa: semplicemente, è nato nel 1966. Quanto a Torino e ai suoi misteri, il libro non scandaglia anfratti gnostici, magici, massonici o dietrologici, pur sfiorandoli: i misteri, per essere tali, restano velati. C’è invece la storia di una «capitale mancata» anche perché «incompresa»: incompresa innanzitutto dai torinesi che, stando agli autori, sembrano presi da horror vacui quando escono dal loro guscio urbano, guscio che le amministrazioni di sinistra (la tagliente ironia di Messori, applicata alla giunta Novelli, tocca picchi d’ilarità) hanno reso vieppiù ermetico. E la dinastia Agnelli riceve una buona dose di ridimensionamenti da entrambi i dialoganti. Un libro tutto da leggere per capire meglio non solo Torino, ma anche l’Italia, per quel tasso di torinesità ormai entrato nel patrimonio genetico della nazione.

© Studi Cattolici